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Egwene si inginocchiò di nuovo, sollevando un braccio e asciugandosi la fronte. Il braccio venne via sporco di fuliggine. Egwene sospirò piano, la bocca e il naso protetti da un panno umido per impedirle di respirare troppa cenere. Il suo respiro era caldo e viziato contro la sua faccia, e la pelle era appiccicosa per il sudore. Le gocce che le cadevano dalla faccia la macchiavano di fuliggine nera; attraverso il panno, Egwene poteva sentire l’odore smorto e grumoso di cenere che veniva bruciata più e più volte.

Il forno era una grossa struttura quadrata di mattoni rossi cotti. Era aperto su entrambi i lati e largo tanto da potervi strisciare dentro… che era esattamente quello che doveva fare Egwene. Croste scure si accumulavano all’interno della canna fumaria e del camino e dovevano essere ripulite per impedire che lo ostruissero oppure che si staccassero e cadessero nel cibo. Fuori, nella sala da pranzo, Egwene poteva udire Katerine e Lirene che chiacchieravano fra loro e ridevano. Le Rosse facevano capolino di tanto in tanto per controllarla, ma il suo vero supervisore era Laras, che stava pulendo delle pentole dall’altro lato della stanza.

Egwene aveva indossato un abito da lavoro per quel compito. Sebbene una volta fosse stato bianco, era stato usato ripetutamente dalle novizie per pulire i focolari e la cenere era intrisa nelle fibre. Chiazze di grigio macchiavano la stoffa come ombre.

Si sfregò i fianchi, si rimise carponi e strisciò ancora più a fondo nel focolare. Usando un piccolo raschietto di legno, staccò pezzi di cenere dalle intercapedini fra i mattoni, poi la raccolse e la depositò in secchi d’ottone, i cui bordi erano punteggiati di bianco e grigio per la cenere. Il suo primo compito era stato tirar fuori tutta la fuliggine libera e impilarla nei secchi. Le sue mani erano così annerite da quel lavoro che temeva di non riuscire a pulirle nemmeno sfregando furiosamente. Le facevano male le ginocchia e parevano una strana controparte alle sue natiche, che ancora dolevano per la sua solita punizione mattutina.

Continuò, grattando col suo raschietto una sezione annerita di mattoni, fiocamente illuminata dalla lanterna che aveva lasciato ad ardere in un angolo all’interno del focolare. Fremeva dalla voglia di usare l’Unico Potere, ma le Rosse di fuori si sarebbero accorte che stava incanalando; inoltre aveva scoperto che la sua dose pomeridiana di radice biforcuta era stata insolitamente forte, lasciandola incapace di incanalare se non un filamento. In effetti, era stata tanto forte da lasciarla intontita, il che rendeva il lavoro ancora più difficile.

Sarebbe stata questa la sua vita? Intrappolata dentro un camino, sfregando mattoni che nessuno vedeva, segregata lontano dal mondo? Non poteva opporsi a Elaida se chiunque si dimenticava di lei. Tossì piano, e il suono riecheggiò contro l’interno del focolare.

Le serviva un piano. La sua unica risorsa pareva utilizzare le Sorelle che stavano cercando di sradicare l’Ajah Nera. Ma come poteva far loro visita? Senza essere addestrata dalle Sorelle, non aveva modo di sfuggire alle sue sorveglianti Rosse entrando negli alloggi di altre Ajah. Poteva sgattaiolare via in qualche modo mentre svolgeva le sue faccende? Se la sua assenza fosse stata scoperta, probabilmente sarebbe finita in una situazione ancora peggiore.

Ma non poteva lasciare che la sua vita fosse dominata da questo umile lavoro! L’Ultima Battaglia si stava avvicinando, il Drago Rinato vagava libero e l’Amyrlin Seat se ne stava carponi a pulire dei camini! Digrignò i denti, sfregando con furia. La fuliggine si era accumulata così a lungo che formava un nera patina lucente sulla pietra. Non sarebbe mai riuscita a toglierla tutta. Doveva solo assicurarsi che fosse abbastanza punto affinche la fuliggine non si staccasse.

Riflessa in quella patina lucida, Egwene vide un’ombra muoversi lungo l’apertura all’estremità opposta del camino. Si protese immediatamente verso la Fonte… ma naturalmente non trovò nulla. Non con la radice biforcuta che le annebbiava la mente. Ma c’era decisamente qualcuno fuori dal camino, accovacciato, che si muoveva silenzioso… Egwene strinse il raschietto in una mano, abbassando lentamente l’altra per afferrare lo scopino che aveva usato per radunare la cenere. Poi si voltò.

Laras si immobilizzo, scrutando all’interno del camino. La maestra delle cucine indossava un grosso grembiule bianco, anch’esso con qualche macchia di fuliggine. Il suo tozzo volto rotondo aveva visto la sua dose di inverni; la sua chioma stava iniziando a ingrigire e qualche ruga segnava i lati dei suoi occhi. Così sporta in avanti, le sue guance formavano un secondo, un terzo e un quarto mento, e lei afferrò il lato dell’apertura del focolare con una mano dalle dita grassocce.

Egwene si rilassò. Perche era stata così certa che qualcuno la volesse cogliere alle spalle? Era solo Laras che veniva a controllarla.

Eppure perché la donna si era mossa in modo così furtivo? Laras lanciò uno sguardo da un lato, i suoi occhi che si assottigliavano. Poi si portò un dito alle labbra. Egwene si sentì di nuovo in preda alla tensione. Cosa stava succedendo?

Laras indietreggiò dal camino, aspettando che Egwene la seguisse. La maestra delle cucine si mosse con passo leggero, molto più silenziosa di quanto Egwene avrebbe creduto possibile. Da altre parti della cucina provenivano i rumori di sguatteri e aiuto-cuochi, ma nessuno era direttamente visibile. Egwene strisciò fuori dal focolare, infilandosi il raschietto nella cintura e pulendosi le mani sul vestito. Si tolse il panno dalla faccia, inspirando dolce aria priva di fuliggine. Trasse un profondo respiro e ricevette un’occhiataccia da Laras, seguita da un altro dito sulle labbra.

Egwene annuì, seguendo Laras attraverso le cucine. Pochi istanti dopo, lei ed Egwene si ritrovarono in una dispensa, in cui aleggiava denso l’odore di granaglie secche e formaggi stagionati. Laras spostò da parte qualche sacco, poi apri un pezzo del pavimento. Era una botola di legno, sormontata da mattoni tagliati in cima per farla sembrare parte della pavimentazione. Rivelò una piccola camera dalle pareti di roccia sotto la dispensa, abbastanza grande da contenere una persona, anche se sarebbe stata stretta per un uomo alto.

«Aspetta qui finche non sarà notte» disse Laras a bassa voce. «Non posso farti uscire ora, non con la Torre agitata come un’aia piena di galline quando c’è in giro la volpe. Ma l’immondizia viene portata fuori a tarda notte, e ti nasconderò fra le ragazze che la scaricano. Un portuale ti condurrà su una piccola barca fino alla sponda del fiume. Ho alcuni amici fra le guardie: si gireranno dall’altra parte. Una volta raggiunta la riva, sta a te decidere cosa fare. Il mio consiglio è di non tornare da quelle sciocche che ti hanno reso la loro marionetta. Trova qualche posto in cui stare nascosta finche tutta questa faccenda non si sgonfia, poi torna e vedi se chi sarà al comando vorrà riammetterti. È improbabile che si tratterà di Elaida, dal modo in cui stanno andando le cose…»

Egwene sbatte le palpebre dalla sorpresa.

«Su» disse la donna corpulenta. «Dentro.»

«Io…»

«Non c’è tempo per le chiacchiere!» disse Laras, come se non fosse stata lei a parlare fino a questo momento. Dal modo in cui continuava a guardarsi in giro e a tamburellare il piede, era evidentemente nervosa. Ma era altrettanto ovvio che aveva fatto questo genere di cose in precedenza. Come mai la semplice cuoca della Torre Bianca era così capace di muoversi furtiva, così capace di ordire un piano per far uscire Egwene dalla città fortificata e assediata? E perché, innanzitutto, aveva una botola nelle cucine? Luce! Come l’aveva creata?

«Non preoccuparti per me» disse Laras, squadrando Egwene. «Posso cavarmela. Terrò tutti i servitori delle cucine lontani da dove stavi lavorando. Quelle Aes Sedai ti controllano suppergiù solo ogni mezz’ora, e dal momento che l’hanno fatto appena un minuto fa, passerà un po’ di tempo prima che guardino dentro di nuovo. E quando controlleranno, io potrò fingere di non sapere nulla e tutti supporranno che sei sgattaiolata fuori dalle cucine. Presto ti faremo uscire dalla città senza che nessuno se ne accorga.»