«Avrebbero fatto la medesima cosa, comunque tu la chiami.»
«Ma il modo in cui si chiama una cosa è importante» ribatte Aviendha. «Non è disonesto se ambedue le definizioni sono vere.»
Gli occhi di Melaine scintillarono e Aviendha colse una traccia di sorriso sulle sue labbra.
«Cos’altro pensi dell’incontro?»
«Rand al’Thor sembra reputare ancora che il Car’a’carn possa esigere pretese come un re delle terre bagnate. Questo è un mio disonore. Non sono riuscita a spiegargli l’usanza corretta.»
Melaine agitò una mano. «Non hai nessun disonore in questo. Sappiamo tutti quanto è testardo il Car’a’carn. Anche le Sapienti hanno tentato e nessuna è stata in grado di addestrarlo a dovere.»
Dunque. Non era questo il motivo del suo disonore di fronte alle Sapienti. Di cosa si trattava allora? Aviendha digrignò i denti dalla frustrazione, poi si costrinse a continuare. «Comunque sia, è necessario che gli venga ricordato. Più e più volte. Rhuarc è un uomo saggio e paziente, ma non tutti i capiclan lo sono. So che alcuni degli altri si domandano se la loro decisione di seguire Rand al’Thor sia stata un errore.»
«Vero» disse Melaine. «Ma guarda cos’è successo agli Shaido.»
«Non ho detto che avessero ragione, Sapiente» ribatte Aviendha. Un gruppo di soldati stava cercando con riluttanza di scalzare il vitreo cumulo nero. Pareva che si fosse fuso sul terreno.
Aviendha abbassò la voce. «Hanno torto nel mettere in discussione il Car’a’carn, ma stanno parlando fra loro. È necessario che Rand al’Thor capisca che non accetteranno da lui un’offesa dopo l’altra. Potrebbero non rivoltarsi contro di lui come gli Shaido, ma non escluderei che Timolan, per esempio, possa semplicemente tornare alla Terra delle Tre Piegature e lasciare il Car’a’carn alla sua arroganza.»
Melaine annuì. «Non preoccuparti. Siamo al corrente di questa… eventualità.»
Ciò voleva dire che le Sapienti erano state mandate a placare Timolan, che era capo degli Aiel Miagoma. Non sarebbe stata la prima volta. Rand al’Thor sapeva quanto lavoravano sodo le Sapienti dietro le sue spalle per mantenere leali gli Aiel? Probabilmente no. Li vedeva tutti come un gruppo omogeneo, votato a lui, da essere usato. Quella era una delle più grosse debolezze di Rand. Non riusciva a capire che agli Aie!, come agli altri popoli, non piaceva essere usati come strumenti. I clan erano meno uniti di quanto lui credesse. Per lui erano state accantonate delle falde di sangue. Non riusciva a capire quanto questo era incredibile? Non riusciva a capire quanto quell’alleanza continuava a essere debole?
Ma sebbene lui non fosse un abitante delle terre bagnate di nascita, non era una Sapiente. Pochi fra gli stessi Aiel capivano il lavoro delle Sapienti in una dozzina di campi differenti. Quanto le era sembrata semplice la vita quando era una Fanciulla! Sarebbe rimasta colpita dal sapere quanto accadeva oltre la sua visuale.
Melaine fissò con sguardo vuoto l’edificio rovinato. «Vestigia di vestigia» disse, come fra se.
«E se lui ci lasciasse bruciati e spezzati, come quelle assi? Cosa ne sarebbe degli Aiel allora? Zoppicheremmo di nuovo fino alla Terra delle Tre Piegature per continuare come prima? Molti non vorranno andare. Queste terre offrono troppo.»
Aviendha sbatte le palpebre al peso di quelle parole. Di rado aveva riflettuto su quello che sarebbe successo dopo che il Car’a’carn avesse finito con loro, lira focalizzata sull’adesso, sul riottenere il proprio onore ed essere lì per proteggere Rand durante l’Ultima Battaglia. Ma una Sapiente non poteva solo pensare al presente o al domani. Doveva pensare agli anni a venire e ai tempi che sarebbero stati portati dai venti.
Vestigia di vestigia. Lui aveva spezzato gli Aiel come popolo. Cosa ne sarebbe stato di loro? Melaine tornò a guardare Aviendha, il suo volto che si addolciva. «Và alle tende, bambina, e riposati. Sembri uno sharadan che abbia strisciato sul ventre per tre giorni di sabbia.» Aviendha abbassò lo sguardo verso le proprie braccia, vedendo i fiocchi di cenere dalle bruciature. I suoi vestiti erano zuppi e macchiati, e sospettava che il suo volto fosse altrettanto sudicio. Le braccia le dolevano per aver trasportato pietre tutto il giorno. Una volta resasi conto della fatica, questa parve abbattersi su di lei come una tempesta di vento. Digrignò i denti e si costrinse a rimanere dritta. Non si sarebbe coperta di vergogna crollando a terra! Ma si voltò per andarsene come ordinato.
«Oh, e… Aviendha» la chiamò Melaine. «Discuteremo la tua punizione domani.» Lei si voltò sconcertata.
«Per non aver terminato con le pietre» disse Melaine, ispezionando di nuovo le rovine. «E per non aver appreso abbastanza in fretta. Vai.»
Aviendha sospirò. Un’altra tornata di domande e un’altra punizione immeritata. Allora c’era una correlazione di qualche genere. Ma cosa?
Era troppo esausta per pensarci ora. Tutto quello che voleva era il suo letto e il ricordo dei materassi soffici e sfarzosi al palazzo di Caemlyn l’assalì a tradimento. Costrinse quei pensieri a lasciare la sua mente. Dormendo così profondamente, avviluppata dai cuscini e dalle trapunte, sarebbe stata troppo rilassata per svegliarsi se qualcuno avesse cercato di ucciderla la notte! Come aveva fatto Elayne a convincerla a dormire in una di quelle trappole mortali dalle piume soffici?
Le venne in mente un altro pensiero mentre scacciava quello… un pensiero infido. Un pensiero di Rand al’Thor che riposava nella sua stanza. Sarebbe potuta andare da lui…
No! Non finche non avesse riottenuto il suo onore. Non sarebbe andata da lui come una mendicante. Sarebbe andata da lui come una donna col proprio onore. Sempre che fosse mai riuscita a capire in cosa stava sbagliando.
Scosse il capo e si avviò verso l’accampamento aiel da una parte del prato.
12
Incontri inattesi
Egwene camminava per le sale cavernose della Torre Bianca, persa nei propri pensieri. Le sue due sorveglianti Rosse la seguivano da presso. Parevano un po’ imbronciate in questi giorni. Elaida ordinava loro di stare con Egwene sempre più spesso; anche se le singole Sorelle si alternavano, ce n’erano quasi sempre due con lei. Eppure pareva che potessero percepire che Egwene le considerava attendenti invece di guardie.
Era passato più di un mese da quando Siuan le aveva riferito le sue notizie inquietanti nel Tel’aran’rhiod, ma Egwene ci pensava ancora. Quegli eventi erano un monito che il mondo stava andando a pezzi. Questo era un tempo in cui la Torre Bianca si sarebbe dovuta ergere come una fonte di stabilità. Invece era divisa al proprio interno mentre gli uomini di Rand al’Thor vincolavano delle Sorelle. Come aveva potuto Rand permettere una cosa del genere? Ovviamente in lui era rimasto poco del giovane con cui lei era cresciuta. Erano svaniti i giorni in cui loro due sembravano destinati a sposarsi e a vivere in una piccola fattoria nei Fiumi Gemelli.
Quello, stranamente, la portò a pensare a Gawyn. Quanto era passato dall’ultima volta che l’aveva visto, a rubare baci a Cairhien? Dov’era adesso? Era al sicuro?
Mantieni la concentrazione, disse a se stessa. Pulisci il pezzo di pavimento a cui stai lavorando prima di passare al resto della casa.
Gawyn era in grado di badare a se stesso: in passato aveva dimostrato di saperlo fare; in ciò era stato competente in passato. Forse troppo competente, in certi casi.
Siuan e le altre si sarebbero occupate della faccenda degli Asha’man. L’altra notizia era molto più inquietante. Uno dei Reietti, nell’accampamento? Una donna, che eppure incanalava saidin invece di saidar? Egwene l’avrebbe definito impossibile, una volta. Tuttavia aveva visto fantasmi nei corridoi della Torre Bianca, e quei passaggi sembravano disporsi ogni giorno in modo diverso. Questo era solo un altro segno.
Rabbrividì. Halima aveva toccato Egwene, con la scusa di massaggiarla per farle passare i mal di testa. Quelle emicranie erano scomparse non appena Egwene era stata catturata; perché non aveva preso in considerazione che Halima potesse esserne la causa? Cos’altro aveva complottato quella donna? In quali intoppi le Aes Sedai sarebbero potute incappare, quali trappole aveva piazzato?