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Dritto di fronte a lei, illuminato dalla luce solare indiretta dal balcone alle sue spalle, c’era un gruppo del Sangue, tra cui il capitano generale Galgan aveva il rango più elevato. Indossava l’armatura quel giorno, col pettorale dipinto di un blu intenso, tanto scuro da essere quasi nero. I suoi fragili capelli bianchi erano acconciati in una cresta, con i lati del capo rasati, ed erano intrecciati sulle spalle, poiche era dell’Alto Sangue. Con lui c’erano due membri del basso Sangue — il generale di stendardo Najirah e il generale di stendardo Yamada — e diversi ufficiali non aristocratici. Attendevano con pazienza, tenendo con cautela gli occhi distolti da quelli di Tuon.

Un raduno di altri membri del Sangue si trovava diversi passi più indietro, ad assistere ai suoi atti. Erano guidati dall’asciutto Faverde Nothish e da Amenar Shumada dal volto allungato. Erano entrambi importanti… abbastanza importanti da essere pericolosi. Suroth non sarebbe stata l’unica a vedere un’opportunità in questi tempi. Se Tuon fosse caduta, praticamente chiunque sarebbe potuto diventare imperatrice. O imperatore.

La guerra a Seanchan non sarebbe terminata presto; ma quando fosse accaduto, il vincitore senza dubbio avrebbe innalzato se stesso — o se stessa — al Trono di Cristallo. E allora ci sarebbero stati due regnanti nell’impero seanchan, divisi da un oceano, uniti ognuno dal desiderio di conquistare l’altro. Nessuno poteva permettere all’altro di vivere.

Ordine, pensò Tuon, picchiettando il legno nero del suo bracciolo con un’unghia laccata di blu. L’ordine deve provenire da me. lo porterò brezze calme a coloro che sono assediati dalla tempesta.

«Selucia è la mia Voce della Verità» annunciò alla stanza. «Che sia noto fra il Sangue.» Quella dichiarazione era attesa. Selucia chinò il capo per accettare, anche se non desiderava altro compito tranne servire e proteggere Tuon. Non avrebbe accettato volentieri questa posizione. Ma era anche sincera e diretta: sarebbe stata un’eccellente Voce della Verità.

Perlomeno, stavolta Tuon poteva essere certa che la sua Voce della Verità non fosse una dei Reietti.

Credeva alla storia di Falendre, allora? Sfidava ogni verosimiglianza: suonava come uno dei fantasiosi racconti di Matrim su creature immaginarie in agguato nel buio. E tuttavia le altre sul’dam e damane avevano corroborato il resoconto di Falendre.

Alcuni fatti, almeno, parevano chiari. Anath aveva lavorato con Suroth. Suroth, dopo qualche persuasione, aveva ammesso di essersi incontrata con una dei Reietti. O almeno pensava di averlo fatto. Non aveva saputo che la Reietta era in realtà la stessa Anath, ma pareva trovare quella rivelazione credibile.

Che fosse o no una Reietta, Anath si era incontrata col Drago Rinato, prendendo le sembianze di Tuon. E aveva cercato di ucciderlo. Ordine, pensò Tuon, mantenendo il volto impassibile. Io rappresento l’ordine.

Tuon fece un rapido gesto verso Selucia, che era ancora la sua Parola — e la sua ombra — perfino ora che si era aggiunto il ruolo di Voce della Verità. Quando doveva dare ordini a quelli molto inferiori a lei, Tuon prima trasmetteva le parole a Selucia, che poi le pronunciava.

«Ti è richiesto di farlo entrare» disse Selucia a un da’covale accanto al trono. Lui si prostrò, toccando terra con la testa, poi si affrettò verso l’altro capo della grande stanza e aprì la porta.

Beslan, re dell’Altara e Sommo Signore della casata Mitsobar, era un giovane snello con occhi e capelli neri. Aveva la carnagione olivastra comune alla gente Alta rana, ma aveva preso l’abitudine di indossare vestiti come quelli preferiti dal Sangue. Pantaloni ampi di colore giallo e una giacca dall’alto colletto che gli scendeva fino a metà del petto, con una camicia gialla al di sotto. Il Sangue aveva lasciato un passaggio sgombro nel mezzo della stanza, e Beslan lo percorse con gli occhi bassi. Una volta raggiunto lo spazio per i supplici davanti al trono, si inginocchiò, poi si inchinò profondamente. L’immagine perfetta di un suddito leale, tranne per la sottile corona dorata sulla sua testa.

Tuon fece un gesto a Selucia.

«Ti è richiesto di alzarti» disse Selucia.

Beslan si alzò, anche se tenne distolto lo sguardo. lira un ottimo attore.

«La Figlia delle Nove Lune ti esprime le sue condoglianze perla tua perdita» gli disse Selucia.

«Io ricambio per la sua» replicò lui. «Il mio cordoglio non è che una candela di fronte al grande fuoco che prova il popolo di Seanchan.»

Era troppo servile. Era un re: non gli era richiesto un inchino tanto profondo. Era pari a molti del Sangue.

Tuon avrebbe quasi potuto credere che stesse semplicemente agendo in modo servile davanti alla donna che presto sarebbe diventata imperatrice. Ma sapeva troppo del suo temperamento, grazie a spie e a voci di corridoio.

«La Figlia delle Nove Lune desidera conoscere il motivo per cui hai cessato di tenere udienza» disse Selucia, osservando le mani di Tuon muoversi. «Trova preoccupante che la tua gente non possa fare appello al proprio re. La morte di tua madre è stata tragica quanto sorprendente, ma il tuo regno ha bisogno di te.»

Beslan si inchinò. «Ti prego di farle sapere che non ritenevo appropriato elevarmi sopra di lei. Sono incerto su come agire. Non intendevo recare offesa.»

«Sei certo che sia questa la vera ragione?» trasmise Selucia. «Non è forse perché stai pianificando una ribellione contro di noi e non hai tempo per gli altri tuoi compiti?»

Beslan alzò bruscamente lo sguardo, gli occhi sgranati. «Vostra maestà , io…»

«Non hai bisogno di pronunciare ulteriori menzogne, figlio di Tylin» gli disse Tuon direttamente, suscitando rantoli di sorpresa dal Sangue lì riunito. «So le cose che hai detto al generale Habiger e al tuo amico, lord Malain. So dei vostri incontri segreti nel seminterrato delle Tre Stelle. So tutto quanto, re Beslan.»

Sulla stanza calò il silenzio e Beslan chinò il capo per un momento. Poi, sorprendentemente, si alzò in piedi e la guardò dritto negli occhi. Tuon non avrebbe pensato che quel giovane così mite potesse averne il coraggio. «Non permetterò alla mia gente di…»

«Io tratterrei la lingua, se fossi in te» lo interruppe Tuon. «Allo stato attuale, ti trovi in piedi sulla sabbia.»

Beslan esitò. Tuon poteva scorgere la domanda nei suoi occhi. Non aveva intenzione di giustiziarlo? Se intendessi ucciderti, pensò, saresti già morto e non avresti mai visto il coltello.

«Seanchan e in subbuglio» disse Tuon squadrandolo. Lui parve sconcertato a quelle parole.

«O pensavi che l’avrei ignorato, Beslan? Non sono lieta di fissare le stelle mentre il mio impero crolla attorno a me. Ma la verità va riconosciuta. Mia madre è morta. Non c’è un’imperatrice.

«Comunque, le forze del Corenne sono più che sufficienti a mantenere le nostre posizioni qui da questo lato dell’oceano, Altara inclusa.» Si sporse in avanti, cercando di proiettare un senso di controllo, di fermezza. Sua madre era stata in grado di farlo tutte le volte. Tuon non aveva la sua altezza, ma avrebbe avuto bisogno di quell’aura. Gli altri dovevano sentirsi più al sicuro, più protetti, semplicemente entrando alla sua presenza.

«In tempi come questi,» proseguì Tuon «minacce di ribellione non possono essere tollerate. Molti vedranno un’opportunità nella debolezza dell’impero, e le loro dispute tese a separare — se non verranno controllate — si riveleranno la fine di tutti noi. Pertanto, devo essere risoluta. Molto risoluta. Con quelli che mi sfidano.»

«Allora perché» chiese Beslan «sono ancora vivo?»

«Hai iniziato a pianificare una ribellione prima che gli eventi nell’impero fossero resi noti.» Lui si accigliò stupito.

«Hai iniziato la tua ribellione quando qui comandava Suroth» spiegò Tuon «e quando tua madre era ancora regina. Molto è cambiato da allora, Beslan. Moltissimo. In tempi come questi, c’è il potenziale per grandi risultati.»