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Sorilea non pareva convinta, ma non fece ulteriori pressioni al riguardo. «E l’oggetto?» chiese. «Posso vederlo?»

Cadsuane quasi rispose con un secco no. Ma… Sorilea le aveva insegnato il Viaggiare, uno strumento incredibilmente potente. Quella era stata un’offerta, una mano tesa. Cadsuane doveva collaborare con queste donne, con Sorilea soprattutto. Al’Thor era un progetto troppo grande per essere gestito da una sola donna.

«Vieni con me» disse Cadsuane, lasciando la stanza di legno. Le Sapienti la seguirono. Fuori, Cadsuane diede istruzioni alle Sorelle — Daigian e Sarene — di assicurarsi che Semirhage fosse mantenuta sveglia, con gli occhi aperti. Era improbabile che avrebbe funzionato, ma era la miglior strategia di cui Cadsuane disponeva al momento.

Anche se… aveva anche quell’espressione momentanea di Semirhage, quella traccia di rabbia, mostrata al commento di Sorilea. Quando eri in grado di controllare la rabbia di una persona, potevi controllare anche le sue emozioni. Quello era il motivo per cui lei si era concentrata a tal punto sull’insegnare ad al’Thor a tenere a bada la sua collera.

Controllo e rabbia. Cosa aveva detto Sorilea per suscitare quella reazione? Quella Semirhage sembrava deludentemente umana. Era come se Sorilea fosse giunta aspettandosi che una dei Reietti fosse corrotta come un Myrddraal o un Draghkar. E perché no? I Reietti erano stati figure leggendarie per tremila anni, ombre incombenti di tenebre e mistero. Poteva essere deludente scoprire che, per molti versi, erano i più umani fra i seguaci del Tenebroso; meschini, distruttivi e polemici. Perlomeno era quello il modo in cui al’Thor affermava che agivano. Gli erano così stranamente familiari.

Semirhage si considerava più che umana, però. Quella compostezza, quel controllo del suo ambiente circostante, per lei erano una fonte di forza.

Cadsuane scosse il capo. Troppi problemi e troppo poco tempo. Il corridoio di legno stesso era un altro promemoria della stupidità di al’Thor; Cadsuane riusciva ancora a sentire l’odore del fumo, abbastanza forte da essere sgradevole. Il foro spalancato sulla facciata del maniero — coperto solo da un telo — lasciava entrare aria fredda durante le notti primaverili. Avrebbero dovuto trasferirsi, ma lui affermava che non si sarebbe lasciato cacciar via.

Al’Thor pareva quasi impaziente per l’Ultima Battaglia. O forse solo rassegnato. Per arrivarci aveva la sensazione di dover farsi strada a forza attraverso i futili battibecchi delle persone come un viaggiatore che di notte arranca fra banchi di neve per arrivare alla locanda. Il problema era che al’Thor non era pronto per l’Ultima Battaglia. Cadsuane poteva percepirlo nel modo in cui parlava, in cui agiva. Nel modo in cui osservava il mondo con quell’espressione fosca, quasi stupefatta. Se l’uomo che era ora avesse affrontato il Tenebroso per decidere il destino del mondo, Cadsuane temeva per tutti quanti.

Cadsuane e le due Sapienti raggiunsero la sua camera nel maniero, una stanza solida, non danneggiata e con una buona vista del prato calpestato e dell’accampamento lì di fronte. Aveva poche esigenze riguardo all’arredamento: un letto robusto, una cassapanca con serratura, uno specchio e un mobiletto. Era troppo vecchia e impaziente per preoccuparsi d’altro.

La cassapanca era un’esca: vi teneva dell’oro e altri oggetti relativamente senza valore. I suoi oggetti più preziosi o li indossava — in forma di ornamenti ter’angreal — o li teneva sotto chiave in una scatola per documenti dall’aspetto misero poggiata sul mobiletto dello specchio. Di quercia vecchia e verniciata in modo irregolare, la scatola aveva abbastanza tacche e ammaccature da sembrare usata, ma non così malandata da sembrare fuori posto con le altre sue cose. Mentre Sorilea chiudeva la porta dietro loro tre, Cadsuane disattivò le trappole della scatola.

Le risultava strano il fatto che fossero poche le Aes Sedai che apprendevano modi innovativi di usare l’Unico Potere. Memorizzavano flussi tradizionali e comprovati dal tempo, ma a stento si mettevano a pensare a cos’altro si poteva fare. Sperimentare col Potere poteva essere disastroso, vero, ma si potevano fare molte semplici estrapolazioni senza pericolo. Il suo flusso per questa scatola era una di quelle. Fino in tempi recenti, aveva usato un normale flusso di Fuoco, Spirito e Aria per distruggere qualunque documento nella scatola se un intruso l’avesse aperta. Efficace, ma un po’ privo di immaginazione.

Il suo nuovo flusso era molto più versatile. Non distruggeva gli oggetti nella scatola: Cadsuane non era certa che potessero essere distrutti. Invece i flussi, invertiti per essere invisibili, scattavano all’infuori in fili ritorti di Aria e catturavano chiunque nella stanza quando la scatola veniva aperta. Poi un altro flusso emetteva un forte suono, imitando lo squillo di un centinaio di trombe mentre delle luci lampeggiavano in aria per dare l’allarme. I flussi sarebbero scattati anche se qualcuno avesse aperto, mosso o anche solo toccato la scatola col filamento più delicato dell’Unico Potere.

Cadsuane aprì il coperchio. Quella precauzione estrema era necessaria, perché all’interno di questa scatola c’erano due oggetti che presentavano un pericolo molto serio.

Sorilea si avvicinò, guardando i contenuti. Una era un’effigie alta circa trenta centimetri di un uomo saggio e barbuto che teneva sollevata una sfera. L’altro era un collare di metallo nero con due braccialetti: un a’dam fatto per un uomo. Con questo ter’angreal, una donna poteva tramutare un uomo in grado di incanalare nel suo schiavo, controllando la sua capacità di toccare l’Unico Potere. Forse avere il pieno controllo su di lui. Non avevano sperimentato il collare. Al’Thor lo aveva proibito.

Sorilea sibilò piano, ignorando la statua e concentrandosi su braccialetti e collare. «Questa cosa è malvagia.»

«Sì» disse Cadsuane. Di rado avrebbe definito un semplice oggetto ‘malvagio’, ma questo lo era. «Nynaeve al’Meara afferma di avere qualche familiarità con questo oggetto. Anche se non sono stata in grado di indurre la ragazza a dirmi come conosce queste cose, afferma di sapere che esisteva un solo a’dam maschile e che aveva disposto affinche fosse gettato nell’oceano. Però ammette anche di non averlo visto distrutto di persona. Potrebbe essere stato usato come modello dai Seanchan.»

«Ciò è sconcertante da vedere» disse Sorilea. «Se una delle Anime dell’Ombra o perfino uno dei Seanchan lo catturasse con questo…»

«Che la Luce ci protegga tutti» mormorò Bair.

«E coloro che hanno questi sono la stessa gente con cui al’Thor desidera fare pace?» Sorilea scosse il capo. «La sola creazione di questi abomini dovrebbe giustificare una faida. Ho sentito che ce n’erano altri come questo. Cosa ne è stato?»

«Sono conservati altrove» disse Cadsuane, chiudendo il coperchio. «Assieme agli a’dam femminili che abbiamo preso. Alcune mie conoscenti — Aes Sedai che si sono ritirate dal mondo — li stanno provando per cercare di scoprirne il punto debole.» Avevano anche Callandor, Cadsuane detestava averla lontano dagli occhi, ma sentiva che quella spada conservava ancora dei segreti da estrarre.

«Tengo qui questo perché intendo trovare un modo per provarlo su un uomo» disse.

«Sarebbe la maniera migliore per scoprirne le debolezze. Al’Thor non permetterà che nessuno dei suoi Asha’man venga messo al guinzaglio con esso, però. Nemmeno per un momento.»

Ciò mise a disagio Bair. «Un po’ come saggiare la forza di una lancia conficcandola dentro qualcuno» borbottò.

Sorilea, però, annuì. Lei capiva.

Una delle prime cose che Cadsuane aveva fatto dopo aver catturato quegli a’dam femminili era mettersene uno e provare modi per sfuggirgli. Lo aveva fatto in circostanze attentamente controllate, certo, e con donne su cui confidava affinche la liberassero. Alla fine era quello che avevano dovuto fare. Cadsuane non era stata in grado di scoprire alcuna via d’uscita da se. Ma se il tuo nemico aveva in mente di farti qualcosa, dovevi scoprire come annullarla. Perfino se voleva dire mettere te stesso al guinzaglio. Al’Thor non riusciva a capire questo. Quando Cadsuane glielo chiedeva, lui si limitava a borbottare di ‘quella maledetta cassa’ e dell’essere picchiato.