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«Sì, Madre.»

«Dunque ti incarico di continuare il tuo lavoro con queste donne. Non sono nostre nemiche e non lo sono mai state. Rimandarti indietro come spia è stato un errore, uno che vorrei aver potuto fermare. Ora che sei qui, però, puoi risultare utile. Mi rammarico che tu debba continuare la tua messinscena davanti a Elaida, ma ti lodo per il tuo coraggio in questo.»

«Servirò come necessario, Madre» disse, anche se pareva nauseata.

Egwene lanciò un’occhiata alle altre. «E meglio ottenere la lealtà che non estorcerla. Avete qui il Bastone dei Giuramenti?»

«No» rispose Yukiri. «È difficile da portare via di nascosto. Possiamo prenderlo solo certe volte.»

«Un peccato» disse Egwene. «Mi sarebbe piaciuto pronunciare i Giuramenti. Comunque sia, lo prenderete quanto prima e libererete Meidani dal quarto giuramento.»

«Lo prenderemo in considerazione» disse Saerin.

Egwene sollevò un sopracciglio. «Come volete. Ma sappiate che, una volta che la Torre Bianca sarà di nuovo integra, il Consiglio saprà di questa azione che avete intrapreso. Mi piacerebbe poter informare le Adunanti che agivate per cautela, piuttosto che per cercare di ottenere un potere che non vi spettava. Se avrete bisogno di me nei prossimi giorni, potete mandarmi a chiamare; ma, gentilmente, trovate un modo per sbarazzarvi delle due Sorelle Rosse che mi sorvegliano. Preferirei non usare di nuovo il flusso per Viaggiare dentro la Torre, per impedire che io possa rivelare troppo a quelle che è meglio ne restino all’oscuro.» Lasciò aleggiare quell’affermazione prima di dirigersi verso la porta. Il Custode non la fermò, anche se la guardò con quei suoi occhi sospettosi. Egwene si domandò di chi fosse il Custode: non credeva che nessuna del le Sorelle all’interno della stanza ne avesse uno, anche se non ne era certa. Forse apparteneva a una delle altre spie inviate da Salidar, ed era stato coscritto da Saerin e dalle altre. Questo avrebbe spiegato il suo umore.

Meidani si affrettò a seguire Egwene fuori dalla stanza, lanciandosi un’occhiata sopra la spalla, come aspettandosi che un’obiezione o una censura si levassero dietro di lei. Il Custode si limitò a chiudere la porta.

«Non riesco a credere che tu ci sia riuscita» disse la Grigia. «Avrebbero dovuto appenderti peri talloni e lasciarti a urlare!»

«Sono troppo sagge per fare una cosa del genere» disse Egwene. «Sono le uniche in questa stramaledetta Torre — forse a parte Silviana — che hanno sulle spalle qualcosa che assomiglia a una testa.»

«Silviana?» chiese Meidani sorpresa. «Non ti picchia forse ogni giorno?»

«Diverse volte al giorno» precisò Egwene in tono assente.

«È molto coscienziosa, ma soprattutto è capace di riflettere. Se avessimo più Sorelle come lei, la Torre non sarebbe mai caduta in questo stato.»

Meidani squadrò Egwene con una strana espressione in viso. «Tu sei davvero l’Amyrlin» disse infine. Era un commento bizzarro. Non aveva appena giurato di accettare l’autorità di Egwene?

«Andiamo» disse Egwene, affrettando il passo. «Devo tornare prima che quelle Rosse si insospettiscano.»

13

Un’offerta e una partenza

Gawyn era in piedi con la spada in pugno a fronteggiare due Custodi. Il granaio lasciava entrare lame di luce, con l’aria che scintillava di pulviscolo e pezzi di paglia scagliati in aria dallo scontro. Gawyn indietreggiò piano lungo il pavimento in terra battuta, passando attraverso chiazze di luce. L’aria era calda sulla sua pelle. Rivoletti di sudore gli colavano dalle tempie, ma la sua stretta era salda mentre i due Custodi avanzava no verso di lui.

Quello di fronte a lui era Sleete, un uomo agile e dalle lunghe braccia con delle fattezze rozze. Nella luce incostante del granaio, il suo volto sembrava un’opera incompiuta che si poteva trovare nell’officina di uno scultore, con lunghe ombre davanti agli occhi, il mento diviso da una fenditura, il naso storto per essere stato rotto e non Guarito. Portava capelli lunghi e basette nere.

Hattori era stata piuttosto compiaciuta quando il suo Custode era giunto infine a Dorian: lo aveva quasi perso ai Pozzi di Dumai, e la sua storia era di quelle che cantavano i bardi e i menestrelli. Sleete era rimasto a terra ferito per ore prima di riuscire nel delirio ad afferrare le redini del suo cavallo e issarsi in sella. L’animale l’aveva portato fedelmente per ore, quasi privo di conoscenza, prima di arrivare a un villaggio vicino. I paesani erano stati tentati di vendere Sleete a una banda di banditi locale: il loro capo aveva fatto visita prima promettendo loro la salvezza come ricompensa se avessero rivelato qualunque profugo della battaglia vicina. Però la figlia del sindaco aveva parlato a favore della vita di Sleete, convincendo i paesani che i banditi dovevano essere Amici delle Tenebre, se stavano cercando Custodi feriti. I paesani avevano scelto di schierarsi dalla parte di Sleete e la ragazza si era presa cura di lui. Sleete era stato costretto a sgattaiolare via non appena era stato abbastanza bene da poter viaggiare; apparentemente la ragazza si era invaghita di lui. Voci fra i Cuccioli dicevano che la fuga di Sleete era dovuta anche al fatto che lui stesso aveva iniziato a provare affetto per la ragazza. Parecchi Custodi sapevano che non era il caso di formare legami. Sleete si era allontanato nella notte, dopo che la ragazza si era addormentata, ma, per ricambiare la pietà del villaggio, aveva dato la caccia ai banditi e aveva fatto in modo che non potessero più minacciare il villaggio.

Erano come racconti e leggende, perlomeno fra uomini normali. Per un Custode, la storia di Sleete era quasi la norma. Uomini come lui attiravano le leggende come quelli normali attiravano le pulci. In effetti, Sleete non aveva voluto condividere la sua storia; era uscita fuori solo dopo un’energica campagna di domande da parte dei Cuccioli. Lui si comportava ancora come se la sua sopravvivenza non fosse nulla di cui vantarsi. Era un Custode. Sopravvivere contro ogni probabilità , cavalcare in preda al delirio per chilometri di terreno impervio, sterminare un’intera banda di ladri con ferite ancora non guarite del tutto… questo non era altro che il genere di cose che facevi quando eri un Custode.

Gawyn li rispettava. Perfino quelli che aveva ucciso. In particolare quelli che aveva ucciso. Ci voleva un tipo di uomo straordinario per mostrare questo genere di dedizione, questo genere di cautela. Questo genere di umiltà. Mentre le Aes Sedai manipolavano il mondo e mostri come al’Thor ottenevano la gloria, gli uomini come Sleete svolgevano il compito di eroi, ogni singolo giorno. Senza gloria o riconoscimento. Se venivano ricordati, di solito era solo per la connessione con la loro Aes Sedai. O da altri Custodi. Non ci si dimenticava dei propri simili. Sleete attaccò, protendendo la spada in un affondo diritto, vibrato in modo da ottenere massima velocità. ‘La vipera schiocca la lingua’, un colpo audace, reso più efficace perché Sleete combatteva in coppia con l’uomo basso e stretto che stava aggirando Gawyn da sinistra. Marlesh era l’unico altro Custode a Dorian, e il suo arrivo era stato molto meno drammatico di quello di Sleete. Marlesh era stato col gruppo originario di undici Aes Sedai che erano sfuggite ai Pozzi di Dumai, ed era rimasto con loro per tutto il tempo. La sua stessa Aes Sedai, una Verde Domanese giovane e graziosa di nome Vasha, lo osservava oziosamente dal lato del granaio.

Gawyn contrastò ‘La vipera schiocca la lingua’ con ‘Il gatto danza sul muro’, deviando il colpo di lato e mirando alle gambe con una spazzata. Non era vibrata per colpire, però: era una mossa difensiva, intesa per consentirgli di tenere d’occhio entrambi gli avversati. Marlesh tentò ‘La carezza del leopardo’, ma Gawyn si spostò in ‘Ripiega l’aria’, deviando attentamente il colpo di lato e aspettandosene un altro da Sleete, che era il più pericoloso dei due. Sleete cambiò posizione con passi agili, tenendo la sua lama contro il fianco mentre dava le spalle ai massicci covoni di fieno sul retro del granaio mal ventilato.