Le dita di Perrin scivolarono verso il basso, toccando il martello alla sua cintura. L’aveva preferito all’ascia. Era stata la decisione giusta, ma aveva comunque perso il controllo durante la battaglia per Malden. Era quello che lo turbava? Oppure era quanto aveva goduto nell’uccidere?
«Di cosa hai bisogno, Tarn?» domandò.
«Devo solo riferire un rapporto, mio signore» rispose Tarn. «Gli uomini dei Fiumi Gemelli sono organizzati per la marcia, ciascuno con due tende sulle spalle, in caso servano. Non potevamo usare l’acqua della città per via del la radice biforcuta, perciò ho mandato dei ragazzi all’acquedotto per riempire alcuni barili lì. Ci farebbe comodo un carro per riportarli indietro.»
«D’accordo» disse Perrin sorridendo. Finalmente qualcuno che faceva qualcosa di necessario senza doverlo chiedere prima! «Dì agli uomini dei Fiumi Gemelli che intendo farli tornare a casa il prima possibile. Nel momento in cui Grady e Neald saranno abbastanza forti da creare un passaggio. Potrebbe volerci un po’ di tempo, però.»
«Lo apprezziamo, mio signore» disse Tarn. Sembrava così strano che si rivolgesse a lui con un titolo, «posso parlarti a quattrocchi per un momento, pero’?»
Perrin annuì, notando che Lyncon stava arrivando — la sua andatura claudicante era riconoscibile — per guardare il carro.
Perrin si allontanò con Tarn dal gruppo di attendenti e guardie, dirigendosi all’ombra delle mura di Malden. Del muschio verde cresceva alla base dei massicci blocchi che formavano la fortificazione; era strano che il muschio fosse di colore molto più vivace dell’erba fangosa e calpestata sotto i loro piedi. Questa primavera solo il muschio sembrava verde.
«Cosa c’è, Tarn?» chiese Perrin non appena furono a distanza sufficiente.
Tarn si sfregò il volto; gli stava spuntando una barba grigia. Perrin aveva fatto lavorare sodo gli uomini negli ultimi giorni e non c’era stato tempo per radersi. Tarn indossava una semplice giacca di lana azzurra, e la stoffa spessa era probabilmente un riparo gradito contro la brezza montana.
«I ragazzi se lo stanno domandando, Perrin» disse Tarn, un po’ meno formale adesso che erano soli. «Intendevi sul serio quello che hai detto sul lasciar perdere il Manetheren?»
«Sì» rispose Perrin. «Quello stendardo non ha portato altro che guai da quando è spuntato. Ed è bene che i Seanchan e chiunque altro lo sappiano. Io non sono un re.»
«Hai una regina che si è votata a te come tua vassalla.»
Perrin riflette sulle parole di Tarn, elaborando la risposta migliore. Una volta quel genere di comportamento aveva fatto pensare alla gente che fosse lento di comprendonio. Ora la gente supponeva che la sua ponderatezza significasse che Perrin era astuto e dalla mente acuta. Che differenza potevano fare alcune parole altisonanti prima di un nome!
«Penso che tu abbia avuto ragione in quello che hai fatto» disse Tarn sorprendentemente.
«Chiamare i Fiumi Gemelli Manetheren avrebbe procurato l’ostilità non solo dei Seanchan, ma della stessa regina dell’Andor. Avrebbe insinuato che avevi intenzione di avere più dei Fiumi Gemelli, che forse volevi conquistare tutti i territori posseduti una volta dal Manetheren.»
Perrin scosse il capo. «Non ho intenzione di conquista re nulla, Tarn. Luce! Non ho intenzione di mantenere quello che la gente dice che possiedo. Prima Elayne prenderà il suo trono e invierà un lord appropriato ai Fiumi Gemelli, meglio sarà. Potremo smetterla con tutta questa storia di ‘lord’ Perrin e le cose potranno tornare alla normalità.»
«E la regina Alliandre?» chiese Tarn.
«Potrà giurare a Elayne invece che a me» ribatte Perrin in tono ostinato. «O forse direttamente a Rand. Pare che gli piaccia impadronirsi dei regni. Come un bambino che gioca con le biglie.»
Tarn odorava preoccupato. Turbato. Perrin distolse lo sguardo. Le cose avrebbero dovuto essere più semplici. Avrebbero dovuto. «Cosa c’è?»
«Pensavo solo che avessi superato questo» disse Tarn.
«Non è cambiato nulla dai giorni prima che Faile venisse catturata» replicò Perrin. «Anche a me non piace quella bandiera con la testa di lupo. Penso che forse sia tempo di ammainare anche quella.»
«Gli uomini credono in quella bandiera, ragazzo» disse Tarn piano. Aveva un modo pacato di esporre le cose, ma che induceva ad ascoltare quando parlava. Ovviamente di solito diceva cose sensate. «Ti ho preso da parte perché volevo avvisarti. Se dai ai ragazzi l’occasione di tornare ai Fiumi Gemelli, alcuni andranno. Ma non molti. Ho sentito parecchi giurare che ti seguiranno fino a Shayol Ghul. Sanno che l’Ultima Battaglia sta arrivando… Chi potrebbe non saperlo con tutti quei segni di recente? Non intendono essere lasciati indietro.» Esitò. «E nemmeno io, immagino.» Odorava di determinazione.
«Vedremo» disse Perrin accigliandosi. «Vedremo.»
Mandò via Tarn con ordini di requisire un carro per quei barili d’acqua. I soldati avrebbero dato ascolto: Tarn era il primo capitano di Perrin, anche se a lui sembrava che dovesse essere il contrario. Non conosceva molto del passato di quell’uomo, ma Tarn aveva combattuto nella Guerra Aiel, parecchio tempo fa; aveva impugnato una spada prima che Perrin nascesse. E ora seguiva gli ordini di Perrin.
Tutti quanti lo facevano. E volevano continuare a farlo! Non avevano imparato nulla? Appoggiò la schiena contro il muro, rimanendo nell’ombra invece di tornare dai suoi attendenti.
Ora che rifletteva su quel fatto, si rese conto che era parte di quello che lo stava turbando. Non tutto quanto, ma parte di ciò era legato a quello che lo preoccupava. Perfino ora che Faile era tornata.
Non era stato un buon condottiero di recente. Non era mai stato esemplare, ovviamente, nemmeno quando Faile era stata a guidarlo. Ma durante la sua assenza era stato peggio. Molto peggio. Aveva ignorato gli ordini ricevuti da Rand, aveva ignorato tutto quanto per riaverla indietro.
Ma cos’altro doveva fare un uomo? Sua moglie era stata rapita!
Lui l’aveva salvata. Ma nel farlo aveva abbandonato ogni altra cosa. E a causa sua alcuni uomini erano morti. Bravi uomini. Uomini che si erano fidati di lui.
In piedi in quell’ombra, si ricordò di un momento — solo un giorno fa — quando un suo alleato era stato abbattuto da frecce aiel, il suo cuore avvelenato da Masema. Aram era stato un amico, uno che Perrin aveva trascurato nella sua missione di salvare Faile. Aram avrebbe meritato di meglio.
Non avrei dovuto lasciare che quel Calderaio impugnasse una spada, pensò, ma non voleva affrontare questo problema ora. Non poteva. C’era troppo da fare. Si scostò dal muro, intenzionato a esaminare l’ultimo carro della fila.
«Il prossimo!» sbraitò ricominciando.
Aravine Carnei si fece avanti. La donna amadiciana non stava più indossando le sue vesti da gai’shain; invece portava un semplice abito verde chiaro, non pulito, che era stato preso dagli oggetti che avevano recuperato. Era grassoccia, ma il suo volto aveva ancora un’aria smunta per via dei suoi giorni come prigioniera. In lei c’era determinazione. Era sorprendentemente brava a organizzare, e Perrin sospettava che fosse di nobili origini. Ne aveva l’odore: fiducia in se e una propensione a impartire ordini. Era un miracolo che quelle cose avessero superato indenni la sua prigionia.
Mentre si chinava per esaminare la prima ruota, pensò che fosse strano che Faile avesse scelto Aravine per supervisionare i profughi. Perche non uno dei giovani dei Cha Faile? Quei damerini potevano essere irritanti, ma avevano dimostrato una sorprendente dose di competenza.
«Mio signore» disse Aravine, rivolgendogli un’accurata riverenza, ulteriore riprova delle sue origini. «Ho terminato di organizzare la gente per la partenza.»