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Perrin raggiunse il carro successivo, iniziando la sua ispezione con il lungo timone a cui sarebbero stati imbrigliati i buoi. «Il prossimo!»

«Mio signore,» disse una voce stridula «credo di essere io il prossimo.»

Perrin lanciò un’occhiata a chi aveva parlato: Sebban Balwer, il suo segretario. Quell’uomo aveva un volto asciutto ed emaciato e una perpetua posa ingobbita che lo faceva sembrare simile a un avvoltoio appollaiato. Anche se la sua giacca e le sue brache erano pulite, a Perrin sembrava che dovessero spargere sbuffi di polvere ogni volta che Balwer faceva un passo. Odorava di muffa, come un vecchio libro.

«Balwer,» disse Perrin, facendo scorrere le dita sopra il timone, poi controllando le cinghie dei finimenti «pensavo che stessi parlando con i prigionieri.»

«In effetti sono stato impegnato con il mio lavoro lì» disse Balwer. «Però mi sono incuriosito. Dovevi proprio lasciare che i Seanchan prendessero tutte le incanalatrici Shaido catturate con se?»

Perrin lanciò un’occhiata all’ammuffito segretario. Le Sapienti in grado di incanalare erano state rese incoscienti dalla radice biforcuta; erano state consegnate ai Seanchan ancora prive di sensi, perché facessero di loro quello che volevano. La decisione non aveva contribuito alla popolarità di Perrin fra i suoi alleati Aiel, ma non voleva che quelle incanalatrici se ne andassero in giro libere di vendicarsi di lui.

«Non capisco perché avrei dovuto tenerle con me» disse a Balwer.

«Be’, mio signore, ci sono molte cose di grande interesse da apprendere. Per esempio, pare che molti degli Shaido si vergognino per il comportamento del loro clan. Le Sapienti stesse erano in disaccordo. Inoltre hanno avuto relazioni con alcuni individui molto curiosi che hanno offerto loro oggetti di potere dall’Epoca Leggendaria. Chiunque fossero, erano in grado di creare passaggi.»

«Reietti» disse Perrin con una scrollata di spalle, abbassandosi su un ginocchio per controllare la ruota anteriore destra. «Dubito che scopriremo quali. Probabilmente erano travestiti.»

Con la coda dell’occhio, vide Balwer increspare le labbra a quel commento.

«Non sei d’accordo?» chiese Perrin.

«No, mio signore» disse. «Gli ‘oggetti’ dati agli Shaido sono molto sospetti, secondo le mie stime. Gli Aiel sono stati raggirati, anche se non riesco a capire per quale ragione. Comunque, se avessimo più tempo per perlustrare la città …»

Luce! Ogni persona nell’accampamento aveva intenzione di chiedergli qualcosa che sapeva di non poter avere? Si mise per terra per controllare il retro del mozzo della ruota. Qualcosa in esso lo turbò. «Sappiamo già che i Reietti si oppongono a noi, Balwer. Di certo non accoglieranno Rand a braccia aperte perché li rinchiuda di nuovo, o qualunque cosa lui abbia intenzione di fare.»

Dannati colori, che gli mostrarono Rand nella mente! Li spinse via di nuovo. Apparivano ogni volta che pensava a Rand o a Mat, portandogli visioni di loro.

«Comunque,» proseguì Perrin «non capisco cosa vuoi che faccia. Porteremo i gai’shain degli Shaido con noi. Le Fanciulle ne hanno catturati un buon numero. Puoi interrogare loro. Ma noi ce ne andremo di qui.»

«Sì, mio signore» disse Balwer. «Solo che è un peccato aver perso quelle Sapienti. Stando alla mia esperienza, fra gli Aiel sono coloro che dispongono di maggior… comprensione.»

«I Seanchan le volevano» disse Perrin. «E le hanno ottenute. Non ho permesso a Edarra di farmi desistere da questo punto, e poi quel che è fatto è fatto. Cosa ti aspetti da me, Balwer?»

«Forse si potrebbe inviare un messaggio,» disse Balwer «per porre alcune domande alle Sapienti una volta sveglie. Io…» Si interruppe, poi si incurvò per guardare Perrin. «Mio signore, questa situazione tende a distrarre. Non potremmo trovare qualcun altro per ispezionare i carri?»

«Chiunque altro è troppo stanco o troppo occupato» rispose Perrin. «Voglio che la maggior parte dei profughi attenda negli accampamenti per muoversi quando daremo l’ordine di partire. E parecchi dei nostri soldati stanno perlustrando la città in cerca di provviste: ogni manciata di grano che troveranno sarà utile. Metà del cibo è comunque guasto. Io non posso aiutare con quel lavoro, dato che devo essere dove la gente può trovarmi.» L’aveva accettato, per quanto la cosa lo irritasse.

«Sì, mio signore» disse Balwer. «Ma di sicuro puoi stare in un posto accessibile senza strisciare sotto i carri.»

«È un lavoro che posso fare mentre la gente mi parla» disse Perrin. «Non hai bisogno delle mie mani, solo della mia lingua. Il quella lingua ti sta dicendo di dimenticarti degli Aiel.»

«Ma…»

«Non c’è nient’altro che posso fare, Balwer» disse Perrin con fermezza, lanciandogli un’occhiata attraverso i raggi della ruota. «Siamo diretti a nord. Ho chiuso con gli Shaido; possono essere folgorati, per quanto me ne importa.»

Balwer arricciò di nuovo le labbra e odorò un po’ irritato. «Ma certo, mio signore» disse, offrendo un rapido inchino. Poi si allontanò.

Perrin strisciò fuori e si mise in piedi, facendo un cenno col capo a una giovane donna che se ne stava con un abito sporco e scarpe lise a fianco della fila dei carri. «Và a prendere Lyncon» disse. «Digli di dare un’occhiata al mozzo di questa ruota. Penso che il supporto si sia staccato e quella dannata cosa pare sul punto di rotolare via.»

La giovane donna annuì e corse via. Lyncon era un maestro carpentiere che aveva avuto la sfortuna di far visita a dei parenti a Cairhien quando gli Shaido avevano attaccato. La sua forza di volontà era stata quasi annullata. Forse sarebbe stato lui a dover esaminare i carri, ma con quello sguardo tormentato negli occhi, Perrin non era certo di potersi fidare che l’uomo effettuasse un’ispezione adeguata. Però pareva abbastanza in grado di risolvere i problemi quando gli venivano indicati.

E la verità era che, finche Perrin continuava a muoversi, si sentiva come se stesse ottenendo qualcosa, facendo progressi. Come se non pensasse ad altre questioni. I carri erano facili da riparare. Non erano come le persone, niente affatto.

Perrin si voltò, passando in rassegna l’accampamento vuoto, punteggiato di buche per il fuoco e stracci scartati. Faile si stava dirigendo di nuovo verso la città : aveva organizzato alcuni dei suoi seguaci affinche perlustrassero la zona. Era straordinaria. Bellissima. Quella bellezza non era solo nel suo viso o nella sua figura snella; era nella facilità con cui comandava le persone, con la rapidità con cui sapeva sempre cosa fare. Era intelligente in un modo in cui Perrin non era mai stato.

Lui non era stupido; gli piaceva semplicemente riflettere sulle cose. Ma non era mai stato bravo con le persone, non come Mat o Rand. Faile gli aveva mostrato che questo non era necessario con la gente, o nemmeno con le donne, sempre che lui riuscisse a fare in modo che una persona lo comprendesse. Non doveva essere bravo a parlare con chiunque altro sempre che riuscisse a parlare con lei.

Ma ora non riusciva a trovare le parole da dire. Si preoccupava di quello che le era successo durante la sua prigionia, ma le possibilità non lo turbavano. Lo facevano adirare, ma nulla di quello che era accaduto era colpa di Faile. Facevi quello che era necessario per sopravvivere. Lui la rispettava per quella forza.

Per la Luce!, pensò. Sto meditando di nuovo! Devo continuare a lavorare.

«Il prossimo!» urlò, chinandosi per continuare la sua ispezione del carro.

«Se avessi visto il tuo volto e nient’altro, ragazzo,» disse una voce vigorosa «penserei che abbiamo perso questa battaglia.»

Perrin si voltò sorpreso. Non si era accorto che Tarn al’Thor era fra quelli che attendevano di parlare con lui. Quella folla si era assottigliata, ma c’erano ancora alcuni messaggeri e attendenti. Verso il fondo, il robusto pastore era appoggiato al suo bastone da combattimento mentre aspettava. I suoi capelli erano diventati argentei. Perrin riusciva a ricordare un tempo quando erano stati di un nero corvino. Quando Perrin era solo un ragazzo, prima che conoscesse un martello o una fucina.