«Lo so» replicò Ituralde alzandosi in piedi. «Ma non posso ricacciarvi indietro attaccandovi nelle vostre fortezze. Ho bisogno che veniate voi da me.»
«Tu non capisci i numeri di cui disponiamo…» disse Turan. «Quella che hai distrutto oggi è solo una brezza a paragone della tempesta che hai sollevato. Oggi sono sfuggiti abbastanza dei miei per raccontare dei tuoi trucchi. Non funzioneranno di nuovo.»
Aveva ragione. I Seanchan imparavano in fretta. Ituralde era stato costretto a interrompere le sue scorrerie a Tarabon per via della loro rapida reazione.
«Sai che non puoi batterci» disse Turan piano. «Lo vedo nei tuoi occhi, gran capitano.» Ituralde annuì.
«Perche, allora?» chiese Turan.
«Perche un corvo vola?» domandò a sua volta Ituralde. Turan tossì debolmente.
Ituralde sapeva che non poteva vincere la sua guerra contro i Seanchan. Stranamente, ciascuna delle sue vittorie lo rendeva più certo della sua conclusiva sconfitta. I Seanchan erano astuti, ben equipaggiati e disciplinati. Soprattutto erano perseveranti.
Turan stesso doveva aver capito di essere spacciato nel momento in cui quei cancelli si erano aperti. Ma non si era arreso; aveva combattuto finche il suo esercito non era andato in rotta, sparpagliandosi in troppe direzioni perché le truppe esauste di Ituralde potessero catturarli. Turan comprendeva, A volte la resa non valeva il prezzo. Nessun uomo accettava volentieri la morte, ma esistevano destini peggiori per un soldato. Abbandonare la propria patria agli invasori… be’, Ituralde non poteva farlo. Nemmeno se lo scontro era impossibile da vincere. Faceva quello che andava fatto, quando andava fatto. E in questo momento, l’Arad Doman doveva combattere. Avrebbero perso, ma i loro figli avrebbero sempre saputo che i loro padri avevano opposto resistenza. Quella resistenza sarebbe stata importante fra cento anni, quando sarebbe sorta una ribellione. Se fosse sorta.
Ituralde si alzò in piedi, con l’intenzione di tornare dai suoi soldati in attesa.
Turan fece uno sforzo, protendendo la mano verso la sua spada. Ituralde esitò, voltandosi indietro.
«Lo farai?» chiese Turan.
Ituralde annuì, sfoderando la propria lama.
«È stato un onore» disse Turan, poi chiuse gli occhi. La spada di Ituralde — col simbolo dell’airone — spiccò la testa dell’uomo un attimo dopo. La spada stessa di Turan recava un airone,. i malapena visibile sullo scintillante pezzo di lama che il Seanchan era riuscito a estrarre. Era un peccato che quei due non fossero stati in grado di incrociare le spade… anche se, in un certo senso, era proprio quello che avevano fatto nelle passate settimane, seppure su una scala differente.
Ituralde ripulì la lama, poi la fece scivolare di nuovo nel fodero. In un ultimo gesto, estrasse la lama di Turan e la conficcò nel terreno accanto al generale caduto. Poi rimontò in sella e, con un cenno di addio al messaggero, tornò indietro attraverso il campo di cadaveri in ombra.
I corvi erano arrivati.
«Ho cercato di incoraggiare diversi servitori e guardie di palazzo» disse piano Leane, seduta accanto alle sbarre della sua cella. «Ma è difficile.» Sorrise, lanciando un’occhiata a Egwene, seduta su uno sgabello fuori dalla cella. «Non sono particolarmente attraente questi giorni.» Il sorriso di Egwene in risposta fu ironico e lei parve capire. Leane indossava lo stesso vestito con cui era stata catturata, e non era stato ancora lavato a dovere. Una mattina ogni tre, se lo toglieva e usava il secchio d’acqua mattutino — dopo essersi ripulita con uno straccio umido — per lavare il vestito nel suo catino. Ma senza sapone non si poteva fare molto. Si era intrecciata i capelli per dare un’impressione di pulizia, ma non poteva fare nulla per le sue unghie rovinate.
Leane sospirò, pensando a quelle mattine passate in piedi nell’angolo della sua cella, nascosta alla vista, completamente nuda mentre aspettava che il suo abito e la sottoveste asciugassero. Solo perché era Domanese, non voleva dire che le piacesse mettersi in mostra senza niente addosso. Un’adeguata seduzione richiedeva abilità e sottigliezza; la nudità non usava nessuna delle due.
La sua cella non era male, tutto sommato: aveva un piccolo letto, pasti, acqua in abbondanza, un pitale che veniva cambiato ogni giorno. Ma non le era mai consentito di uscire, ed era sorvegliata sempre da due Sorelle che la mantenevano schermata. L’unica che le faceva visita — a parte quelle che cercavano di carpirle informazioni sul Viaggiare — era Egwene.
L’Amyrlin sedeva sul suo sgabello con espressione pensierosa. E lei era l’Amyrlin. Era impossibile pensare a lei in qualunque altro modo. Come poteva una donna così giovane aver imparato tanto in fretta? Quella schiena dritta, quell’espressione tranquilla. Avere il controllo non riguardava tanto il potere che si deteneva, quanto quello che si faceva intendere di avere. Era molto simile al trattare con gli uomini, in effetti.
«Hai… sentito qualcosa?» chiese Leane. «Su quello che hanno intenzione di fare con me?» Egwene scosse il capo. Due Sorelle Gialle sedevano a chiacchierare lì vicino sulla panca, illuminata da una lampada sul tavolo accanto a loro. Leane non aveva risposto a nessuna delle domande che le sue carceriere le avevano posto, e la legge della Torre era molto severa sugli interrogatori di altre Sorelle. Non potevano farle del male, specialmente non con il Potere. Ma potevano semplicemente lasciarla lì, a marcire.
«Grazie per essere venuta a farmi visita queste sere» disse Leane, allungando una mano attraverso la grata delle sbarre per prendere quella di Egwene. «Credo di doverlo a te, se non sono impazzita.»
«L’ho fatto con piacere» disse Egwene, anche se i suoi occhi mostravano una traccia della spossatezza che senza dubbio sentiva. Alcune delle Sorelle che visitavano Leane menzionavano le percosse che Egwene stava subendo come ‘punizioni’ per la sua insubordinazione. Strano come una novizia, per essere istruita, poteva essere picchiata, e una prigioniera per essere interrogata invece no. E, nonostante il dolore, Egwene veniva a far visita a Leane nella sua cella praticamente ogni notte.
«Farò in modo che tu venga liberata, Leane» promise Egwene, ancora tenendole la mano.
«La tirannia di Elaida non può durare. Sono sicura che non manca molto, ormai.»
Leane annuì, lasciando andare la mano e alzandosi in piedi. Egwene afferrò le sbarre e si tirò in piedi, sussultando appena un poco per quel movimento. Salutò Leane con un cenno del capo, poi esitò, accigliandosi.
«Cosa c’è?» domandò Leane.
Egwene tolse le mani dalle sbarre e si guardò i palmi. Parevano ricoperti di una sostanza riflettente e simile alla cera. Accigliandosi a sua volta, Leane guardò le sbarre e rimase sconcertata nel vedere le impronte delle mani di Egwene sul ferro.
«Per la Luce, cosa…» disse Leane, toccando una delle sbarre. Quella si piegò sotto il suo dito come cera calda sul bordo dell’incavo di una candela.
All’improvviso le pietre sotto i piedi di Leane si mossero e lei si sentì affondare. Lanciò un urlo. Globi di cera fusa iniziarono a piovere dal soffitto, schizzandole in faccia. Non erano caldi, ma erano in qualche modo liquidi. Avevano il colore della pietra!
Lei annaspò in preda al panico, incespicando e scivolando mentre i suoi piedi affondavano più in profondità nel pavimento troppo sdrucciolevole. Lo sbarre si sciolsero del tutto mentre Leane osservava, col ferro che colava dai lati, poi si liquefaceva.
«Aiuto!» urlò Egwene alle Gialle lì fuori. «Maledizione a voi! Smettetela di starvene imbambolate!»
Leane si sforzò di trovare un punto d’appoggio, terrorizzata, cercando di tirarsi lungo le sbarre verso Egwene. Afferrò solo cera. Un pezzo di sbarra lesi frantumò in mano, sgusciandole Ira le dita, e il pavimento si deformò sotto di lei, risucchiandola in basso.
E poi fili d’Aria la afferrarono, strattonandola via. La stanza sussultò mentre lei veniva scagliata in avanti contro Egwene, sbattendo la donna più giovane all’indietro. Le due Gialle — Musarin dai capelli bianchi e la bassa Gelarna — erano balzate in piedi e il bagliore di saidar le circondava. Musarin chiese aiuto, osservando la cella che si fondeva con occhi sgranali.