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Sulle prime Semirhage si trattenne. Poi cominciò a imprecare. Quindi prese a farfugliare minacce. Cadsuane continuò finche la mano non iniziò a farle male. Le minacce di Semirhage si tramutarono in urla di oltraggio e dolore. La servitrice con il cibo tornò nel mezzo della scena, contribuendo ancor di più alla vergogna di Semirhage. Le Aes Sedai osservavano a bocca aperta.

«Ora» disse Cadsuane dopo qualche momento, inserendosi fra le grida di dolore di Semirhage. «Vuoi mangiare?»

«Troverò tutti coloro che hai mai amate» disse la Reietta con le lacrime agli occhi. «Li darò in pasto gli uni agli altri sotto i tuoi occhi. Li…»

Con uno schiocco della lingua, Cadsuane ricominciò. La folla nella stanza osservò in un silenzio meravigliato. Semirhage iniziò a piangere… non per il dolore, ma per l’umiliazione. Era quella la chiave. Semirhage non poteva essere sconfitta con il dolore o con la persuasione… ma distruggere la sua immagine sarebbe stato ai suoi occhi più terribile di qualsiasi altra punizione. Proprio come sarebbe stato per Cadsuane.

Cadsuane arrestò la mano dopo qualche altro minuto, lasciando andare i flussi che tenevano immobile Semirhage. «Mangerai ora?» chiese.

«Io…»

Cadsuane sollevò la mano e Semirhage balzò praticamente giù dal suo grembo e sgattaiolò per il pavimento a mangiare i fagioli.

«è una persona» disse Cadsuane guardando gli altri. «Solo una persona, come ciascuno di noi. Ha dei segreti, ma qualunque ragazzo può avere un segreto che rifiuta di dire. Ricordatevelo.»

Cadsuane si alzò e si diresse verso la porta. Esitò accanto a Sarene, che osservò rapita mentre la Reietta mangiava i fagioli dal pavimento. «Potresti voler iniziare a portare con te una spazzola» aggiunse Cadsuane. «Potrebbero farti male le mani.»

Sarene sorrise. «Sì, Cadsuane Sedai.»

Ora, pensò Cadsuane lasciando la stanza, cosa fare con al’Thor?

«Mio signore,» disse Grady, sfregandosi il volto segnato dalle intemperie «non credo che tu capisca.»

«Allora spiegamelo» ribatte Perrin. Era in piedi sul fianco di una collina, guardando in basso verso l’enorme raduno di profughi e soldati. Tende scompagnate di molte fogge differenti — strutture Aiel marroni a una sola punta; grandi e variopinte tende cairhienesi; tende a due punte di tipo ordinario — venivano montate mentre la gente si preparava per la notte.

Gli Aiel Shaido, come sperato, non li avevano inseguiti. Avevano lasciato che l’esercito di Perrin si ritirasse, anche se i suoi esploratori dicevano che ora si erano spostati per investigare la città. A ogni modo, voleva dire che Perrin aveva tempo. Tempo per riposare, tempo per arrancare via, tempo — aveva sperato — per usare dei passaggi per trasportare via la maggior parte dei profughi.

Per la Luce, quanto erano numerosi. Migliaia e migliaia di persone, un incubo da coordinare e da gestire. I suoi ultimi giorni erano stati riempiti da un flusso costante di lamentele, obiezioni, giudizi e scartoffie. Dove trovava Balwer così tanta carta? Pareva soddisfare molte delle persone che venivano da Perrin. Giudizi e risoluzioni di dispute parevano molto più ufficiali a quella gente quando erano descritti su un pezzo di carta. Balwer diceva che a Perrin sarebbe servito un sigillo. Il lavoro era servito a distrarlo, questo era un bene. Ma Perrin sapeva di non poter scansare i suoi problemi a lungo. Rand lo tirava verso nord. Perrin doveva marciare verso l’Ultima Battaglia. Nient’altro aveva importanza.

Eppure quella sua ostinazione — ignorare tutto tranne il suo obiettivo — era stata la fonte di così tanti guai durante la sua caccia a Faile. Doveva trovare un equilibrio, in qualche modo. Gli occorreva decidere da se se voleva guidare queste persone. Gli serviva fare pace col lupo dentro di lui, la bestia che si infuriava quando lui scendeva in battaglia.

Ma prima che potesse fare qualcosa di tutto ciò, doveva portare a casa i profughi. Quello si stava rivelando un problema. «Ora hai avuto il tempo per riposare, Grady» disse Perrin.

«La fatica è solo una parte della questione, mio signore» disse Grady. «Anche se, sinceramente, mi sento ancora come se potessi dormire per una settimana intera.» Sembrava davvero stanco. Grady era un uomo vigoroso, col volto di un contadino, e anche il temperamento. Perrin confidava che quest’uomo avrebbe fatto il suo dovere più di molti lord che aveva conosciuto. Ma Grady poteva essere spinto solo fino a un certo punto. Che effetti aveva su un uomo incanalare così tanto? Grady aveva le borse sotto gli occhi e il suo volto era pallido malgrado la pelle abbronzata. Anche se era ancora un uomo giovane, i suoi capelli avevano iniziato a ingrigirsi.

Per la Luce, ho affaticato troppo quest’uomo, pensò Perrin. Sia lui che Neald. Quello era stato un altro effetto dell’ostinazione di Perrin, come stava iniziando a capire. Quello che aveva fatto ad Aram, il modo in cui aveva permesso che quelli attorno a lui andassero avanti senza una guida… Devo mettere a posto questa situazione. Devo trovare un modo per gestire tutto quanto.

Se non ci fosse riuscito, sarebbe potuto non arrivare all’Ultima Battaglia.

«Il fatto è questo, mio signore.» Grady si sfregò di nuovo il mento, passando in rassegna il campo. I vari contingenti — i Mayenesi, la guardia di Alliandre, gli uomini dei Fiumi Gemelli, gli Aiel, i profughi di varie città — erano tutti accampati separatamente, nei propri anelli. «Ci sono alcune centinaia di migliaia di persone che devono tornare a casa. Quelli che se ne andranno, almeno. Molti dicono di sentirsi più al sicuro qui, con te.»

«Possono smettere di volerlo» disse Perrin. «Il loro posto è con le loro famiglie.»

«E quelli le cui famiglie si trovano nelle terre occupate dai Seanchan?» Grady scrollò le spalle. «Prima dell’arrivo degli invasori, molte di queste persone sarebbero state felici di tornare. Ma ora… Be’, continuano a parlare di rimanere dove ci sono cibo e protezione.»

«Possiamo mandare comunque quelli che vogliono andare» disse Perrin. «Viaggeremo più leggeri senza di loro.»

Grady scosse il capo. «È questo il fatto, mio signore. Il tuo uomo, Balwer, ci ha dato una conta. Posso creare un passaggio abbastanza grande affinche lo possano attraversare due uomini alla volta. Se supponiamo che impieghino un secondo a passare… Be’, ci vorrebbero ore e ore per mandarli tutti. Non conosco il numero, ma lui ha affermato che servirebbero giorni di lavoro. E ha detto che le sue stime probabilmente erano troppo ottimistiche. Mio signore, potrei tenere aperto un passaggio a malapena un’ora, da quanto sono stanco.» Perrin digrignò i denti. Avrebbe dovuto farsi dare lui stesso quelle cifre da Balwer, ma aveva un tremendo sentore che il segretario avesse ragione.

«Continueremo a marciare, allora» disse Perrin. «In direzione nord. Ogni giorno, tu e Neald aprirete dei passaggi e farete tornare alcune delle persone a casa. Ma non stancatevi.» Grady annuì, con gli occhi vuoti dalla fatica. Forse sarebbe stato meglio attendere qualche altro giorno prima di iniziare con quella procedura. Perrin rivolse un cenno di congedo al Dedicato, e Grady trotterellò di nuovo verso il campo. Perrin rimase sul fianco della collina, ispezionando le varie sezioni dell’accampamento mentre la gente preparava il pasto della sera. I carri erano situati al centro del campo, carichi di cibo che — lui temeva — si sarebbe esaurito prima che potesse raggiungere l’Andor. Oppure avrebbe dovuto deviare verso Cairhien? Era lì che aveva visto Rand l’ultima volta, anche se, dalle visioni di lui che aveva avuto, gli sembrava che non si trovasse in nessuna delle due nazioni. E poi dubitava che la regina dell’Andor l’avrebbe accolto a braccia aperte, dopo le voci su di lui e sul dannato stendardo con l’aquila rossa.

Perrin lasciò stare il problema, per il momento. Pareva che l’accampamento si stesse sistemando. Ogni anello di tende mandava dei rappresentanti al deposito centrale del cibo per prendere le proprie razioni per la sera. Ogni gruppo era responsabile dei propri pasti: Perrin si limitava a supervisionare la distribuzione delle scorte. Distinse il furiere — un Cairhienese di nome Bavin Rodkshaw — in piedi sul retro di un carro, intento a occuparsi di ogni rappresentante a turno.