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«Dobbiamo fare qualcosa per quell’uomo» disse Sorilea, incontrando lo sguardo di Cadsuane. «E peggiorato dall’ultima volta che l’ho incontrato.»

«È così» confermò Cadsuane. «È sorprendentemente abile nell’ignorare il mio addestramento.»

«Allora discutiamone noi» disse Sorilea, tirando a se uno sgabello. «Bisogna pensare a un piano. Per il bene di tutti.»

«Per il bene di tutti» convenne Cadsuane. «Soprattutto di al’Thor.»

15

Un punto di partenza

Rand si svegliò sul pavimento di un corridoio. Si mise a sedere, ascoltando il suono distante di acqua. Il torrente fuori dal maniero? No… no, era sbagliato. Le pareti e il pavimento qui non erano di legno. Non c’erano candele o lampade appese alla muratura, eppure c’era una luce diffusa nell’aria.

Si alzò, poi si raddrizzò la giubba rossa, sentendosi stranamente impavido. Riconosceva questo posto da qualche punto distante nella sua memoria. Come era giunto qui? Il passato recente era annebbiato e pareva sfuggirgli, come evanescenti strascichi di nebbia…

No, pensò con fermezza. I suoi ricordi obbedirono, rimettendosi al proprio posto di fronte alla forza della sua determinazione. Si trovava nel maniero domanese, in attesa di un rapporto da Rhuarc sulla cattura di qualcuno dei primi membri del Consiglio dei Mercanti. Min stava leggendo Ogni castello, una biografia, sulla sedia verde e ampia della stanza che condividevano.

Rand era esausto, come spesso di recente. Era andato a stendersi. Allora si era addormentato. Questo era forse il Mondo dei Sogni? Anche se lo aveva visitato in qualche occasione, ne conosceva ben pochi dettagli. Egwene e le camminatrici dei sogni Aiel ne parlavano solo con cautela.

Questo posto pareva diverso dal mondo onirico, e stranamente familiare. Guardò il corridoio: era così lungo che svaniva nelle ombre, le pareti inframmezzate da porte a intervalli, il legno secco e crepato. Sì, pensò, aggrappandosi a un ricordo. Sono proprio stato qui prima, ma molto tempo fa.

Scelse una delle porte a caso — sapeva che non avrebbe avuto importanza quale — e la apri con una spinta. Oltre c’era una stanza di dimensioni modeste. Il lato opposto era una serie di archi di pietra grigia, al di là dei quali si trovava un cortiletto e un cielo con ardenti nubi rosse. Le nuvole crescevano e spuntavano l’una dall’altra come bolle in acqua gorgogliante. Erano le nubi di una tempesta in arrivo, per quanto innaturali.

Rand guardò più attentamente e vide che ogni nuova nube formava un volto tormentato, la bocca aperta in un urlo silenzioso. La nube poi si ingrossava, espandendosi su se stessa, distorcendo la faccia, spalancando la mascella, contorcendo le guance, strabuzzando gli occhi. Poi si divideva, con altri volti che si gonfiavano sulla sua superficie, urlando e ribollendo. Era paralizzante e terrificante allo stesso tempo. Non c’era terra oltre il cortile. Solo quel cielo terribile.

Rand non voleva guardare verso il lato sinistro della stanza. Lì c’era il caminetto. Le pietre che formavano il pavimento, il focolare e le colonne erano contorte, come se fossero state fuse da un calore estremo. Le proporzioni e gli angoli della stanza erano sbagliati. Proprio come quando era venuto qui molto tempo fa.

Qualcosa era diverso stavolta, però. Qualcosa nei colori. Molte di queste pietre erano nere, come se fossero state bruciate, ed erano percorse da fratture. Una lontana luce rossa risplendeva dall’interno, come se avessero un nucleo di lava fusa. Una volta c’era stato un tavolo qui, no? Levigato e di ottimo legno, con linee semplici in sconcertante contrasto con gli angoli distorti delle pietre?

Il tavolo non c’era piu’, ma due sedie erano poste davanti al caminetto, con lo schienale alto e rivolte verso le fiamme, celando chiunque potesse esservi seduto. Rand si costrinse ad andare avanti, con i suoi stivali che schioccavano su pietre che bruciavano. Non percepiva alcun calore, ne da esse ne dal fuoco. Gli si mozzò il fiato e il cuore gli martellò in petto mentre si avvicinava a quelle sedie. Temeva cosa avrebbe trovato.

Vi girò attorno. Un uomo si trovava sulla sedia sinistra. Alto e giovanile, aveva un volto squadrato e antichi occhi azzurri che riflettevano il fuoco nel caminetto, facendo diventare quasi viola le sue iridi. L’altra sedia era vuota. Rand vi si diresse e si sedette, calmando il suo cuore e osservando le fiamme danzanti. Aveva visto quest’uomo in precedenza nelle sue visioni, non diverse da quelle che gli apparivano quando pensava a Mat o a Perrin.

I colori non comparvero quando ora pensò ai suoi amici. Ciò era strano, ma in qualche modo non inatteso. Le sue visioni dell’uomo nell’altra sedia erano diverse da quelle che riguardavano Perrin e Mat. Erano in qualche modo più viscerali, più reali. A volte, durante quelle visioni, Rand aveva quasi provato la sensazione di poter allungare una mano e toccare quest’uomo. Aveva paura di cosa sarebbe successo se l’avesse fatto.

Aveva incontrato quell’uomo una sola volta, a Shadar Logoth. Lo sconosciuto aveva salvato la vita di Rand, e lui spesso si era domandato chi era. Ora, in questo posto, Rand infine lo seppe.

«Tu sei morto» sussurrò Rand. «Io ti ho ucciso.»

L’uomo non distolse lo sguardo dal fuoco mentre rideva. Era una risata rozza e gutturale in cui c’era ben poca allegria. Un tempo Rand aveva conosciuto quest’uomo solo come Ba’alzamon — un nome per il Tenebroso — e scioccamente aveva pensato, uccidendolo, di aver sconfitto l’Ombra per sempre.

«Ti ho guardato morire» proseguì Rand. «Ti ho trapassato il petto con Callandor. Isha…»

«Non è quello il mio nome» lo interruppe l’uomo, ancora fissando le fiamme. «Sono conosciuto come Moridin, ora.»

«Il nome è irrilevante» replicò Rand con rabbia. «Tu sei morto, e questo è solo un sogno.»

«Solo un sogno» ripete Moridin, ridacchiando. «Sì.» L’uomo era vestito con giubba e pantaloni neri, con quell’oscurità attenuata solo da un ricamo rosso sulle maniche.

Moridin infine lo guardò. Le fiamme del fuoco proiettavano una luce rossa e arancione sul suo volto angoloso e sui suoi occhi imperturbabili. «Perche ti lagni sempre a quel modo? Solo un sogno. Non sai che molti sogni sono più veri del mondo della veglia?»

«Tu sei morto» ripete Rand con ostinazione.

«Anche tu. io ho visto te morire, sai. Scagliandoti come una tempesta, creando un’intera montagna per contrassegnare il tuo tumulo. Che arroganza.»

Dopo aver scoperto di aver ucciso tutti coloro che amava, Lews Therin aveva attinto all’Unico Potere e aveva distrutto se stesso, creando al contempo Montedrago. Menzionare questo avvenimento causava sempre urla di sofferenza e rabbia nella mente di Rand.

Ma stavolta ci fu silenzio.

Moridin tornò a guardare le fiamme senza calore. Da un lato, fra le pietre del camino, Rand vide del movimento. Guizzanti frammenti d’ombra, a malapena visibili attraverso delle fratture nelle pietre. Il calore rosso brillava dietro, come roccia fusa, e quelle ombre si muovevano frenetiche. Rand poteva sentire un debole raspare. Ratti, si rese conto. C’erano ratti dietro le pietre, consumati dal tremendo calore intrappolato dall’altro lato. I loro piccoli artigli raspavano, inserendosi tra le fessure mentre cercavano di sfuggire all’essere arsi vivi.

Alcune di quelle minuscole zampette parevano quasi umane.

Solo un sogno, si disse con forza Rand. Solo un sogno. Ma conosceva la verità in quello che aveva detto Moridin. Il nemico di Rand viveva ancora. Luce! Quanti degli altri erano tornati? La rabbia gli fece stringere i braccioli della sedia. Forse si sarebbe dovuto sentire terrorizzato, ma aveva smesso di scappare da questa creatura e dal suo padrone molto tempo fa. A Rand non restava spazio per la paura. In effetti, sarebbe dovuto essere Moridin a temere, poiche l’ultima volta che si erano incontrati, Rand l’aveva ucciso.