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«Così presto?» chiese Perrin, alzando gli occhi dalla ruota.

«Non è stato tanto difficile come ci aspettavamo, mio signore. Ho ordinato loro di radunarsi per nazionalità , poi per città di nascita. Il grosso di loro proviene da Cairhien, cosa non sorprendente, seguito da Altarani, Amadiciani e poi pochi altri. Qualche Domanese, alcuni Tarabonesi, un occasionale Tarenese o un abitante delle Marche di Confine.»

«Quanti possono sopportare un giorno o due di marcia senza viaggiare sui carri?»

«La maggior parte, mio signore» rispose lei. «I vecchi e i malati sono stati espulsi dalla città quando gli Shaido l’hanno presa. La gente qui è abituata a lavorare sodo. Sono esausti, mio signore, ma nessuno desidera aspettare qui, con quegli altri Shaido accampati a meno di un giorno di distanza a piedi.»

«D’accordo» disse Perrin. «Falli mettere in marcia immediatamente.»

«Immediatamente?» chiese Aravine sorpresa.

Lui annuì. «Li voglio sulla strada, a marciare verso nord, non appena puoi farli partire. Manderò Alliandre e la sua guardia a guidare il passo.» Questo avrebbe dovuto far smettere ad Arganda di lamentarsi e sarebbe servito a togliere di torno i rifugiati. Le Fanciulle sarebbero state molto più adatte ed efficienti nel raccogliere provviste per conto loro. Quella ricerca era quasi terminata comunque. La sua gente sarebbe dovuta sopravvivere sulla strada solo per poche settimane. Dopodiche avrebbero potuto balzare attraverso un passaggio fino a qualche posto più sicuro. L’Andor, forse, o Cairhien.

Quegli Shaido alle sue spalle gli mettevano ansia. Potevano decidere di attaccare in qualunque momento. Meglio allontanarsi e togliere la tentazione.

Aravine gli rivolse una riverenza e si affrettò ad allontanarsi per fare i preparativi, e Perrin ringraziò la Luce per un’altra persona che non sentiva il bisogno di mettere in discussione o anticipare le sue decisioni. Mandò un ragazzo a informare Arganda della prossima partenza, poi terminò la sua ispezione del carro. Dopodiche si alzò in piedi, pulendosi le mani sui pantaloni. «Il prossimo!» disse.

Nessuno si fece avanti. Le uniche persone rimaste attorno a lui erano guardie, messaggeri e qualche carrettiere in attesa di attaccare il suo bue e portare il carro a essere caricato, Le Fanciulle avevano radunato una grossa pila di cibarie e provviste nel mezzo dell’ex accampamento, e Perrin riuscì a distinguere Faile lì a lavorare per organizzare tutta quella roba.

Perrin mandò l’anello di attendenti attorno a lui ad aiutare Faile, poi si ritrovò da solo. Senza nulla da fare.

Proprio quello che avrebbe voluto evitare.

Il vento soffiò di nuovo, portando quell’orrendo fetore di morte. Portava anche ricordi. La furia della battaglia, il trasporto e l’eccitazione di ogni colpo. Gli Aiel erano guerrieri eccellenti, i migliori al mondo. Ogni scambio era stato ravvicinato, e Perrin si era guadagnato la sua buona dose di tagli e lividi, anche se poi erano stati Guariti.

Combattere gli Aiel l’aveva fatto sentire vivo. Ciascuno di quelli che aveva ucciso era stato un esperto con le lance; ciascuno avrebbe potuto ucciderlo. Ma lui aveva vinto. Durante quei momenti di lotta, aveva percepito una passione inebriante. La passione da fare finalmente qualcosa. Dopo due mesi di attesa, ciascun colpo aveva significato un passo avanti al ritrovamento di Faile.

Niente più parole. Niente più piani. Aveva trovato uno scopo. E ora era scomparso.

Si sentiva vuoto. Era come… come quando suo padre gli aveva promesso qualcosa di speciale come regalo per la Notte d’Inverno. Perrin aveva atteso mesi, impaziente, svolgendo le sue faccende per guadagnarsi l’ignoto dono. Quando infine aveva ricevuto il cavallino di legno, si era eccitato per un momento. Ma il giorno dopo era stato sorprendentemente depresso. Non per via del regalo, ma perché non c’era più nulla per cui sforzarsi.

L’eccitazione era svanita, e solo allora si era reso conto di quanto aveva reputato più preziosa quell’attesa speranzosa che non il regalo stesso.

Poco dopo aveva iniziato a far visita alla fucina di mastro Luhhan, diventando il suo apprendista.

Era lieto di riavere Faile. Ne gioiva. Eppure, adesso cosa c’era per lui? Questi dannati uomini lo vedevano come il loro capo. Alcuni pensavano addirittura a lui come loro re! Perrin non l’aveva mai chiesto. Aveva fatto riporre loro gli stendardi ogni volta che li tiravano fuori, fino a che Faile non l’aveva persuaso che usarli sarebbe stato un vantaggio. Lui ancora non credeva che fosse questo il posto del vessillo con la testa di lupo, a sventolare insolente sul suo accampamento.

Ma poteva rimuoverlo? Gli uomini lo guardavano davvero con orgoglio. Poteva fiutarlo su di loro ogni volta che vi passavano davanti. Non poteva mandarli via. Rand avrebbe avuto bisogno del loro aiuto — avrebbe avuto bisogno dell’aiuto di chiunque — durante l’Ultima Battaglia.

I colori turbinarono, mostrandogli Rand seduto in quella che sembrava una casa di pietra tarenese. Il vecchio amico di Perrin aveva un’aria cupa, come un uomo turbato da gravi pensieri. Perfino seduto a quel modo, Rand appariva regale. Lui sì che era come doveva essere un re, con quella ricca giacca rossa e quel portamento nobile. Perrin era solo un fabbro. Sospirò, scuotendo il capo e scacciando l’immagine. Doveva andare a cercare Rand. Poteva percepire qualcosa che lo tirava, che lo strattonava.

Rand aveva bisogno di lui. Quello doveva essere il suo obiettivo ora.

10

L’ultimo tabacco

Rodel Ituralde sbuffò con calma dalla sua pipa, e il fumo si arricciava come le spire sinuose di un serpente. Quei fili di fumo si intrecciavano fra loro, radunandosi sul soffitto sopra di lui, poi fuoriuscendo dalle crepe nel tetto del capanno diroccato. Le assi alle pareti erano incurvate dal tempo, aprendo fessure verso l’esterno, e il legno grigio era incrinato e pieno di schegge. Un braciere ardeva nell’angolo e i venti fischiavano attraverso le crepe nei muri. Ituralde temette che quei venti potessero spazzar via l’intero edificio.

Sedeva su uno sgabello, con diverse mappe sul tavolo davanti a lui. A un angolo, il suo borsello di tabacco teneva fermo uno stropicciato pezzo di carta. Il piccolo riquadro era consti rito e piegato per essere stato portato troppe volte nella tasca interna della sua giacca.

«Ebbene?» chiese Rajabi. Dal collo possente e dall’atteggiamento determinato, aveva occhi marroni, con un naso ampio e un mento bulboso. Era completamente calvo ora, e assomigliava vagamente a un grosso macigno. Aveva anche la tendenza ad agire come un macigno. Ci poteva volere uno sforzo enorme per farlo rotolare ma, una volta in movimento, era dannatamente difficile da fermare. Era stato uno dei primi a unirsi alla causa di Ituralde, nonostante fosse stato sul punto di ribellarsi contro il re solo poco tempo prima.

Erano passate quasi due settimane dalla vittoria di Ituralde a Darluna. Aveva impiegato molte delle sue risorse per quella vittoria. Forse troppe. Ah, Alsalam, pensò. Spero che ne sia valsa la pena, vecchio amico. Spero che tu non sia semplicemente impazzito. Rajabi potrà essere un macigno, ma i Seanchan sono una valanga, e li abbiamo indotti a calare su di noi.

«Ora cosa?» lo pungolò Rajabi.

«Aspettiamo» disse Ituralde. Luce, quanto odiava aspettare. «Poi combattiamo. O forse fuggiamo di nuovo. Non ho ancora deciso.»

«I Tarabonesi…»

«Non verranno» disse Ituralde.

«Hanno promesso!»

«Proprio così.» Ituralde era andato da loro di persona, li aveva incitati, aveva chiesto loro di combattere i Seanchan un’altra volta soltanto. Avevano urlato ed esultato, ma non l’avevano seguito con nessuna fretta. Avrebbero trascinato i piedi. Li aveva indotti a combattere ‘un’ultima volta’ mezza dozzina di volte, ormai. Potevano vedere dove stava andando questa guerra, e lui non poteva più dipendere da loro. Sempre che fosse stato mai in grado di farlo.