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Anche la caduta alla fine diventava più fenomenale.

Mantenne i suoi foschi pensieri per se mentre lui e Rajabi proseguivano attraverso l’accampamento nella foresta, per ispezionare la palizzata. Stava progredendo bene, con gli uomini che conficcavano tronchi d’albero in trincee appena scavate. Dopo questa ispezione, Ituralde annuì fra se. «Restiamo, Rajabi. Passa parola.»

«Alcuni dicono che rimanere qui significa morte certa» replicò Rajabi.

«Si sbagliano» disse Ituralde.

«Ma…»

«Nulla è certo, Rajabi» lo interruppe Ituralde. «Riempi questi alberi all’interno della palizzata con arcieri: saranno efficaci quasi come torrette. Ci servirà predisporre un barbacane all’esterno. Abbattete più alberi possibile qui attorno alla palizzata, poi posizionate i tronchi all’interno come barriere, una seconda linea di ripiego. Resisteremo. Forse mi sbaglio su quei Tarabonesi e verranno in nostro aiuto. O forse il re ha un esercito nascosto da qualche parte pronto a difenderci. Sangue e ceneri, forse li ricacceremo via da qui da soli. Vedremo quanto gli piace combattere senza le loro damane. Sopravvivremo.»

Rajabi si raddrizzò visibilmente, diventando più fiducioso. Questo era il genere di discorso che Ituralde sapeva che l’uomo si aspettava. Come gli altri, Rajabi si fidava del Piccolo Lupo. Non credevano che potesse fallire.

Ituralde sapeva che non era così. Ma se dovevi morire, lo facevi con dignità. Il giovane Ituralde aveva sognato spesso le guerre, la gloria della battaglia. Il vecchio Ituralde sapeva che la gloria ottenuta in battaglia non esisteva. Ma c’era l’onore, quello sì.

«Mio lord Ituralde!» chiamò un messaggero, trotterellando lungo l’interno della palizzata incompleta. Era un ragazzo, tanto giovane che forse i Seanchan l’avrebbero lasciato vivere. Altrimenti Ituralde avrebbe mandato via il ragazzo e quelli come lui.

«Sì?» chiese Ituralde voltandosi. Rajabi era in piedi al suo fianco come una piccola montagna.

«Un uomo» disse il ragazzo sbuffando. «Gli esploratori l’hanno trovato che entrava a piedi nello stedding.»

«È venuto a combattere per noi?» domandò Ituralde. Non era insolito per un esercito attirare reclute. C’erano sempre persone tentate dal richiamo della gloria, o perlomeno da quello di pasti regolari.

«No, mio signore» disse il ragazzo, ancora sbuffando. «Dice di essere venuto per incontrare te.»

«Un Seanchan?» sbraitò Rajabi.

Il ragazzo scosse il capo. «No. Ma ha bei vestiti.»

Il messaggero di qualche nobile, allora. Domanese, o forse un Tarabonese rinnegato. Chiunque fosse, non poteva certo peggiorare la situazione. «Ed è venuto solo?»

«Sì, signore.»

Un uomo coraggioso. «Portalo qui, allora» disse Ituralde.

«Dove lo riceverai, mio signore?»

«Cosa?» sbottò Ituralde. «Mi credi forse un vanesio mercante con un palazzo? Il campo qui andrà bene. Và a prenderlo, ma torna con comodo. E assicurati che sia adeguatamente sorvegliato.»

Il ragazzo annuì e corse via. Ituralde fece cenno ad alcuni soldati di avvicinarsi e li mandò di corsa a chiamare Wakeda e gli altri ufficiali. Shimron era morto, carbonizzato dalla palla di fuoco di una damane. Un vero peccato. Ituralde avrebbe preferito tenere lui piuttosto di molti degli altri.

Parecchi degli ufficiali arrivarono prima dello sconosciuto. Il dinoccolato Ankaer. Wakeda l’orbo, che altrimenti sarebbe potuto essere un uomo attraente. Il tarchiato Melarned. Il giovane Lidrin, che continuava a seguire Ituralde dopo la morte di suo padre.

«Cos’è che sento?» chiese Wakeda, incrociando le braccia mentre si avvicinava a grandi falcate. «Rimaniamo in questa trappola mortale? Rodel, non abbiamo le truppe per resistere. Se arriveranno, resteremo intrappolati qui.»

«Hai ragione» disse semplicemente Ituralde.

Wakeda si voltò verso gli altri, poi di nuovo verso Ituralde; un po’ della sua irritazione si era sgonfiata di fronte alla risposta schietta di Ituralde. «Be’… perché non scappiamo, allora?» Ora dava in escandescenze molto meno di qualche mese fa, quando Ituralde aveva iniziato questa campagna.

«Non vi addolcirò con delle menzogne» disse Ituralde, guardando ciascuno di loro a turno.

«Siamo in cattive condizioni. Ma se fuggiamo ci ritroveremo in condizioni peggiori. Non abbiamo altri buchi in cui nasconderci. Questi alberi lavoreranno a nostro vantaggio, e possiamo fortificarci. Lo stedding annullerà le damane, e solo questo vale il prezzo di rimanere. Noi combatteremo qui.»

Ankaer annuì, apparentemente comprendendo la gravita della situazione. «Dobbiamo fidarci di lui, Wakeda. Ci ha guidati fin qui.»

Wakeda annuì. «Suppongo di sì.»

Maledetti idioti. Quattro mesi fa, metà di loro lo avrebbero ucciso per essere rimasto leale al re. Ora pensavano che lui potesse fare l’impossibile. Era un peccato: stava cominciando a pensare che li avrebbe potuti riportare da Alsalam come lealisti. «D’accordo» disse lui, indicando vari punti lungo le loro fortificazioni. «Ecco cosa dobbiamo fare per consolidare i punti deboli. Voglio…»

Lasciò morire le parole alla vista di un gruppo che si avvicinava attraverso la radura. Un messaggero, accompagnato da un manipolo di soldati che scortava un uomo vestito in rosso e oro.

Qualcosa sul nuovo arrivato attirò l’attenzione di Ituralde. Forse era la statura: il giovane uomo era alto quanto un Aiel, e aveva capelli chiari proprio come loro. Ma nessun Aiel vestiva con una giacca rossa così elegante con marcati ricami color oro. C’era una spada al suo fianco, e il modo in cui il nuovo arrivato camminava faceva pensare a Ituralde che sapeva come usarla. Procedeva con passi decisi e risoluti, come se reputasse una scorta i soldati attorno a lui. Un lord, dunque, e abituato a comandare. Perche era venuto di persona invece di mandare un messaggero?

Il giovane nobile si fermò a poca distanza di fronte a Ituralde e ai suoi generali, guardandoli a uno a uno, poi si concentrò su Ituralde. «Rodel Ituralde?» chiese. Che accento era quello? Andorano?

«Sì» rispose Ituralde con cautela.

Il giovane annuì. «La descrizione di Bashere era accurata. Pare che tu sia rimasto bloccato qui. Ti aspetti sul serio di reggere contro l’esercito Seanchan? Sono in schiacciante superiorità numerica e i tuoi alleati tarabonesi non sembrano… desiderosi di unirsi a te in tua difesa.»

Aveva buone informazioni, chiunque fosse. «Non ho l’abitudine di discutere le mie difese con degli estranei.» Ituralde studiò il giovane lord. Era in forma, snello e vigoroso, anche se era difficile a dirsi con indosso la giacca. Favoriva la mano destra e, esaminandolo con maggiore attenzione, Ituralde notò che gli mancava la sinistra. Su entrambi i suoi avambracci c’era un specie di strano tatuaggio rosso e oro.

Quegli occhi. Quelli erano occhi che avevano visto la morte parecchie volte. Non solo un giovane lord. Un giovane generale. Ituralde assottigliò gli occhi, «Chi sei?»

Lo sconosciuto incontrò il suo sguardo. «Io sono Rand al’Thor, il Drago Rinato. E ho bisogno di te. Di te e del tuo esercito.»

Diversi di coloro che accompagnavano Ituralde imprecarono, e Ituralde lanciò loro un’occhiata. Wakeda era incredulo, Rajabi sorpreso, il giovane Lidrin apertamente scettico. Ituralde tornò a guardare il nuovo arrivato. Il Drago Rinato? Questo giovane? Suppose che fosse possibile. Molte voci concordavano sul fatto che il Drago Rinato fosse un uomo giovane con i capelli rossi. D’altra parte, quelle voci affermavano anche che era alto tre metri, e ce n’erano altre che dicevano che i suoi occhi brillavano nella luce fioca. E poi c’erano le storie su di lui che appariva nel cielo a Falme. Sangue e Ceneri, Ituralde non sapeva nemmeno se credere che il Drago Rinato fosse davvero rinato!

«Non ho tempo per discutere» disse lo sconosciuto, il suo volto impassibile. Pareva… più vecchio di quanto sembrava. E pareva che non gli importasse di essere circondato da soldati armati. In effetti, il fatto che fosse venuto da solo sarebbe dovuto sembrare un’azione stupida. Invece fece riflettere Ituralde. Solo uno come il Drago Rinato in persona poteva entrare in un accampamento militare come questo, completamente solo, e aspettarsi obbedienza.