«Ci sono state parecchie Rosse appostate presso le entrate e le uscite dei nostri alloggi» disse Meidani. «Sospetto che tutte le Ajah si stiano sorvegliando a questo modo. Sarà molto difficile allontanarsi senza essere notate. Non mi seguirebbero da sola, ma se vedono te…» Spie che sorvegliavano gli alloggi di altre Ajah? Luce! La situazione era peggiorata a tal punto? Erano come esploratori inviati per ricognizioni degli accampamenti nemici. Egwene non poteva rischiare di essere vista allontanarsi con Meidani, ma anche andare da sola avrebbe attirato l’attenzione: le Rosse sapevano che Egwene doveva essere sorvegliata.
Questo lasciava un problema per cui Egwene riusciva a pensare a un’unica soluzione. Squadrò Meidani. Fino a che punto poteva fidarsi di lei? «Prometti di non appoggiare Elaida e di accettare la mia guida?»
La donna esitò, poi annuì. «Lo prometto.»
«Se ti mostro qualcosa, giuri di non rivelarlo a nessun altro senza prima il mio permesso?» Lei si accigliò. «Sì.»
Egwene prese la sua decisione. Inspirando a fondo, abbracciò la Fonte. «Osserva attentamente» disse, intessendo filamenti di Spirito. Indebolita dalla radice biforcuta, non era abbastanza forte da aprire un passaggio, ma poteva mostrare a Meidani i flussi.
«Cos’è quello?» chiese Meidani.
«È chiamato un passaggio» disse Egwene. «Si usa per Viaggiare.»
«Viaggiare è impossibile!» ribatte immediatamente Meidani. «Quella capacità è perduta da…» Lasciò morire le parole, e i suoi occhi divennero ancora più sgranati.
Egwene lasciò dissipare il flusso. All’istante, Meidani abbracciò la Fonte con aria determinata.
«Pensa al luogo dove vuoi andare» disse Egwene. «Devi conoscere il posto che stai lasciando molto bene affinche funzioni. Suppongo che i tuoi stessi alloggi ti siano abbastanza familiari. Scegli una destinazione dove è probabile che non ci sia nessuno: i passaggi possono essere pericolosi se si aprono nel posto sbagliato.»
Meidani annuì, con la crocchia dorata che ondeggiava mentre si concentrava. La sua imitazione del flusso di Egwene fu ammirevole e un passaggio si aprì proprio in mezzo a loro, con la linea bianca che divideva l’aria e si piegava su se stessa. Il foro era delle dimensioni di Meidani; Egwene vide solo una porzione scintillante, come un refolo di calore che incurvava l’aria. Aggirò il passaggio e, guardando attraverso il foro, vide al di là un corridoio di pietra annerita. Le piastrelle sul pavimento erano di un bianco e marrone smorto e non c’erano finestre in vista. Nelle profondità della Torre, suppose Egwene.
«In fretta» disse Egwene. «Se non sono di ritorno dai tuoi alloggi dopo circa un’ora, le mie sorveglianti Rosse potrebbero iniziare a domandarsi come mai ci sto mettendo così tanto. È già sospetto che proprio tu, fra tutte quante, mi abbia mandato a chiamare. Possiamo solo sperare che Elaida non sia tanto attenta da interrogarsi sulla coincidenza.»
«Sì, Madre» disse Meidani, precipitandosi a prendere una lampada di bronzo dal suo tavolo, con la fiamma che tremolava sul beccuccio. Poi esitò.
«Cosa c’è?» chiese Egwene.
«Sono solo sorpresa.»
Egwene fu sul punto di domandare cosa ci fosse di così sorprendente, poi lo vide negli occhi di Meidani. Meidani era sorpresa per la rapidità con cui si era ritrovata a obbedire. Era sorpresa di quanto fosse naturale pensare a Egwene come Amyrlin. Questa donna non era stata convinta del tutto, non ancora, ma vi era vicina.
«In fretta» ripete Egwene.
Meidani annuì, attraversando il passaggio seguita da Egwene. Anche se sul pavimento al di là non Aerano tracce di polvere, nel corridoio aleggiava denso l’odore stantio di aria viziata. Le pareti erano spoglie delle decorazioni che si potevano vedere ogni tanto nei corridoi superiori, e l’unico suono era quello di alcuni ratti che grattavano in lontananza. Ratti. Nella Torre Bianca. Una volta sarebbe stato impossibile. Il fatto che le protezioni fossero venute meno era solo un altro evento impossibile su una pila che cresceva sempre piu’.
Questa non era una zona a cui i servitori della Torre dedicavano spesso attenzione. Probabilmente era questo il motivo per cui Meidani l’aveva scelta per aprirvi il passaggio. Era una buona cosa, ma forse stava esagerando con la sicurezza. Così in profondità nella Torre, avrebbero impiegato minuti preziosi per tornare ai corridoi principali e trovare quello che Meidani voleva mostrarle. E ciò avrebbe costituito altri problemi. Cosa sarebbe successo se altre Sorelle avessero notato Egwene aggirarsi per i corridoi senza la sua solita scorta di guardie dell’Ajah Rossa?
Prima che Egwene potesse esprimere quella preoccupazione, Meidani iniziò ad allontanarsi. Non su per il corridoio verso le scale, ma verso il basso, ancora più a fondo. Egwene si accigliò, ma la seguì.
«Non sono certa che mi sarà permesso di mostrartelo» disse Meidani piano con le sue gonne che frusciavano, quel suono non dissimile dal debole raspare dei ratti lontani. «Devo avvisarti, però, che potresti rimanere sorpresa da quello in cui ti stai cacciando. Potrebbe essere pericoloso.»
Meidani intendeva un pericolo fisico o politico? A Egwene pareva di trovarsi già in quanto più pericolo politico possibile. Tuttavia annuì e accettò l’avvertimento con solennità.
«Capisco. Ma se qualcosa di pericoloso sta accadendo nella Torre, io devo saperlo. Non è solo mio diritto, ma mio dovere.» Meidani non aggiunse altro. Condusse Egwene attraverso il passaggio tortuoso, borbottando che avrebbe preferito poter portare il suo Custode. A quanto pareva si trovava in città per qualche commissione. Il corridoio procedeva a spirale in modo non dissimile dalle spire sinuose del Gran Serpente stesso. Proprio mentre Egwene si stava facendo impaziente, Meidani si arrestò accanto a una porta chiusa. Non pareva diversa dalle dozzine di altri magazzini quasi dimenticati che davano sul corridoio principale. Meidani sollevò una mano esitante, poi bussò brusca.
La porta si aprì all’istante, rivelando un Custode dagli occhi vispi con capelli rossastri e una mascella squadrata. Il suo braccio sussultò come se si fosse a malapena trattenuto dall’allungare una mano verso la spada al suo fianco.
«Questa sarà Meidani,» disse una voce di donna dall’interno della stanza «venuta a riferire del suo incontro con la ragazza. Adsalan?»
Il Custode si fece da parte, rivelando una cameretta in cui scatole fungevano da sedie. All’interno cerano quattro donne, tutte Aes Sedai. E, cosa sconcertante, ognuna di una Ajah diversa! Egwene non aveva visto donne di quattro Ajah diverse camminare assieme nei corridoi, tantomeno avere un colloquio. Nessuna della quattro era Rossa, e ciascuna era un’Adunante.
Seaine era la donna solenne in vesti bianche decorate d’argento. Adunante dell’Ajah Bianca, aveva folti capelli e sopracciglia neri, e occhi di un azzurro acquoso che osservarono Egwene con espressione impassibile. Accanto a lei c’era Doesine, un’Adunante dell’Ajah Gialla. Era snella e alta per una Cairhienese; il suo sfarzoso abito rosa era ricamato d’oro. I suoi capelli erano adornati di zaffiri, che si intonavano con la pietra sulla sua fronte.
Yukiri era la Sorella Grigia seduta accanto a Doesine. Era una delle donne più basse che Egwene avesse mai incontrato, ma aveva un modo di osservare gli altri che faceva sembrare che fosse sempre lei ad avere il controllo, perfino quando era accompagnata da Aes Sedai molto alte. L’ultima donna era Saerin, un’Adunante Altarana per la Marrone. Come molte Marroni, indossava abiti disadorni, e questo era di un brunastro indefinito. La sua carnagione olivastra era rovinata solo da una cicatrice sulla guancia sinistra. Egwene sapeva molto poco di lei. Di tutte le Sorelle nella stanza, parve la meno sbalordita di vedere Egwene.
«Cos’hai fatto?» chiese Seaine a Meidani, sconcertata.
«Adsalan, falle entrare» disse Doesine, alzandosi e gesticolando con impazienza. «Se qualcuno dovesse passare e vedesse la ragazza al’Vere lì…»
Meidani sussultò a quelle parole severe. Sì, ci sarebbe voluto parecchio lavoro prima che tornasse ad avere un portamento da Aes Sedai. Egwene entrò nella stanza, muovendosi prima che un rozzo Custode potesse trascinarla avanti. Meidani la seguì e Adsalan chiuse la porta con uno schianto. La stanza era illuminata da un paio di lampade che non fornivano abbastanza luce, come per sottolineare la natura cospiratoria dell’incontro delle donne.