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Digrignò i denti, scacciando il ragazzo dalla sua mente. Doveva sorvegliare Semirhage. Ogni volta che la donna parlava, poteva essere un indizio. Semirhage le restituì lo sguardo, ignorando Merise.

Come si poteva spezzare una delle donne più potenti mai vissute? Una donna che aveva perpetrato innumerevoli atrocità durante i giorni delle meraviglie, prima ancora della liberazione del Tenebroso? Incontrando quegli occhi neri come onici, Cadsuane si rese conto di qualcosa. La proibizione di al’Thor di far del male a Semirhage non aveva senso. Non potevano spezzare questa donna col dolore. Semirhage era la grande torturatrice dei Reietti, una donna affascinata dalla morte e dalla sofferenza.

No, non si sarebbe spezzata a quel modo, perfino se avessero potuto usare quei mezzi. Con un brivido, guardando in quegli occhi, Cadsuane pensò di vedere qualcosa di se stessa in quella creatura. Età , astuzia, riluttanza a smuoversi.

Ciò, dunque, la lasciava con una domanda. Se le fosse stato affidato quel compito, come avrebbe fatto Cadsuane a spezzare se stessa?

Il concetto era così inquietante che fu sollevata quando Corele interruppe l’interrogatorio qualche momento dopo. La Murandiana snella e allegra era leale a Cadsuane ed era stata in servizio a sorvegliare al’Thor questo pomeriggio. La notizia di Corele che presto al’Thor si sarebbe incontrato con i suoi capi Aiel mise fine all’interrogatorio, e le tre Sorelle che mantenevano lo schermo entrarono e trascinarono via Semirhage fino alla stanza dove l’avrebbero messa, legata e imbavagliata con flussi di Aria.

Cadsuane osservò la Reietta andare, trasportata su flussi di Aria, poi scosse il capo. Semirhage era stata solo il primo atto della giornata. Adesso era il momento di trattare con il ragazzo.

6

Quando il ferro fonde

Rodel Ituralde aveva visto parecchi campi di battaglia. Alcune cose erano sempre le stesse. Uomini morti ammonticchiati come pile di stracci. Corvi desiderosi di cenare. Gemiti, urla, piagnucolii e borbottii per quelli tanto sfortunati da aver bisogno di molto tempo per morire. Ogni campo di battaglia aveva anche il suo marchio distintivo. Si poteva leggere una battaglia come le tracce lasciate dalla selvaggina. Cadaveri distesi in file inquietantemente dritte indicavano una carica di fanteria che era stata spinta contro raffiche di frecce. Corpi sparpagliati e travolti erano il risultato di fanteria andata in rotta davanti alla cavalleria pesante. Questa battaglia aveva visto una gran quantità di Seanchan schiacciati contro le mura di Darluna, dove avevano combattuto in preda alla disperazione. Inchiodati contro la pietra. Una sezione delle mura era stata completamente divelta, in cui alcune damane avevano cercato di fuggire dentro la città. Combattere nelle strade e fra le case avrebbe favorito i Seanchan. Non avevano fatto in tempo.

Ituralde cavalcò il suo castrone roano attraverso quel caos. La battaglia era sempre un caos. Le uniche battaglie ordinate erano quelle nei racconti o nei libri di storia. Quelle erano state sfregate e ripulite dalle mani abrasive degli studiosi che cercavano la concisione. ‘Gli attaccanti vinsero, cinquantatremila morti’ oppure ‘I difensori ressero, ventimila caduti’.

Cosa sarebbe stato scritto di questa battaglia? Sarebbe dipeso da chi lo scriveva. Avrebbero trascurato di includere il sangue, compattato nella terra a formare del fango. I corpi, spezzati, trafitti e mutilati. La terra, lacerata in solchi da damane adirate. Forse avrebbero ricordato i numeri: spesso quelli parevano importanti agli scribi. Metà dei centomila di Ituralde, morti. Su qualunque altro campo di battaglia, cinquantamila vittime lo avrebbero ricoperto di vergogna e fatto adirare. Ma aveva affrontato una forza, i tre volte superiore, e con delle damane al suo interno.

Seguì il giovane messaggero che era venuto a prenderlo, un ragazzo di forse dodici anni, che indossava un’uniforme seanchan rossa e verde. Superarono uno stendardo caduto, che pendeva da un’asta rotta con la punta conficcata nel fango. Recava l’emblema di un sole attraversato da sei gabbiani. Ituralde odiava non sapere nulla delle casate e dei nomi degli uomini che stava combattendo, ma non c’era modo di capirlo con quegli stranieri Seanchan. Le ombre proiettate dal sole morente della sera striavano il campo. Presto una coltre di oscurità avrebbe cullato i corpi, e i sopravvissuti avrebbero potuto fingere per un po’ che la prateria fosse una tomba per i loro amici. E per le persone che i loro amici avevano ucciso. Aggirò una collinetta, arrivando a uno schema sparpagliato di ufficiali Seanchan caduti. Molti di questi morti indossavano quegli elmi simili a insetti. Piegati, fratturati o ammaccati. Occhi morti fissavano vuoti dalle aperture fra mandibole contorte.

Il generale Seanchan era vivo, anche se a malapena. Non aveva l’elmo e le sue labbra erano sporche di sangue. Era appoggiato contro un grosso macigno ricoperto di muschio, la schiena sostenuta da un mantello arrotolato, come se stesse aspettando che gli venisse portato un pasto. Ovviamente quell’immagine era guastata dalle sue gambe fratturate e dall’impugnatura spellata di una lancia che gli perforava lo stomaco.

Ituralde smontò. Come molti dei suoi uomini, portava abiti da operaio: semplici pantaloni e giacca marrone, presi in prestito dall’uomo che aveva indossato l’uniforme di Ituralde come parte della trappola.

Non indossare l’uniforme gli dava una sensazione strana. Un uomo come questo generale Turan non meritava un soldato in abiti grezzi. Ituralde fece cenno al giovane messaggero di stare indietro, fuori dalla portata d’udito, poi si avvicinò da solo al Seanchan.

«Dunque sei tu» disse Turan, alzando lo sguardo verso Ituralde, parlando nel modo lento e strascicato dei Seanchan. Era un uomo robusto, tutt’altro che alto, con un naso a punta. I suoi capelli neri tagliati cortissimi erano rasati da ciascun lato della testa per circa due dita, e il suo elmo giaceva per terra accanto a lui, con tre piume bianche. Allungò un’incerta mano guantata di nero e si deterse il sangue dall’angolo della bocca.

«Sono io» disse Ituralde.

«Ti definiscono un ‘gran capitano ‘ a Tarabon.»

«È così.»

«È meritato» disse Turan tossendo. «Come ci sei riuscito? I nostri esploratori…» La tosse lo squassò.

«I raken» disse Ituralde una volta che la tosse si fu placata. Si accovacciò accanto al suo nemico. Il sole era ancora una scheggia a ovest, e illuminava il campo di battaglia con un bagliore di luce rosso-dorata. «I tuoi esploratori vedono dall’alto, ed è facile nascondere la verità dalla distanza.»

«L’esercito dietro di noi?»

«Donne e giovani, perlopiu’» rispose Ituralde. «Anche un discreto numero di contadini. Che indossavano uniformi prese dalle mie truppe qui.»

«E se avessimo fatto dietro front e avessimo attaccato?» «Non l’avreste fatto. I vostri raken vi hanno detto che eravate in inferiorità numerica. Meglio dare la caccia alla forza più piccola davanti a voi. O meglio ancora dirigervi verso la città che, stando ai vostri esploratori, era a malapena difesa, perfino se significava che i vostri uomini avrebbero dovuto marciare fin quasi allo sfinimento.»

Turan tossì di nuovo, annuendo. «Sì. Sì, ma la città era vuota. Come sei riuscito a farvi entrare le truppe?»

«Gli esploratori nell’aria» disse Ituralde «non possono vedere dentro gli edifici.»

«Hai ordinato alle tue truppe di nascondersi lì dentro così a lungo?»

«Sì» disse Ituralde. «Con una rotazione che consentiva a un piccolo numero di uscire ogni giorno a lavorare i campi.»

Turan scosse il capo per l’incredulità. «Ti rendi conto di cos’hai fatto?» disse. Non c’era minaccia nella sua voce. In effetti, c’era una buona dose di ammirazione. «La Somma Signora Suroth non accetterà mai questo fallimento. Dovrà spezzarvi ora, anche solo per salvare la faccia.»