Soddisfatto della sua ispezione, Perrin scese nell’accampamento, passando attraverso le tende cairhienesi sulla strada per le proprie, che erano con quelle degli uomini dei Fiumi Gemelli. Dava per scontati i suoi sensi affinati, ora. Erano giunti assieme all’ingiallirsi dei suoi occhi. Parecchie persone attorno a lui non sembravano notarli piu’, ma quando incontrava qualcuno di nuovo, quel contrasto gli veniva ricordato in modo crudo. Molti dei profughi cairhienesi, per esempio, si interruppero mentre stavano alzando le tende. Lo osservarono mentre passava, mormorando: «Occhidoro.»
Non gli importava granche del nome. Aybara era il nome della sua famiglia e lui lo portava con orgoglio. Era uno dei pochi che poteva trasmetterlo. Ci avevano pensato i Trolloc.
Scoccò un’occhiata a un vicino gruppo di rifugiati e quelli si affrettarono a tornare a conficcare i pioli delle tende. Mentre lo facevano, Perrin superò un paio di uomini dei Fiumi Gemelli, Tod al’Caar e Jori Congar. Quelli lo videro e gli rivolsero il saluto, coi pugni sul cuore. Per loro, Perrin Occhidoro non era una persona da temere, ma da rispettare, anche se ancora bisbigliavano di quella notte che aveva trascorso nella tenda di Berelain. Perrin desiderava poter sfuggire all’ombra di quell’avvenimento. Gli uomini erano ancora entusiasti ed eccitati per la vittoria sugli Shaido, ma non era passato troppo tempo da quando Perrin aveva sentito di non essere il benvenuto fra loro.
Tuttavia, per il momento, questi due parevano aver messo da parte quel loro malcontento. Invece gli fecero il saluto. Si erano dimenticati che Perrin era cresciuto con loro? E delle volte in cui Jori aveva preso in giro la lingua lenta di Perrin o di quando si era fermato alla fucina per vantarsi delle ragazze a cui era riuscito a rubare un bacio?
Perrin si limitò ad annuire di rimando. Non era il caso di rivangare il passato, non quando la loro fedeltà a ‘Perrin Occhidorò aveva aiutato a liberare Faile. Anche se, mentre si allontanava, le sue orecchie troppo ricettive colsero le risate dei due sulla battaglia, solo pochi giorni prima, e della parte che vi avevano avuto. Uno di loro puzzava ancora di sangue; non si era lavato gli stivali. Probabilmente non aveva nemmeno notato il fango macchiato di sangue. A volte Perrin si domandava se i suoi sensi non fossero davvero migliori di quelli degli altri. Dedicava tempo a notare cose che gli altri ignoravano. Come potevano non accorgersi di quell’odore di sangue? E l’aria frizzante delle montagne a nord? Odorava di casa, anche se erano a molte leghe dai Fiumi Gemelli. Se altri uomini si fossero presi il tempo di chiudere gli occhi e prestare attenzione, sarebbero stati in grado di percepire gli odori come lui? Se avessero aperto quegli occhi e guardato con più attenzione il mondo attorno a loro, li avrebbero definiti ‘acuti’ come facevano con quelli di Perrin?
No. Era solo immaginazione. I suoi sensi erano migliori; la sua affinità con i lupi lo aveva cambiato. Era da parecchio che non pensava a quella affinità : era stato troppo concentrato su Faile. Ma aveva smesso di sentirsi così in imbarazzo per i propri occhi. Erano parte di lui. Non c’era motivo di lamentarsene.
E tuttavia, quella rabbia che provava quando combatteva… quella perdita di controllo. Lo preoccupava sempre piu’. La prima volta che l’aveva sperimentata era stata quella notte, così tanto tempo fa, combattendo contro i Manti Bianchi. Per un certo tempo, Perrin non aveva saputo se era un lupo o un uomo.
E ora, durante una delle sue recenti visite al sogno del lupo, aveva cercato di uccidere Hopper. Nel sogno del lupo, la morte era definitiva. Perrin aveva quasi perduto se stesso, quel giorno. Ripensarci risvegliò vecchie paure, paure che aveva messo da parte. Paure relative a un uomo, che si comportava come un lupo, rinchiuso in una gabbia.
Continuò lungo il tragitto per la sua tenda, prendendo alcune decisioni. Aveva inseguito Faile con determinazione, evitando il sogno del lupo così come aveva evitato tutte le sue responsabilità. Aveva affermato che nient’altro aveva importanza. Ma sapeva che la verità era molto più difficile. Si era concentrato su Faile perché la amava così tanto, ma — in aggiunta — lo aveva fatto perché era stato conveniente. Il suo salvataggio era stata una scusa per evitare cose come il suo disagio in una posizione di comando e la tregua indistinta fra se stesso e il lupo dentro di lui.
Aveva liberato Faile, ma molte cose erano ancora sbagliate. Le risposte potevano trovarsi nei suoi sogni.
Era tempo di tornare.
18
Un messaggio urgente
Siuan si immobilizzo — il canestro di biancheria sporca appoggiato su un fianco — nel momento in cui entrò nell’accampamento delle Aes Sedai. Era il suo bucato, stavolta. Alla fine si era resa conto che non era necessario che si occupasse sia del suo che di quello di Bryne. Perche non lasciare che le novizie dedicassero un po’ di tempo alla sua biancheria? Di certo in questi giorni ce n’erano parecchie.
E tutte quante affollavano la passerella attorno al padiglione al centro del campo. Stavano fianco a fianco, un muro di bianco sormontato da teste con capelli in ogni tinta naturale. Nessuna semplice seduta del Consiglio avrebbe attirato una tale attenzione. Stava succedendo qualcosa.
Siuan appoggiò il canestro di vimini col bucato su un ceppo, poi vi mise sopra un asciugamano. Non si fidava del cielo, anche se nel corso della scorsa settimana non c’era stato nulla più di un’occasionale pioggerella. Mai fidarsi di un cielo da capitanti di porto. Parole di cui fare tesoro. Perfino se le conseguenze erano soltanto un canestro di abiti bagnati, sporchi perfino.
Si affrettò lungo la strada in terra battuta e salì su una delle passerelle di legno. Le assi scabre si mossero leggermente sotto i suoi piedi e scricchiolarono con i suoi passi mentre si affrettava verso il padiglione. Si parlava di rimpiazzare le passerelle con qualcosa di permanente, forse qualcosa di costoso come un lastricato.
Raggiunse le spalle delle donne assiepate. L’ultima seduta del Consiglio che aveva attuato questo livello di attenzione aveva rivelato che gli Asha’man avevano legato a se delle Sorelle e che la corruzione stessa era stata eliminata. Volesse la Luce che non ci fosse in serbo nessun’altra sorpresa di quella portata! I suoi nervi erano già abbastanza tesi per dover trattare con il dannato Gareth Bryne. Aveva proposto che gli permettesse di insegnarle come impugnare una spada, per ogni eventualità. Siuan non aveva mai pensato che le spade fossero di molta utilità. Inoltre, chi aveva mai sentito di una Aes Sedai con un’arma, a combattere come un Aiel forsennato? Davvero, quell’uomo.
Si fece strada di prepotenza fra le novizie, irritata di dover ottenere la loro attenzione affinche la lasciassero passare. Si facevano da parte non appena vedevano una Sorella passare in mezzo a loro, ma erano così distratte che dovette faticare per farle togliere di mezzo. Ne rimproverò alcune per non essere in giro per i loro compiti. Dov’era Tiana? Avrebbe dovuto riportare queste ragazze alle loro faccende. Se Rand al’Thor in persona fosse apparso nell’accampamento, maledizione, le novizie avrebbero dovuto continuare le loro lezioni! Finalmente, accanto ai lembi del padiglione, trovò la donna che si era aspettata. Sheriam, come Custode degli Annali di Egwene, non poteva entrare nel Consiglio senza l’Amyrlin. E così era relegata ad aspettare fuori. Probabilmente era meglio che starsi a preoccupare nella sua tenda.
La donna dai capelli color fuoco aveva perso un bel po’ della sua paffutezza nel corso delle ultime settimane. Aveva davvero bisogno di farsi lare degli abiti nuovi; i suoi vestiti vecchi cominciavano a penderle addosso. Tuttavia, di recente pareva aver riconquistato un po’ di calma, sembrava essere meno stravagante. Forse qualunque cosa l’avesse afflitta era passata. Aveva sempre insistito che non c’era mai stato niente che non andava.