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Merise digrignò i denti, lanciando un’occhiata a Narishma. L’Asha’man indossava giubba e pantaloni neri, come al solito, e i suoi lunghi capelli scuri erano raccolti in trecce che terminavano con dei campanelli. Oziava appoggiato ai tronchi. Aveva un volto giovanile, ma dal taglio sempre più pericoloso. Forse questo derivava dall’addestramento con gli altri Custodi di Merise. Forse proveniva dal frequentare persone che sottoponevano a interrogatorio uno dei Reietti.

«Il mio avvertimento…» iniziò di nuovo Merise.

«Una volta un soggetto sopravvisse un’intera ora dopo la trasfusione» disse Semirhage in un tono calmo e colloquiale. «La considero una delle mie più grandi vittorie. Soffrì per tutto quanto il tempo, naturalmente. Vero dolore, un’agonia che poteva sentire in ogni vena del suo corpo, addirittura fino a quelle invisibili delle dita. Non conosco altro modo di causare una tale sofferenza contemporaneamente a ogni parte del corpo.»

Incontrò lo sguardo di Merise. «Ti mostrerò il flusso, un giorno o l’altro.» Merise impallidì appena.

Con un rapido gesto della mano, Cadsuane intesse uno schermo di Aria attorno alla testa di Semirhage per impedirle dì udire, poi intesse Fuoco e Aria in due piccole palle di luce che piazzò proprio di fronte alla Reietta. Le luci non erano tanto brillanti da accecarla o danneggiarle gli occhi, ma le avrebbero impedito di vedere. Questo era un trucco particolare di Cadsuane: troppe Sorelle avrebbero pensato ad assordare un prigioniero, ma l’avrebbero lasciato in grado di vedere. Non si poteva mai sapere chi aveva imparato a leggere il labiale, e Cadsuane non aveva la minima intenzione di sottovalutare la sua attuale prigioniera.

Merise guardò Cadsuane con un guizzo di irritazione negli occhi.

«Stai perdendo il controllo su di lei» disse Cadsuane con fermezza, appoggiando il suo te sul pavimento accanto alla sedia.

Merise esitò, poi annuì con in volto un’espressione di pura rabbia. Probabilmente verso se stessa. «Non funziona nulla con questa donna» disse. «Non cambia mai il tono di voce, non importa quello che le facciamo. Ogni punizione a cui riesco a pensare non fa che generare nuove minacce. Ciascuna più sanguinosa della precedente! Luce!» Digrignò di nuovo i denti, ripiegando le braccia e inspirando a fondo attraverso il naso. Narishma si raddrizzò come per andare da lei, ma Merise gli fece cenno di restare indietro. Era adeguatamente decisa con i suoi Custodi, anche se apostrofava chiunque altro cercasse di tenerli al loro posto.

«Noi possiamo spezzarla» disse Cadsuane.

«Possiamo, Cadsuane?»

«Puah! Certo che possiamo. È umana, come chiunque altro.»

«Vero» disse Merise. «Anche se ha vissuto per tremila anni. Tremila, Cadsuane.»

«Ha trascorso la maggior parte di quel tempo imprigionata» disse Cadsuane arricciando il naso come per scacciare la questione. «Secoli rinchiusa nella prigione del Tenebroso, probabilmente in trance o in ibernazione. Sottrai quegli anni e non è più vecchia di nessuna di noi. Un po’ più giovane di alcune, suppongo.»

Era un sottile promemoria della sua stessa età , qualcosa che di rado veniva discusso fra le Aes Sedai. Quell’intera conversazione sull’età era, in effetti, un segno di quanto la Reietta metteva a disagio Merise. Le Aes Sedai erano esperte nell’apparire calme, ma c’era un motivo per cui Cadsuane aveva tenuto quelle che mantenevano lo schermo fuori dalla stanza. Rivelavano troppo. Perfino Merise, di solito imperturbabile, perdeva il controllo fin troppo spesso durante questi interrogatori.

Naturalmente, Merise e le altre — come tutte le donne nella Torre oggigiorno — non arrivavano ancora a quello che una Aes Sedai sarebbe dovuta essere. A queste Aes Sedai più giovani era stato permesso di diventare molli e deboli, propense ai battibecchi. Alcune avevano consentito a se stesse di lasciarsi convincere a giurare fedeltà a Rand al’Thor. A volte, Cadsuane desiderava poterle semplicemente mandare tutte in punizione per qualche decennio.

O forse era solo l’età di Cadsuane a parlare. Era vecchia, e questo la stava rendendo sempre più intollerante nei confronti della stupidità. Oltre due secoli fa, aveva giurato a se stessa che sarebbe vissuta per presenziare all’Ultima Battaglia, e non aveva importanza quanto ci sarebbe voluto. Usare l’Unico Potere allungava gli anni di una persona, e lei aveva scoperto che la determinazione e la risolutezza potevano estendere ancor di più quegli anni. Era una delle persone più vecchie al mondo.

Purtroppo i suoi anni le avevano insegnato che, per quanto uno facesse progetti o fosse determinato, non si poteva fare in modo che la vita andasse secondo i propri desideri. Tuttavia ciò non le impediva di essere irritata quando questo non accadeva. Si sarebbe potuto pensare che gli anni le avrebbero anche insegnato a essere paziente, ma avevano fatto l’opposto. Più invecchiava, meno era incline ad aspettare, poiche sapeva che non le rimaneva molto tempo.

Tutti quelli che affermavano che la vecchiaia aveva portato loro la pazienza o mentivano, oppure erano senili.

«Può essere spezzata e lo sarà» ripete Cadsuane. «Non ho intenzione di permettere che una persona che conosce flussi dall’Epoca Leggendaria si lasci semplicemente giustiziare. Tireremo fuori ogni brandello di conoscenza dal cervello di quella donna, anche se dovremo usare alcuni dei suoi stessi flussi ‘creativi’ su di lei.»

«L’a’dam… se solo il lord Drago ci permettesse di usarlo su di lei…» disse Merise, lanciando un’occhiata a Semirhage.

Se mai Cadsuane era stata tentata di venir meno alla sua parola, era per quello. Bastava far scivolare un a’dam al collo della donna… ma no, per costringere una persona a parlare con un a’dam bisognava infliggerle dolore. Era lo stesso che la tortura, e al’Thor l’aveva proibito. Semirhage aveva chiuso gli occhi per via delle luci di Cadsuane, ma era ancora calma e controllata. Cosa passava per la testa di quella donna? Stava attendendo di essere salvata? Pensava di costringerli a giustiziarla in modo da poter evitare la vera tortura? Presumeva davvero di poter essere in grado di fuggire, poi sfogare la sua vendetta sulle Aes Sedai che l’avevano interrogata?

Probabilmente quest’ultima cosa… ed era difficile non provare almeno un briciolo di apprensione. Quella donna conosceva cose sull’Unico Potere che non erano sopravvissute nemmeno nelle leggende. Tremila anni erano un lasso di tempo lungo, lunghissimo. Semirhage era forse in grado di infrangere uno schermo in un modo sconosciuto? E se poteva, perché non l’aveva già fatto? Cadsuane non sarebbe stata del tutto tranquilla finche non fosse stata in grado di mettere le mani su un po’ di quel te di radice biforcuta.

«Puoi lasciar andare i tuoi flussi, Cadsuane» disse Merise alzandosi in piedi. «Mi sono calmata. Temo che dovremo appenderla fuori dalla finestra per un po’, come ho detto. Forse possiamo minacciarla col dolore. Non può sapere delle sciocche richieste di al’Thor.» Cadsuane si sporse in avanti, rilasciando i flussi che tenevano sospese le luci davanti agli occhi della Reietta, ma senza togliere lo schermo di Aria che le impediva di udire. Gli occhi di Semirhage si aprirono di scatto, poi trovarono rapidamente Cadsuane. Sì, lei sapeva chi era al comando. Due occhi fissi.

Merise continuò a interrogarla, chiedendo di Graendal. Al’Thor pensava che l’altra Reietta potesse trovarsi da qualche parte nell’Arad Doman. Cadsuane era di gran lunga più interessata ad altre domande, ma Graendal era un punto di partenza accettabile.

Stavolta Semirhage rispose alle domande di Merise col silenzio, e Cadsuane si ritrovò a pensare ad al’Thor. Il ragazzo aveva resistito al suo insegnamento in modo tanto cocciuto quanto Semirhage resisteva all’interrogatorio. Oh, vero, aveva imparato qualcosa di poca importanza: come trattarla con un certo rispetto, come almeno simulare cortesia. Ma nient’altro.

Cadsuane odiava ammettere il fallimento. E questo non era un fallimento, non ancora, ma ci andava vicino. Quel ragazzo era destinato a distruggere il mondo. E forse anche a salvarlo. Il primo fatto era inevitabile, il secondo condizionato. Cadsuane poteva desiderare che le due cose fossero invertite, ma i desideri erano utili quanto monete intagliate dal legno. Si potevano dipingere come volevi, ma restavano comunque di legno.