— Magnifico lavoro! — Sudduth era impressionato. Sospirò. — È un buon dentista.
— Il migliore — disse Sam.
— Riportatevi indietro i vostri uomini nelle cave, allora — disse Devan.
— È un peccato però che quando ripasseremo nell’Ago perderemo queste meravigliose capsule.
— Di nuovo nell’Ago? — Sudduth lo guardò stupito. — E quando avverrà ciò?
— Quando il secondo Ago sarà pronto.
Per un po’ ci fu pesante silenzio nella stanza. Lontano si sentivano voci di bambini, rumore di martelli sul metallo e tanti suoni che indicavano lavoro fecondo.
Eric Sudduth aveva le labbra strette e la fronte corrugata. Quindi scuotendo il capo urlò: — Lo proibisco!
— Ma è l’unico modo di tornare indietro — osservò Devan.
— Voi non lo farete! — Sudduth era furibondo. — Non vi basta quello che è successo con la prima di queste macchine infernali? Il segno di Dio non vi ha colpito abbastanza? Questo è il vostro inferno, non capite? E anche il nostro perché non vi abbiamo impedito di mettere in esecuzione i vostri piani.
— Ma voi ci mandaste Orvid Blaine.
— Sì, ma non riuscì a convincervi. E ora non potete fare un altro Ago. Il castigo di Dio, la seconda volta, sarebbe terribile!
— E state calmo!
— Nessuno può dire al signor Sudduth di stare calmo!
— Piantala, Orvid — urlò Sudduth. — Ce ne andiamo; e voi, tenetevi pure i sei. Mi rifiuto di avere a che fare con gente cieca al segno di Dio.
L’indignazione di Sudduth fu coronata dal solito “Amen” di Blaine.
15
Ai primi di ottobre, Devan riuscì ad avere la sua parte di vetri per le finestre della casetta. Durante il giorno l’aria non dava molto fastidio, ma le notti erano già fresche. Così si diede da fare per avere il vetro, pensando che se questo Illinois del Nord assomigliava all’altro, presto si sarebbero avuti temporali e venti gelidi anche di giorno.
Gli venne annunciato, una domenica pomeriggio, che il suo vetro era pronto e con Betty si recò al negozio di Basher a prenderlo. Betty e lui furono tra gli ultimi nel campo ad avere il vetro, e questo perché Devan non voleva assolutamente approfittare della sua privilegiata situazione, in quanto amico di Orcutt, e per di più c’erano famiglie che ne avevano maggior bisogno di loro, famiglie con gente anziana, bebé e malati, sebbene di questi ultimi ce ne fossero pochissimi. Veramente pochi, pensò Devan, per quanto avessero per ogni evenienza un ospedale che era stato una delle loro prime realizzazioni.
Il primo vetro ottenuto era fragilissimo, verde, quasi opaco e Basher stava cercando di migliorarlo, quando Elmo Hodge, l’astronomo dilettante, seppe dei suoi tentativi e gli diede utilissimi consigli tra i quali come correggere il colore con l’aggiunta di sostanze chimiche che ne avrebbero creato uno complementare, eliminando ogni tinta non desiderata. Sapeva tutto ciò perché, per il suo lavoro intorno ai telescopi, era venuto a contatto con lenti e ottici. Hodge si interessò molto della cosa e si affiancò a Basher aiutandolo a costruire dapprima semplici vetri per finestre, ma progettando però la costruzione di lenti per telescopi, binocoli e microscopi.
— Se ben ricordo — disse Hodge — dovete sostituire il potassio per avere un vetro solido, e un po’ di calcio con del piombo per ottenere il vetro adatto alle lenti. — Si fregò le mani: — Dopo di ciò, potremo dedicarci a diversi tipi di vetro, tra cui il Pyrex e le lenti affumicate. Ci vorrà del tempo, ma ne varrà la pena. — Queste ultime parole Devan, ultimamente, le aveva sentite spessissimo e lui stesso le aveva dette mille volte.
Il vetro che Devan e Betty si portarono a casa era già migliore rispetto al primo: infatti aveva solo una traccia di verde ed era quasi del tutto trasparente. Le finestre erano state costruite in base a una misura standard, adottata dal campo, i vetri fabbricati secondo questa misura, uguale per tutte le finestre, potevano essere inseriti con la massima facilità.
Devan prese ogni precauzione nel sistemarli al loro posto e Betty insisté per aiutarlo e così mentre Devan sparse il mastice tutt’intorno al legno che formava l’intelaiatura della finestra, il compito di Betty fu quello di inserire i vetri nello spazio apposito e di far sì che aderissero perfettamente al mastice. Poi si preoccupò di aggiungere il mastice anche esternamente.
Quando Devan ebbe finito il lavoro alla prima finestra, Betty era solo a metà del suo. Non perché fosse più lenta, ma perché aveva altro da fare per la casa. Così Devan girò intorno al “cottage” e la trovò intenta a curare i suoi fiori.
— Siete il capo? — chiese lei.
— Già. Ci andate un po’ piano col lavoro.
— Se non mi aumentate la paga, certo.
— Avete una ricompensa più che sufficiente.
— Bene, mi dimetto da questo momento.
Betty gli sorrise. Era rimasta sempre la stessa che aveva conosciuto nello stabile della “Rasmussen”. Nonostante il molto lavoro da lei svolto nella Nuova Chicago, l’intensa espressione dei suoi occhi pervinca era quella di allora e sull’occhio cadeva sempre la stessa ciocca ribelle. Betty era abbronzata e certo, Devan decise, era la più bella donna del campo.
Ricambiò il suo sguardo. — A che cosa stavi pensando?
— A te.
— Non lo devi dire se non è vero.
— Non lo direi, se non fosse vero.
Gli sorrise di nuovo con una espressione così meravigliosa che lo costrinse a baciarla.
— Facciamo male, Devan?
— Che cosa? — Devan sapeva quello che Betty intendeva e, come lei non rispose, lui disse a bassa voce: — Non credo che facciamo male.
Tutti e due pensavano ai bambini che avevano lasciato là e di cui non parlavano mai, per non fare riferimento alcuno alle loro precedenti famiglie. Quando parlavano di bambini, lo facevano molto genericamente e vagamente. Ora avevano una ragione di parlarne apertamente, specificatamente.
Tutt’a un tratto, sentirono un insolito trambusto lungo la strada principale, chiamata Orcutt Street, strada che attraversava tutta la città fino al cancello che avevano costruito nei primi giorni, ma che non era mai chiuso.
— C’è qualcuno che urla fuori — disse Betty. — La gente sta uscendo dal cancello.
Capitava così di rado qualcosa, che tutti e due si precipitarono fuori a vedere. Quando si furono avvicinati, Devan e Betty videro un uomo nudo, nel quale riconobbero Eric Sudduth, disteso su una barella rudimentale fatta di canne e rami. Era pallidissimo in volto, il suo respiro era rapido, il suo corpo sudato e ansante, si guardava in giro con occhi sbarrati.
— Datemi una mano — disse Devan, sollevando la barella da un lato. — Portiamolo all’ospedale.
— Lasciatemi morire — urlò Sudduth. — Lasciatemi morire. Dio vuole che io muoia.
Mentre si dirigevano all’ospedale, i portatori della barella si imbatterono in Orcutt. — Cosa succede? — chiese, poi vide l’uomo disteso.
— L’hanno portato sino al cancello e l’hanno lasciato lì — gli spiegarono.
— Lasciatemi morire — ripeté Sudduth. — Dite loro di lasciarmi morire.
All’ospedale, dopo un rapido esame, gli fu riscontrata una appendicite e venne perciò portato subito in sala operatoria. — Pensate un po’: verrà anestetizzato con etere che Renthaler ha ricavato dall’alcool distillato di Costigan.
— Sarebbe molto meglio non farglielo sapere.
— E sarà operato con strumenti fatti di acciaio carbonico, lavorati da Gus Nelson che pure ama bere.
— Di una cosa sono sicura — disse Betty. — Non potrebbe essere in mani migliori di quelle dei due dottori che lo stanno operando.
— Erano interni al “Cook County Hospital” solo sette mesi fa, e non sapevano quali sviluppi avrebbe preso la loro carriera. Ora, hanno in mano la salute di tutta la Nuova Chicago.