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Non c’era segno di vita all’intorno.

Si chinò e toccò la roccia. Era dura, ma non tanto da non cedere un pochino. Non si fidò di allontanarsi da lì per non perdere di vista l’Occhio nel quale avrebbe potuto infilarsi in fretta, qualora fosse successo qualcosa.

Gridò. La sua voce fu portata via dal vento e nessuno gli rispose. Nulla si muoveva; solo il vento che agitava un poco l’erba. Non era alcun luogo che lui conoscesse.

Dieci anni di lavoro perduto. Ora si sarebbe dovuto cercare di correggere o di rifare tutto. Guardò ancora per un momento il luogo deserto, poi retrocesse. Il dottor Costigan era là, in attesa. La stanza illuminata gli parve, per contrasto, allegra.

— Ebbene? — Gli occhi del dottore erano ansiosi.

— Non è Chicago — Devan disse. — Solo una landa deserta e sassosa. Credo che non ci sia nulla. Almeno da quanto ho potuto vedere.

Il dottore lo guardò a lungo, prima di fermare la macchina. — Raccogliete le vostre capsule.

Devan si curvò e nello stesso tempo sentì le cavità nei denti toccandole con la lingua. Quando le ebbe raccolte, il dottore gli porse un bicchiere.

— Beviamo — disse il dottore. — Beviamo per commemorare ciò che voi probabilmente considerate dieci anni di lavoro sprecati.

— Non dico nulla — rispose Devan, lasciando che il dottore gli riempisse di vino il bicchiere. — Abbiamo l’Ago per fare altre prove. Possiamo trovare qualche altra via.

Il dottore scosse il capo con gravità. — Non ci sono altre vie.

Devan lo guardò acutamente. — Nessun altro mezzo? Cosa volete dire?

— Esattamente ciò che ho detto. Non possiamo farci niente.

— Possiamo invertire la polarità e vedere cosa succede. È già una cosa.

— Ma non potrà servire a niente.

— E perché?

— Lo feci con il primo Ago — disse Costigan, guardando nel suo bicchiere semivuoto. — Per caso cambiai la polarità e ciò non portò a nessun cambiamento. Infatti Basher ci entrò quando essa era in un senso, e il poliziotto quando era nell’altro. E tutti e due finirono qui.

Devan sentì di aver bisogno di un altro bicchiere, e si versò ancora da bere. Il dottore lo imitò.

— No, Devan, credo che non torneremo più a Chicago. Potremmo ora andare in un altro universo e poi in un altro ancora, sempre diverso, passando dall’Ago, e quindi siamo fortunati di esserci stabiliti qui.

— Penso — disse Devan — che se, come voi dite, noi ci mettessimo a peregrinare da un universo all’altro, alla fine troveremo quello da cui proveniamo.

— È solo una supposizione. E poi dovremmo passare attraverso un numero infinito di questi universi.

Devan finì di bere e osservò: — E poi non potreste mai più fabbricare un altro Ago dall’altra parte. A meno di farlo di rocce e d’erba.

— Sono solo un vecchio scienziato — rispose pensosamente Costigan. — Quando venimmo qui, avevamo tutti terribilmente bisogno di un motivo che ci tenesse uniti. E Orcutt ci diede il tesoro e la sua organizzazione. E io diedi la speranza del ritorno con questa macchina. Era semplice dire “inverti la polarità e il resto verrà da sé”. Ma in realtà nemmeno allora io ero sicuro che saremmo riusciti a tornare.

— Maledizione!

— Berrò ancora, non posso farne ameno — disse il dottore. — Il pensiero che mi ha perseguitato per dieci anni, e che non ho mai confidato a nessuno, si è purtroppo avverato e davanti a questa rivelazione è necessario un po’ di conforto, e dove lo trovo, se non nell’alcool?

18

— Deve essere presto — disse Sam Otto, chiudendo la porta dietro di sé e Basher. — Dove sono gli altri?

— Staranno arrivando — disse Devan, porgendo loro sedili improvvisati.

— Di sicuro non vorranno perdersi la prova — disse Sam. Poi con tono ironico: — Ma l’essere arrivato in anticipo mi dà modo di presentarvi, signor Basher, l’uomo che si offrirà come volontario per passare nell’Ago stanotte.

— Vattene all’inferno — disse Basher. — Mi è bastato fare il volontario una volta, è stato veramente abbastanza, ti giuro. Stavolta voglio solo assistere.

Intanto arrivavano gli altri. Orcut, Tooksberry, un po’ invecchiato, ma col volto molto più disteso di una volta; Holcombe che era più o meno lo stesso e un giovane in cui Devan riconobbe Johnny Selden, un operano della fonderia. Aveva circa sedici anni.

— Se non fosse per la presenza di Johnny, potremmo benissimo credere di essere ritornati a dieci anni fa.

— Speriamo che non finisca nello stesso modo — disse Basher.

Devan si toccò le otturazioni provvisorie di cera, ricordandosi cosa c’era dall’altra parte dell’Ago e sperando nello stesso tempo che i cinque uomini non rimanessero troppo sconcertati scoprendo che la macchina non li avrebbe, come credevano, riportati a Chicago.

Aveva esaminato il problema per ogni verso, ma la risposta era sempre la stessa: non poteva dir loro nulla Sino a che non fossero entrati e avessero constatato di persona.

— Cosa c’è Devan?

Devan sussultò nel sentirsi chiamare.

— Avete un’aria così assente e triste — gli stava dicendo Orcutt. — Coraggio! È la grande notte. Ce ne torniamo tutti a Chicago. Allegro. Avete una tale aria da funerale!

— Dovremmo fare un brindisi — disse Otto, guardando il dottore. — Avrete certamente la materia prima.

— Infatti — commentò asciutto Costigan.

— È il pensiero di tornare dopo dieci anni che mi rende nervoso — disse Devan.

— Sono molti dieci anni — Orcutt si alzò e pose il suo braccio intorno alle spalle di Devan. — Tutti noi della Nuova Chicago dovremo molto a voi e al dottore se l’Ago funzionerà o no. Se comunque riusciremo a ritornare a Chicago e alla civiltà, tanto maggiore sarà la nostra riconoscenza per voi che ce lo avrete permesso, l’uno col ricordarsi tante cose che noi avevamo dimenticato, e Costigan col suo duro lavoro anche materiale.

— Tutti ci hanno lavorato — precisarono Devan e Costigan — tutti ci hanno messo mano.

— Comunque, ciò è servito a tenerci uniti — disse Orcutt. — È tutto a posto?

— Sono pronto — disse Costigan — ma chi vuole entrarci?

Orcutt pose una mano sul capo di Johnny Selden. — Ecco, dottore. Il ragazzo arrossì.

— Ma non potete mandare un ragazzo!

— Non ha capsule da perdere!

— Cosa pensano i suoi genitori, Ed? — domandò Devan.

— Gli hanno lasciato completa libertà di decisione e lui ha confermato che ci vuole andare. Non ha che un vago ricordo di Chicago. Comunque non entrerà completamente; solo con la testa. Sei pronto, marmocchio?

Orcutt accompagnò il ragazzo all’Ago, mentre Costigan mise in marcia la macchina.

— Infilati dentro solo fino alle spalle, Johnny — disse Orcutt — noi ti terremo fermo. E lascia la tua mano da questa parte, per poterti aiutare a uscire in caso di pericolo.

Il ragazzo si inumidì le labbra. Inghiottì un paio di volte, e quindi si distese sul pavimento rivolto verso l’Ago, al quale si avvicinò a poco a poco, mentre Orcutt e Holcombe gli tenevano una gamba e Johnson e Basher l’altra.

— Buona fortuna — disse Sam Otto.

Il capo del ragazzo sparì a poco a poco, prima i capelli, poi le orecchie, fino alle spalle. Dapprima le sue mani furono rigide e sudate, poi sembrò rilassarsi e tutti, che lo osservavano con ansia, videro che si girava prima in un senso, poi nell’altro.

— Ma quando uscirà, per amor del cielo? — chiese Holcombe.

— È appena entrato — gli ricordò Costigan.

Devan poteva immaginare cosa il ragazzo stesse vedendo. Un cielo nuvoloso, la luna, il vento, pietre ed erba, a meno che il tempo, se pure tempo era, non fosse nel frattempo cambiato. Poteva piovere, o essere solo buio, senza vento e col cielo pulito, oppure la notte era luminosa, immobile con una grossa luna e i segni di una giornata calda…