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«Dannati codardi» borbottò Rajabi. «Che la Luce li folgori, allora! Lo faremo da soli. L’abbiamo fatto prima.»

Ituralde prese una lunga boccata meditabonda dalla sua pipa. Finalmente aveva scelto di usare il tabacco dei Fiumi Gemelli. Era l’ultimo che gli rimaneva; lo aveva tenuto da parte per mesi, ormai. Buon aroma. Il migliore che c’era.

Studiò di nuovo le mappe, tenendone in mano una più piccola davanti a se. Gli sarebbero servite mappe migliori, di questo era certo. «Questo nuovo generale Seanchan» disse Ituralde «comanda oltre trecentomila uomini, con ben due centinaia di damane.»

«Abbiamo sconfitto forze più vaste in precedenza. Guarda cosa abbiamo fatto a Darluna! Tu li hai schiacciati, Rodel!»

E farlo aveva richiesto ogni briciolo di astuzia, abilità e fortuna che Ituralde era riuscito a radunare. Perfino così aveva perso oltre la metà dei suoi uomini. Ora fuggiva, zoppicando, davanti a questa seconda forza più numerosa di Seanchan.

Stavolta non stavano commettendo alcun errore. I Seanchan non si affidavano soltanto ai loro raken. I suoi uomini avevano intercettato diversi esploratori a piedi, e questo voleva dire che ce n’erano dozzine che non erano stati presi. Stavolta i Seanchan conoscevano i veri numeri di Ituralde e la sua reale ubicazione.

I suoi nemici avevano smesso di essere radunati e guidati; invece erano loro a cacciarlo, implacabili, evitando le sue trappole. Ituralde aveva pianificato di ritirarsi sempre più in profondità nell’Arad Doman; questo avrebbe favorito le sue forze e avrebbe teso le linee di rifornimento dei Seanchan. Aveva calcolato di poter continuare così per altri quattro o cinque mesi. Ma quei piani erano inutili ora; erano stati fatti prima che Ituralde scoprisse che c’era un intero dannato esercito di Aiel che se ne andava in giro per l’Arad Doman. Se bisognava credere ai rapporti — e i rapporti sugli Aiel erano spesso esagerati, perciò non era sicuro fino a che punto credervi — c’erano fino a centomila di loro che occupavano grandi partì del nord, Bandar Eban inclusa.

Centomila Aiel. Valevano quanto duecentomila truppe Domanesi. Forse di piu’. Ituralde ricordava bene la Neve di Sangue venti anni fa, quando gli era parso di perdere dieci uomini per ogni Aiel che cadeva.

Era intrappolato, una noce schiacciata fra due pietre. Il meglio che era riuscito a fare era stato ritirarsi qui, in questo stedding abbandonato. Questo gli avrebbe dato un vantaggio contro i Seanchan. Ma solo un piccolo vantaggio. I Seanchan avevano una forza superiore alla sua sei unità a uno, e anche il comandante più inesperto sapeva che combattere con quelle proporzioni era un suicidio.

«Hai mai visto un maestro giocoliere, Rajabi?» chiese Ituralde, esaminando la mappa.

Con la coda dell’occhio, Ituralde vide l’uomo taurino accigliarsi dalla confusione. «Ho visto menestrelli che…»

«No, non un menestrello. Un maestro.» Rajabi scosse il capo.

Ituralde inspirò prima di parlare. «Io sì, una volta. Era il bardo di corte di Caemlyn. Un tizio energico, con un brio più da sala comune, nonostante quanto fosse agghindato. I bardi non si cimentano spesso come giocolieri; ma a questo tizio la richiesta non dispiacque. Gli piaceva fare il giocoliere per compiacere la giovane erede al trono, a quanto ne so.»

Si tolse la pipa di bocca, dandole dei colpetti per togliere il tabacco.

«Rodel,» disse Rajabi «i Seanchan…»

Ituralde sollevò un dito, rimettendo a posto la pipa prima di continuare. «Il bardo iniziò facendo volteggiare tre palle. Ci chiese se pensavamo che potesse aggiungerne un’altra. Noi lo incoraggiammo a farlo. Passò a quattro, poi a cinque, poi a sei. Con ogni palla che aggiungeva, il nostro applauso cresceva e lui continuava a chiederci se poteva farcela con un’altra. Ovviamente noi dicevamo di sì.

«Sette, otto, nove. Presto aveva in aria dieci palle, che volavano in un disegno così complesso che non riuscivo a starvi dietro. Doveva sforzarsi per farle continuare a volteggiare: seguitava a dover abbassare una mano per riprendere palle che aveva quasi mancato. Era troppo concentrato per chiederci se dovesse aggiungerne un’altra, ma la folla la chiamò a gran voce. Undici! Vai con l’undicesima! E così il suo assistente gettò un’altra palla nel mucchio.» Ituralde sbuffò il fumo.

«Le fece cadere?» chiese Rajabi.

Rodel scosse il capo. «Quell’ultima ‘palla’ non era affatto una palla. Era un qualche tipo di trucco da Illuminatore; una volta che fu a metà strada dal bardo, balenò ed emise un improvviso scoppio di luce e fumo. Per quando la vista ci si fu schiarita, il bardo era scomparso e dieci palle erano allineate sul pavimento. Quando mi guardai attorno, lo trovai seduto a uno dei tavoli con il resto dei commensali, che beveva una coppa di vino e amoreggiava con la moglie di lord Finndal.»

Il povero Rajabi pareva del tutto confuso. A lui piacevano le risposte chiare e dirette. Ituralde di solito la pensava allo stesso modo, ma questi giorni — con i loro cieli innaturalmente coperti e il senso di perpetua malinconia — lo portavano a filosofeggiare.

Allungò una mano e prese il consunto foglio di carta piegato dal tavolo sotto il suo borsello di tabacco. Lo porse a Rajabi.

«Colpisci duramente i Seanchan» lesse Rajabi. «Cacciali via, costringili a risalire sulle loro navi e a riattraversare il loro dannato oceano. Conto su di te, vecchio amico. Re Alsalam.» Rajabi abbassò la lettera. «So di questi ordini, Rodel. Non mi sono fatto coinvolgere in questo a causa sua. Sono venuto per te.»

«Sì, ma io combatto per lui» disse Ituralde. Era un uomo del re; lo sarebbe sempre stato. Si alzò in piedi, dando dei colpetti alla pipa per far uscire il tabacco, poi schiacciando le braci sotto il tacco del suo stivale. Mise da parte la pipa e prese la lettera da Rajabi, poi si diresse verso la porta.

Gli occorreva prendere una decisione. Rimanere e combattere oppure fuggire verso un luogo peggiore, ma guadagnare un po’ più di tempo?

La capanna gemette e il vento scosse gli alberi mentre Ituralde usciva fuori nella mattinata coperta. Quella baracca non era stata costruita dagli Ogier, naturalmente. Era troppo fragile. Lo stedding era rimasto abbandonato per lungo tempo. I suoi uomini erano accampati in mezzo agli alberi. Non proprio l’ubicazione migliore per un accampamento militare, ma bisognava cucinare la zuppa con le spezie a propria disposizione; lo stedding era fin troppo utile per non avvalersene. Un altro uomo sarebbe potuto fuggire verso una città e avrebbe potuto nascondersi dietro le sue mura, ma qui, fra questi alberi, l’Unico Potere era inutile. Negare ai Seanchan le loro damane era meglio delle mura, per quanto alte.

Dobbiamo rimanere, pensò Ituralde, osservando gli uomini al lavoro che scavavano ed erigevano una palizzata. Odiava l’idea di abbattere gli alberi di uno stedding. Aveva conosciuto pochi Ogier nel suo tempo, e li rispettava. Queste querce massicce probabilmente trattenevano della forza residua dai giorni in cui gli Ogier avevano vissuto qui. Abbatterli era un crimine. Ma bisognava fare quello che andava fatto. Scappare avrebbe potuto fargli guadagnare altro tempo, ma altrettanto facilmente poteva farglielo perdere. Qui gli restavano ancora pochi giorni prima di essere attaccato dai Seanchan. Se riusciva a trincerarsi bene, poteva costringerli a un assedio. Lo stedding li avrebbe fatti esitare e le foreste sarebbero andate a vantaggio della forza più piccola di Ituralde.

Odiava lasciarsi bloccare. Probabilmente era questo il motivo per cui ci aveva riflettuto così a lungo, anche se, dentro di se, aveva già saputo che era giunto il momento di smettere di scappare. I Seanchan infine l’avevano raggiunto.

Continuò lungo i ranghi, annuendo verso gli uomini al lavoro, facendosi vedere. Gli rimanevano quarantamila truppe, il che era un miracolo, considerando i numeri che si erano trovati di fronte. Questi uomini avrebbero dovuto disertare. Ma lo avevano visto vincere una battaglia impossibile dopo l’altra, gettando in aria palla dopo palla a uno scrosciare sempre più fragoroso di applausi. Pensavano che fosse inarrestabile. Non capivano che, quando si gettavano altre palle in aria, non era solo lo spettacolo a diventare più fenomenale.