Quello gli dava tempo. Almeno un po’.
Arganda stava ancora osservando. Il capitano indossava il suo pettorale lucidato e aveva l’elmo a fessura sottobraccio. Quell’uomo tarchiato non era un ufficiale montato e vanesio, ma un uomo comune che aveva conseguito i suoi gradi uno a uno. Combatteva bene e faceva come gli veniva ordinato. Di solito.
«Non ho intenzione di cedere su questo, Arganda» disse Perrin, trascinandosi lungo il terreno umido sotto il carro.
«Non potremmo almeno usare dei passaggi?» chiese Arganda, inginocchiandosi, con i capelli ingrigiti — tagliati corti — che quasi sfioravano il terreno mentre scrutava sotto il carro.
«Gli Asha’man sono quasi morti dalla fatica» sbottò Perrin. «Lo sai.»
«Sono troppo stanchi per intessere un passaggio ampio,» disse Arganda «ma forse potrebbero inviare un piccolo gruppo. La mia signora è esausta per la sua prigionia! Di certo non avrai intenzione di farla marciare!»
«Anche i rifugiati sono stanchi» disse Perrin. «Alliandre può avere un destriero da cavalcare, ma partirà quando lo farà il resto di noi. Voglia la Luce che sia presto.» Arganda sospirò, ma annuì. Si alzò in piedi mentre Perrin passava le dita lungo l’assale. Poteva percepire la tensione nel legno con un’occhiata, ma preferiva toccare. Il tatto era più affidabile. C’erano sempre una frattura o delle schegge dove il legno si indeboliva, e si poteva sentire se era prossimo alla rottura. In quel senso il legno era affidabile. A differenza degli uomini. A differenza di lui stesso.
Digrignò i denti. Non voleva pensare a quello. Doveva continuare a lavorare, doveva continuare a fare qualcosa per distrarsi. Gli piaceva lavorare. Di recente aveva avuto poche opportunità di farlo. «Il prossimo!» disse, la sua voce che riverberava contro il fondo del carro.
«Mio signore, dovremmo attaccare!» dichiarò una voce impetuosa accanto al veicolo. Perrin appoggiò di nuovo la testa contro l’erba ben calpestata, chiudendogli occhi. Bertain Gallenne, lord capitano delle Guardie Alate, era per Mayene quello che Arganda era per Ghealdan. A parte quell’unica somiglianza, i due capitani erano completamente diversi. Perrin poteva vedere i grossi stivali stupendamente lavorati di Bertain, con fibbie a forma di falchi, da sotto il carro.
«Mio signore,» continuò Bertain «un’abile carica delle Guardie Alate sbaraglierebbe quella marmaglia Aiel, ne sono certo. Insomma, abbiamo avuto ragione facilmente degli Aiel qui nella città.»
«Allora avevamo con noi i Seanchan» disse Perrin, terminando con l’assale posteriore e strisciando verso il davanti per controllare quello anteriore. Indossava la sua vecchia giacca macchiata. Faile lo avrebbe rimproverato per questo. Avrebbe dovuto avere l’aspetto di un lord. Ma lei si aspettava davvero che indossasse una giacca elegante se doveva trascorrere un’ora steso sull’erba fangosa a controllare il fondo dei carri?
Faile non avrebbe voluto che stesse sull’erba fangosa, tanto per cominciare. Perrin esitò, la mano sull’assale anteriore, pensando ai suoi capelli corvini e al caratteristico naso saldeano. Era la totalità del suo amore. Era tutto per lui.
Ce l’aveva fatta: l’aveva salvata. Perciò perché si sentiva come se la situazione fosse quasi pessima come prima? Avrebbe dovuto gioire, avrebbe dovuto essere in estasi, sentirsi sollevato. Si era preoccupato così tanto per lei durante la sua prigionia. Eppure, adesso che era al sicuro, tutto gli dava comunque una sensazione sbagliata. In un modo o nell’altro. Per ragioni che non riusciva a spiegare.
Luce! Perche nulla andava mai come doveva? Abbassò una mano verso la tasca, volendo tastare la corda annodata che una volta aveva tenuto lì. Ma l’aveva gettata via. Smettila!, pensò. Lei è di nuovo con te. Tutto può tornare com’era prima fra noi. Non è così?
«Sì, be’,» proseguì Bertain «suppongo che la partenza dei Seanchan possa costituire un problema in un attacco. Ma quel gruppo di Aiel accampato là fuori è più piccolo di quello che abbiamo già sconfitto. E, se sei preoccupato, puoi inviare un messaggio a quel generale Seanchan e riportarla indietro. Di sicuro vorrebbe combattere di nuovo al nostro fianco!» Perrin si costrinse a tornare al presente. I suoi sciocchi problemi erano irrilevanti; adesso quello di cui aveva bisogno era far muovere questi carri. L’assale anteriore andava bene. Si voltò e si spinse fuori da sotto il vagone.
Bertain era di media statura, anche se le tre piume sul suo elmo lo facevano sembrare più alto. Portava la sua benda rossa per l’occhio — Perrin non sapeva dove l’avesse perso — e la sua armatura scintillava. Pareva eccitato, come se il silenzio di Perrin volesse dire che avrebbero attaccato.
Perrin si alzò in piedi, togliendosi la polvere dai suoi semplici pantaloni marroni. «Partiamo» disse, poi sollevò una mano per impedire altre obiezioni. «Abbiamo sconfitto le sette qui, ma le avevamo drogate con la radice biforcuta e avevamo delle damane dalla nostra parte. Siamo stanchi, feriti, e abbiamo di nuovo Faile. Non ci sono ulteriori motivi per combattere. Ce ne andiamo.»
Bertain non pareva soddisfatto, ma annuì e si voltò, diretto a passi pesanti sul terreno fangoso verso il punto dove i suoi uomini erano in sella ai loro destrieri. Perrin guardò il piccolo capannello di persone assiepate attorno al carro per parlare con lui. Una volta questo tipo di faccende lo aveva frustrato. Pareva un compito inutile, dato che molti dei supplicanti sapevano quale sarebbe stata la sua risposta.
Ma avevano bisogno di udire quelle risposte da lui, e Perrin era giunto a comprendere l’importanza di quel fatto. Inoltre le loro domande contribuivano a distrarlo dalla strana tensione che provava nell’aver liberato Faile.
Si diresse verso il carro successivo della fila, col suo piccolo seguito alle spalle. I carri disposti in un lungo convoglio erano una cinquantina buona. I primi erano colmi di oggetti recuperati da Malden; quelli nel mezzo stavano venendo caricati allo stesso modo, e gliene rimanevano solo due da esaminare. Voleva essere ben lontano da Malden prima del tramonto. Probabilmente sarebbe stato sufficiente a portarli al sicuro.
A meno che questi nuovi Shaido non avessero deciso di inseguirli per vendetta. Col numero di persone che Perrin doveva spostare, anche un cieco sarebbe stato in grado di rintracciarli.
Il sole calava verso l’orizzonte, un punto luminoso dietro la coltre di nubi. Per la Luce, che confusione, col caos di organizzare i profughi e separare gli accampamenti degli eserciti. E partire doveva essere la parte semplice!
L’accampamento degli Shaido era un disastro. La sua gente aveva recuperato e messo via molte delle tende abbandonate. Ora sgombro, il terreno attorno alla città non era altro che fango ed erbacce calpestate, disseminato di rifiuti. Gli Shaido, essendo Aiel, avevano preferito accamparsi fuori dalle mura cittadine, piuttosto che all’interno. Erano uno strano popolo, questo era innegabile. Chi avrebbe disprezzato un buon letto, per non parlare di una posizione militarmente migliore, per restare fuori nelle tende?
Gli Aiel disprezzavano le città , però. Molti degli edifici erano stati bruciati nel corso dell’iniziale assalto degli Shaido oppure saccheggiati in cerca di ricchezze. Porte abbattute, finestre rotte, oggetti abbandonati per le strade e calpestati da gai’shain che correvano avanti e indietro per andare a prendere l’acqua.
Le persone formicolavano in giro come insetti, muovendosi attraverso i cancelli cittadini e attorno all’ex campo degli Shaido, afferrando quello che potevano per riporto e portarlo con se. Avrebbero dovuto lasciare indietro i carri una volta che avessero deciso di Viaggiare — Grady non era in condizioni di creare un passaggio abbastanza grande da far passare un carro —, ma per ora quei mezzi sarebbero stati un grosso aiuto. C’erano anche parecchi buoi; qualcun altro si stava occupando di esaminarli, accertandosi che fossero in forma per tirare i carri. Gli Shaido avevano lasciato andare molti dei cavalli della città. Un peccato, quello. Ma bisognava usare quello che si aveva a disposizione.