Leane si raddrizzò, allontanandosi carponi da Egwene, con il vestito e le gambe ricoperti di quella strana cera, e indietreggiò dalla cella. Il pavimento nel corridoio pareva stabile. Luce, come desiderava poter essere in grado di abbracciare la Fonte da se! Me era troppo piena di radice biforcuta, per non parlare dello schermo.
Egwene si rimise in piedi aiutata da Leane. La stanza rimase immobile, la lampada tremolava e tutte quante fissavano la cella. Quello scioglimento era terminato, le sbarre si erano divise, le metà superiori si erano congelate con stille d’acciaio sulle punte, quelle inferiori si erano piegate verso l’interno. Molte erano state appiattite contro le pietre dalla fuga di Leane. Il pavimento all’interno della stanza si era afflosciato al suo interno come un imbuto, con le rocce che si allungavano. Quelle pietre recavano i graffi dove Leane le aveva scalfite mentre si allontanava arrancando.
Leane si mise in piedi, accorgendosi che erano passati solo pochi secondi. Cosa avrebbero dovuto fare? Sgattaiolare via dalla paura? Anche il resto del corridoio si sarebbe sciolto? Egwene si fece avanti, picchiettando una delle sbarre con la punta del piede. Resiste. Anche Leane fece un passo avanti e il suo vestito scrocchiò, con pezzetti di pietra — come cemento — che cadevano per terra. Abbassò una mano e sfiorò la propria gonna, tastando una patina di roccia scabra invece di cera.
«Questo genere di cose è sempre più frequente» disse Egwene con calma, lanciando un’occhiata alle due Gialle. «Il Tenebroso sta diventando più forte. L’Ultima Battaglia si avvicina. Cosa sta facendo la vostra Amyrlin al riguardo?»
Musarin la guardo’; l’alta e matura Aes Sedai pareva profondamente turbata. Leane prese esempio da Egwene, costringendosi a stare calma, e si andò a mettere accanto all’Amyrlin, con pezzetti di pietra che cadevano dal suo abito.
«Sì, bene» disse Musarin. «Tu tornerai alle tue stanze, novizia. E tu…» Lanciò un’occhiata a Leane, poi ai resti della cella. «Dovremo… trasferirti.»
«E procurarmi anche un nuovo vestito, presumo» disse Leane, piegando le braccia.
Gli occhi di Musarin guizzarono verso Egwene. «Vai. Queste non sono più faccende che ti riguardano, bambina. Ci prenderemo cura noi della prigioniera.»
Egwene digrignò i denti, ma poi si voltò verso Leane. «Sii forte» le disse, poi si affrettò ad andarsene, avviandosi lungo il corridoio.
Esausta, turbata da quella bolla di male che aveva deformato la roccia, Egwene procedette con gonne fruscianti verso l’ala della Torre che conteneva gli alloggi delle novizie. Cosa ci sarebbe voluto per convincere quelle sciocche donne che non c’era tempo da perdere in bisticci?
L’ora era tarda e poche donne si trovavano nei corridoi, nessuna delle quali era una novizia. Egwene superò diversi servitori che si davano da fare per i compiti notturni, dai piedi calzati in morbide pantofole che non facevano rumore sulle piastrelle del pavimento. Questi settori della Torre erano abbastanza popolati da avere lampade accese alle pareti, che irradiavano una luce soffusa e arancione. Cento diverse piastrelle lucidate riflettevano le fiammelle tremolanti, simili a occhi che osservavano Egwene mentre camminava.
Era difficile comprendere come questa serata tranquilla si fosse tramutata in una trappola che aveva quasi ucciso Leane. Se non ci si poteva fidare nemmeno della terra stessa, allora di cosa? Egwene scosse il capo, troppo stanca e dolorante al momento per pensare a delle soluzioni. Notò a malapena quando le mattonelle del pavimento passarono dal grigio a un marrone intenso. Si limitò a proseguire nell’ala della Torre, contando le porte che superava. La sua era la settima…
Si immobilizzò, accigliandosi verso un paio di Sorelle Marroni: Maenadrin — una Saldeana — e Negaine. Le due stavano parlando in sussurri sommessi e guardarono torvo Egwene mentre le superava. Perche mai si trovavano negli alloggi delle novizie?
Ma… un momento. Gli alloggi delle novizie non avevano piastrelle marroni. Questa sezione avrebbe dovuto avere semplici mattonelle grigie. E le porte nel corridoio erano poste a intervalli troppo ampi. Questi non parevano affatto gli alloggi delle novizie! Era così stanca da essere andata in una direzione completamente sbagliata?
Tornò sui suoi passi, superando di nuovo le due Marroni. Trovò una finestra e guardò fuori. La bianca distesa rettangolare dell’ala della Torre si estendeva attorno a lei, proprio come avrebbe dovuto. Non si era persa.
Perplessa, guardò di nuovo lungo il corridoio. Maenadrin aveva incrociato le braccia, scrutando Egwene con un paio di occhi scuri. Negaine, alta ed esile, avanzò verso Egwene.
«Quali faccende devi sbrigare qui a quest’ora della notte, bambina?» domandò. «Ti ha mandato a chiamare una Sorella? Dovresti tornare nella tua stanza per dormire.»
Incapace di parlare, Egwene indicò fuori dalla finestra. Negaine diede un’occhiata e si accigliò. Rimase immobile, ansimando piano. Tornò a guardare il corridoio, poi di nuovo fuori, come se non fosse in grado di credere ai suoi occhi.
In pochi minuti l’intera Torre era in subbuglio. Egwene, dimenticata, stava da una parte del corridoio con un capannello di novizie dagli occhi assonnati mentre le Sorelle discutevano tra loro con voci tese, cercando di stabilire cosa fare. Pareva che due sezioni della Torre fossero state scambiate, e le Sorelle Marroni che sonnecchiavano fossero state spostate dalla loro zona nei livelli superiori giù nell’ala. Le stanze delle novizie — intatte — si erano ritrovate dove erano stati gli alloggi delle Sorelle Marroni. Nessuno si ricordava di movimenti o vibrazioni quando lo scambio era avvenuto, e il trasferimento appariva senza strappi. Una linea di piastrelle del pavimento era stata divisa proprio nel mezzo, poi fusa con mattonelle dalla sezione che era stata spostata.
Sta andando sempre peggio, pensò Egwene mentre le Sorelle Marroni decidevano — per ora — che avrebbero accettato lo scambio. Non potevano davvero trasferire delle Sorelle in stanze delle dimensioni di quelle che usavano le novizie.
Questo avrebbe lasciato le Marroni divise, per metà nell’ala, per metà nella loro vecchia ubicazione… con un gruppo di novizie in mezzo a loro. Una divisione che ben rappresentava quelle meno visibili che le Ajah stavano soffrendo.
Alla fine, esauste, Egwene e le altre vennero mandate a dormire… anche se ora doveva arrancare su per molte rampe di scale prima di raggiungere il suo letto.
7
Il piano per l’Arad Doman
«Sta arrivando una tempesta» disse Nynaeve, guardando fuori dalla finestra del maniero.
«Sì» replicò Daigian dalla sua sedia vicino al caminetto senza curarsi di guardare la finestra.
«Penso che tu possa aver ragione, cara. Dico io, sembra che sia nuvoloso da settimane!»
«È passata solo una settimana» disse Nynaeve, tenendo la sua lunga treccia scura in una mano. Lanciò un’occhiata all’altra donna. «Sono ormai dieci giorni che non vedo un pezzetta di cielo sereno.»
Daigian si accigliò. Apparteneva all’Ajah Bianca, ed era grassoccia e formosa. Portava una piccola pietra sulla fronte come faceva Moiraine tempo addietro, anche se, giustamente, quella di Daigian era una pietra di luna bianca. Pareva che quella tradizione avesse qualcosa a che fare con l’essere una nobildonna cairhienese, proprio come per le quattro sferzate di colore che la donna portava sul suo vestito.
«Dieci giorni, dici?» chiese Daigian, «Ne sei certa?»
Nynaeve lo era. Prestava attenzione al tempo: quello era uno dei compiti della Sapiente di un villaggio. Ora era una Aes Sedai, ma questo non voleva dire che avesse smesso di essere chi era una volta. Il tempo era sempre più in fondo alla sua mente. Poteva percepire la pioggia, il sole o la neve nei sussurri del vento.