Nella luce fioca della stanza, i suoi occhi avevano perduto ogni durezza. Erano diventati mistici, e luccicavano di lagrime non sgorgate.
Quando riprese a parlare, la sua voce si era addolcita.
«Ci sono certe stelle,» disse, quasi sussurrando, come se parlasse a se stesso, «che gli uomini debbono visitare: per sapere a quali altezze può giungere la razza umana; per salvare le loro anime.»
Harriet, in quel momento, stava raccogliendo i guanti e la borsetta.
«Non me ne importa niente,» annunciò. «Io vado a mangiare. Sto morendo di fame. Voi due venite con me o no?»
«Sì,» disse Blaine. «Io vengo.»
Poi, all’improvviso, ricordò.
Harriet captò quel suo pensiero e sorrise, sommessamente.
«Offriremo noi,» disse. «Diciamo che ripaghiamo, in parte, per tutte le volte che tu ci hai invitati.»
«Non è necessario,» disse Stone. «Shep è già sul libro-paga. Ha un lavoro. Cosa ne dici, Shep?»
Blaine non rispose.
«Shep, sei dalla mia parte? Ho bisogno di te. Non posso farcela, senza di te. Tu sei necessario.»
«Sono con te,» disse semplicemente Blaine.
«Benissimo, allora,» disse Harriet. «Visto che questa faccenda è sistemata, andiamo a mangiare.»
«Voi andate pure,» disse Stone. «Io resterò qui a presidiare la fortezza.»
«Ma, Godfrey…»
«Ho alcune cose su cui vorrei riflettere. Ci sono un paio di problemi…»
«Vieni con me,» disse Harriet a Blaine. «Vuol restare qui solo, a pensare.»
Perplesso, Blaine la seguì.
XX
Harriet sedette, risolutamente, mettendosi comoda, in attesa che li servissero.
«E adesso raccontami tutto,» disse. «Che cosa è successo, in quel paesino? E che cosa è successo, in seguito? Come sei finito in quell’ospedale?»
«Più tardi,» obiettò Blaine. «Più tardi avrò tutto il tempo di raccontartelo. Prima dimmi che cos’ha Godfrey.»
«Vuoi dire perché è rimasto in camera a pensare?»
«Sì. Ma non si tratta semplicemente di questo. Quella sua strana ossessione. E l’espressione dei suoi occhi. E quello che dice, a proposito degli uomini che debbono andare fra le stelle per salvarsi l’anima. Mi sembra un eremita dei tempi andati che abbia avuto una visione.»
«L’ha avuta,» disse Harriet.
Blaine spalancò gli occhi.
«È successo durante il suo ultimo viaggio di esplorazione,» disse Harriet. «È ritornato… toccato dalla grazia, per così dire. Aveva visto qualcosa che l’aveva scosso profondamente.»
«Me ne rendo conto benissimo,» dichiarò Blaine. «Lassù ci sono certe cose…»
«Orribili, vuoi dire.»
«Orribili, sicuro. In parte. Ma incomprensibili è la parola più adatta. Processi e moventi e abitudini ed etiche che sono assolutamente impossibili, alla luce della morale e della conoscenza umana. Cose che non hanno il minimo senso, che tu non riesci a capire, per quanto ti sforzi. Una specie di muro di pietra, contro il quale si infrange la comprensione umana. E tutto questo ti spaventa. Non hai possibilità di orientarti. Sei completamente solo, circondato da cose che non hanno mai fatto parte del tuo mondo.»
«Eppure si riesce a resistere?»
«Io ho sempre resistito,» disse Blaine. «È necessaria una certa mentalità… una mentalità che l’Amo finisce per instillarti in modo permanente.»
«Nel caso di Godfrey, è stato diverso. Si è trattato di qualche cosa che lui ha potuto riconoscere e comprendere. Forse l’ha riconosciuta anche troppo. Era il bene.»
«Il bene!»
«Una parola futile,» disse Harriet. «Una parola logora e sciupata. Ma è l’unica parola adatta.»
«Il bene» riprese Blaine, come se stesse voltando e rivoltando quella parola, cercando di analizzarne il colore, la natura e!a consistenza.
«Un posto,» disse Harriet, «dove non c’era avidità, né odio, né ambizioni personali in grado di sviluppare odio o avidità. Un posto perfetto, abitato da una razza perfetta. Un paradiso dal punto di vista sociale.»
«Non capisco…»
«Prova a riflettere un momento, e capirai. Hai mai visto qualcosa, un oggetto, un quadro, una scultura, una scena così bella e così perfetta che quasi ti faceva male guardarla?»
«Sì, una volta o due.»
«Benissimo, allora… Un quadro o una scultura è qualcosa che sta al di fuori della vita umana, della tua vita. È soltanto una esperienza emotiva. In pratica, non ha assolutamente nulla a che vedere con te. Potresti vivere benissimo per tutto il resto della tua vita senza rivederla, anche se di tanto in tanto te ne ricorderesti e proveresti un senso di nostalgia a quel ricordo. Ma immagina una forma di vita, una cultura, un modo di vivere, un modo in cui potresti vivere tu stesso, così bello che ti desse la stessa sensazione che ti dava il quadro, ma mille volte più forte. È ciò che ha visto Godfrey, è ciò con cui lui ha parlato. Ecco perché è ritornato diverso. Si sentiva come un ragazzino sudicio che guardava attraverso le sbarre del cancello del regno delle favole… un regno delle favole vero, reale, autentico, che poteva toccare, ma di cui non avrebbe mai potuto far parte.»
Blaine aspirò l’aria, lentamente, e altrettanto lentamente l’espirò.
«Dunque è questo,» disse. «È questo che vuole.»
«Tu non lo vorresti?»
«Credo di sì. Se l’avessi visto.»
«Chiedilo a Godfrey. Lui te lo dirà. No, ora che ci penso, non chiedergli niente. Te lo dirà lo stesso.»
«A te lo ha detto?»
«Sì.»
«E tu sei rimasta colpita?»
«Sono qui,» disse lei.
Arrivò la cameriera, che portava quello che avevano ordinato: grosse bistecche sfrigolanti, con patate al forno e insalata. Poi depose la caraffa di caffè in mezzo alla tavola.
«Ha un’aria appetitosa,» disse Harriet. «Io ho sempre una fame! Shep, ti ricordi la prima volta che mi hai invitata fuori a cena?»
Blaine sorrise.
«Non me lo dimenticherò mai. Anche quella volta avevi una gran fame.»
«E mi hai offerto una rosa.»
«Mi pare di ricordarlo.»
«Sei un caro ragazzo, Shep.»
«E tu, se non ricordo male, sei una giornalista. Come mai…»
«Sto ancora raccogliendo il materiale per una serie di articoli.»
«Sull’Amo,» disse Blaine.
«In parte,» rispose lei, e tornò ad occuparsi della bistecca.
Per un pò mangiarono senza parlare molto.
«C’è un’altra cosa,» disse finalmente Blaine. «Che cosa c’entra Finn? Godfrey ha detto che è pericoloso.»
«Che ne sai, di Finn?»
«Non molto. Ha lasciato l’Amo prima che io entrassi a farne parte. Ma correvano molte voci. Era tornato indietro dalle stelle urlando. Gli era successo qualcosa.»
«Sì,» disse Harriet. «E adesso se ne va in giro dappertutto, a predicare.»
«A predicare?»
«Una predicazione tutta zolfo e inferno. Il tipo di predicazione con grossi pugni sferrati sulla Bibbia, ma non ha una Bibbia. Parla del male delle stelle. L’uomo deve restare sulla Terra: è l’unico posto sicuro, per lui. Lassù regna il male. E sono stati i para che hanno spalancato le porte al male…»
«E la gente beve questa roba?»
«La beve,» rispose Harriet. «E ci sguazza dentro fino al collo. Ne è letteralmente entusiasta. La gente non può avere le stelle, capisci. E quindi, prova una certa soddisfazione, quando qualcuno spiega che le stelle sono il male.»
«E, immagino, anche i para sono malvagi. Sono vampiri e lupi mannari…»
«E folletti maligni,» disse Harriet. «E stregoni. E arpie. Tutto quello che c’è di peggio.»
«Quell’uomo è un ciarlatano.»
Harriet scosse il capo.
«No, non è un ciarlatano. È sincero quanto Godfrey. Lui crede nel male. Perché, capisci, lo ha visto.»