I fuochi si erano ritirati; rimaneva solo quel cumulo simile a catrame, che irradiava un potente calore. La parete accanto a esso e all’entrata era diventata un foro spalancato e annerito. Aviendha continuò a tirare acqua e rovesciarla su quella nera massa carbonizzata, anche se stava iniziando a sentirsi molto stanca. Maneggiare così tanta acqua le richiedeva di incanalare quasi al massimo delle sue capacità.
Presto l’acqua smise di sfrigolare. Aviendha diminuì il getto, poi lo lasciò sgocciolare fino a fermarsi. Il terreno attorno a lei era umido, uno scompiglio annerito che odorava pesantemente di cenere bagnata. Pezzi di legno e carbone galleggiavano nell’acqua fangosa, e i buchi dove lei aveva squarciato la terra erano pieni, formando delle pozze. Avanzò esitante, ispezionando il cumulo che costituiva i resti dello sfortunato soldato. Era vitreo e nero, come ossidiana, ed era scintillante di umidità. Raccolse un pezzo di legno bruciacchiato — spezzato dal muro dalla forza della sua colonna d’acqua — e pungolò quell’ammasso. Era duro e solido.
«Che tu sia folgorato!» urlò una voce. Aviendha alzò lo sguardo. Rand al’Thor attraversò a grandi passi lo squarcio che si era formato sulla facciata della magione. Fissava il cielo, scuotendo il pugno. «Sono io quello che vuoi! Presto avrai la tua guerra!»
«Rand» disse Aviendha titubante. I soldati si erano assiepati per il prato, gli sguardi preoccupati, come se si attendessero una battaglia. Servitori sbigottiti scrutavano fuori dalle stanze all’interno del maniero. Tutto l’episodio con le fiamme era durato meno di cinque minuti.
«Io ti fermero’!» ruggì Rand, provocando grida di paura sia dai servitori che dai soldati. «Mi senti? Sto venendo per te! Non sprecare il tuo potere! Ti servirà contro di me!»
«Rand!» Io chiamò Aviendha.
Lui si immobilizzò, poi abbassò lo sguardo su di lei, stupito. Aviendha incontrò i suoi occhi e pote percepire la sua rabbia, quasi come aveva avvertito le intense fiamme solo pochi istanti prima. Lui si voltò e si allontanò a grandi passi, tornando dentro l’edificio e su per i gradini anneriti.
«Luce!» fece una voce apprensiva. «Questo genere di cose accade spesso quando lui è nei paraggi?»
Aviendha si voltò e vide un giovane in un’uniforme sconosciuta in piedi a osservare. Era allampanato, con capelli castano chiaro e pelle ramata; non si ricordava il suo nome, ma era piuttosto certa che fosse uno degli ufficiali che Rand aveva portato con se dopo il suo incontro con Rodel Ituralde.
Si voltò di nuovo verso la confusione, sentendo soldati che sbraitavano ordini in lontananza. Bashere era arrivato e stava prendendo il controllo della situazione, dicendo agli uomini di sorvegliare il perimetro, anche se probabilmente stava solo dando loro qualcosa da fare. Questo non era l’inizio di un attacco. Era soltanto un altro tocco del Tenebroso sul mondo, come la carne che marciva, scarafaggi e ratti che apparivano dal nulla e uomini che cadevano a terra morti per strane malattie.
«Sì,» disse Aviendha in risposta alla domanda dell’uomo «accade spesso. Più spesso quando il Car’a’carn è nei paraggi che in altri luoghi, almeno. Avete sperimentato avvenimenti simili fra i vostri uomini?»
«Ho sentito storie» disse lui. «Solo che le ho reputate esagerazioni.»
«Non tutte le storie sono esagerazioni» disse lei, guardando i resti anneriti del soldato. «La prigione del Tenebroso è debole.»
«Dannate ceneri» esclamò l’uomo voltandosi. «In cosa ci hai cacciato, Rodel?» L’uomo scosse il capo e si allontanò.
Gli ufficiali di Bashere iniziarono a impartire ordini, organizzando gli uomini perché ripulissero tutto. Rand si sarebbe trasferito fuori dal maniero ora? Quando sacche di male apparivano, spesso la gente voleva andarsene. Eppure, attraverso il suo legame con Rand, Aviendha non percepiva alcuna urgenza. In effetti… pareva che fosse tornato a riposare! L’umore di quell’uomo era volubile come quello di Elayne durante la gravidanza.
Aviendha scosse il capo e iniziò a radunare pezzi di legno bruciato per aiutare a ripulire.
Mentre lavorava, diverse Aes Sedai uscirono dall’edificio e cominciarono a esaminare il danno. L’intera parte anteriore del maniero era segnata da marchi neri e il foro dove si era trovato l’ingresso era di almeno quattro metri e mezzo di diametro. Una delle donne, Merise, squadrò Aviendha come valutandola. «Un peccato» disse.
Aviendha si raddrizzò, sollevando un pezzo di legno annerito. Aveva gli abiti ancora zuppi. Con quelle nubi che coprivano il sole, le sarebbe occorso parecchio prima di asciugarsi.
«Un peccato?» chiese. «Per il maniero?» Il corpulento lord Tellaen, proprietario di quel posto, gemette fra se mentre si sedeva su uno sgabello dentro l’atrio, asciugandosi la fronte e scuotendo la testa.
«No» disse Merise. «Un peccato per te, bambina. La tua capacità con i flussi è impressionante. Se li avessimo nella Torre Bianca, a quest’ora saresti una Aes Sedai. I tuoi flussi hanno una certa rozzezza, ma apprenderesti a correggerlo rapidamente con l’insegnamento delle Sorelle.»
Aviendha si voltò, sentendo qualcuno che tirava su col naso dietro di lei. Era Melaine. La Sapiente dai capelli dorati aveva le braccia conserte e il suo ventre stava iniziando a ingrossarsi per la gravidanza, il suo volto non era divertito. Come aveva potuto Aviendha lasciare che la donna le arrivasse alle spalle senza sentirla? Stava permettendo che la sua fatica la rendesse incauta.
Melaine e Merise si fissarono a vicenda per un lungo istante; poi l’alta Aes Sedai si girò in un turbinio di gonne verdi e si allontanò per parlare con i servitori che erano rimasti intrappolati dalle fiamme, chiedendo se a qualcuno di loro servisse la Guarigione. Melaine la osservò andare, poi scosse il capo. «Donna insopportabile» borbottò. «E pensare che una volta la stimavamo.»
«Sapiente?» chiese Aviendha.
«Io sono più forte di molte Aes Sedai, Aviendha, e tu sei molto più forte di me. Hai un controllo e una comprensione dei flussi che porta vergogna alla maggior parte di noi. Altre devono faticare per apprendere quello che a te viene naturale. ‘Rozzezza nei tuoi flussì dice lei! Dubito che qualunque Aes Sedai, tranne forse Cadsuane Sedai, sarebbe riuscita in ciò che hai fatto tu con quella colonna d’acqua. Per muovere acqua per una tale distanza hai dovuto usare la pressione e il fluire stesso del fiume.»
«È questo che ho fatto?» chiese Aviendha, sbattendo le palpebre.
Melaine la squadrò, poi sbuffò di nuovo, piano, fra se. «Sì, è questo che hai fatto. Possiedi un vero talento, bambina.»
Aviendha si inorgoglì per quella lode; dalle Sapienti era rara, ma sempre sincera.
«Ma tu rifiuti di apprendere» proseguì Melaine. «Non c’è molto tempo! Ecco, ho un’altra domanda per te. Cosa ne pensi del piano di Rand al’Thor di rapire questi capi mercanti Domanesi?»
Aviendha sbatte di nuovo le palpebre, così stanca che era difficile pensare. Tanto per cominciare, il fatto che i Domanesi avessero dei mercanti come capi sfidava ogni logica. Come poteva un mercante governare delle persone? I mercanti non dovevano forse concentrarsi sulle loro mercanzie? Era ridicolo. Gli abitanti delle terre bagnate avrebbero mai cessato di stupirla con le loro bizzarre usanze?
E perché mai Melaine glielo stava chiedendo proprio adesso?
«Il suo piano pare buono, Sapiente» rispose Aviendha. «Tuttavia alle lance non piace essere usate per rapire. Penso che il Car’a’carn avrebbe dovuto parlare in termini di offrire protezione — protezione forzata — per i mercanti. I capi avrebbero risposto meglio se fosse stato ordinato loro di proteggere invece che di rapire.»