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«Non ne ho idea, Mat» rispose Talmanes, masticando la sua pipa, con un sottile filo di fumo che si arricciava fuori dal fornello.

«Allora lei allungherà una mano» disse Mat «e sfregherà le facce vuote dei suoi dadi. E poi, con un volto perfettamente onesto, dirà : ‘Mi spiace. C’era una macchia di sporco sui dadi. Chiaramente puoi vedere che erano in effetti dei due!’ E lei ci crederà. Ci crederà maledettamente!»

«Incredibile» disse Talmanes.

«Solo che non è finita qui!»

«Lo immaginavo, Mat.»

«Lei raccatterà tutte le tue monete» disse Mat, facendo un gesto con una mano mentre l’altra teneva ferma la sua ashandarei sulla sella. «E poi ogni altra donna nella stanza si avvicinerà e si congratulerà con lei per aver tirato un paio di due! E più tu ti lamenterai, più quelle dannate donne si uniranno alla discussione. In un istante sarai in inferiorità numerica, e ciascuna di quelle donne ti spiegherà come quei dadi chiaramente mostrassero dei due e che devi davvero smettere di comportarti come un bambino. Ogni singola, maledetta donna vi vedrà dei due! Perfino quella pudica che ha odiato la tua donna dalla nascita — dal momento che la nonna di lei aveva rubato la ricetta della torta al miele di sua nonna quando erano entrambe ragazze —, quella donna si schiererà contro di te.»

«Sono davvero creature nefaste» disse Talmanes, con voce piatta e inespressiva. Talmanes sorrideva di rado.

«Quando avranno finito,» continuò Mat, quasi più a se stesso «rimarrai senza nemmeno una moneta, una lunga lista di faccende da sbrigare e di che vestiti indossare e un mal di testa da spaccarti il cranio. Siederai li, fisserai il tavolo e inizierai a domandarti se forse, solo forse, su quei dadi dopotutto non c’erano dei due. Anche solo per conservare quello che resta della tua sanità mentale. È questo che significa ragionare con una donna, te lo dico io.»

«E me l’hai detto. In modo esauriente.»

«Non mi stai prendendo in giro, vero?»

«Insomma, Mat!» esclamò il Cairhienese. «Sai che non farei mai una cosa del genere.»

«Che peccato» borbottò Mat, lanciandogli un’occhiata sospettosa. «Mi farebbe bene una risata.» Si guardò sopra la spalla. «Vanin! Dove accidenti siamo sul pustoloso posteriore del Tenebroso?»

Il grasso ex ladro di cavalli alzò lo sguardo. Cavalcava a breve distanza dietro Mat e portava una mappa della zona srotolata e piegata contro un asse in modo da poterla leggere in sella. Aveva scrutato quella dannata cosa per metà mattinata buona. Mat gli aveva chiesto di fare in modo che attraversassero il Murandy senza farsi notare, non che si perdessero nelle montagne per mesi!

«Quello è il picco dell’Accecatore» disse Vanin, facendo un gesto con un dito grassoccio verso una montagna dalla cima piatta appena visibile sopra le sommità dei pini. «Almeno penso che lo sia. Potrebbe essere il monte Sardlen.»

La collina tozza non assomigliava molto a una montagna; aveva a malapena della neve sulla cima. Naturalmente, poche ‘montagne’ in questa zona erano elevate, non a paragone delle Montagne di Nebbia vicino ai Fiumi Gemelli. Qui, a nordest della catena Damona, il paesaggio digradava in un gruppo di basse colline pedemontane. Era un terreno difficile ma percorribile, per quelli che erano determinati. E Mat era determinato. Determinato a non essere bloccato di nuovo dai Seanchan, determinato a non essere visto da chiunque non doveva sapere che lui si trovava lì. Aveva pagato un conto salato al macellaio. Voleva uscire da questo cappio di nazione.

«Ebbene,» disse Mat, trattenendo Pips per cavalcare accanto a Vanin «qual è la montagna, tra quelle? Forse dovremmo andare a chiedere di nuovo a mastro Roidelle.»

La mappa apparteneva al maestro cartografo; era solo grazie a lui che erano stati in grado di trovare questa strada. Ma Vanin insisteva per essere lui a guidare la truppa: un cartografo non era un esploratore. Non si faceva cavalcare in avanscoperta un cartografo a farti da battistrada, insisteva Vanin.

In verità , mastro Roidelle non aveva molta esperienza come guida. Era uno studioso, un accademico. Poteva spiegare una mappa alla perfezione, ma aveva gli stessi problemi di Vanin nel capire dove si trovavano, dal momento che questa strada era sconnessa e dissestata, i pini tanto alti da celare i punti di riferimento, le cime delle colline quasi identiche.

Ovviamente c’era anche il fatto che Vanin pareva minacciato dalla presenza del cartografo, come preoccupato di essere scalzato dalla sua posizione di guida per Mat e la Banda. Mat non si sarebbe mai aspettato una tale emozione dal corpulento ladro di cavalli. Sarebbe potuto essere sufficiente a divertirlo se non fossero stati dispersi per cosi tanto maledetto tempo. Vanin si accigliò. «Penso che quello debba essere il monte Sardlen. Si. Deve esserlo.»

«Il che significa…?»

«Il che significa che procediamo lungo la strada» disse Vanin. «La stessa cosa che ti ho detto un’ora fa. Non possiamo far marciare un esercito attraverso una foresta così folta, no? Questo significa rimanere sulla via.»

«Sto solo chiedendo» disse Mat, abbassando la tesa del suo cappello per proteggersi dal sole.

«Un comandante deve chiedere cose del genere.»

«Dovrei cavalcare avanti» disse Vanin, accigliandosi di nuovo. Gli piaceva accigliarsi. «Se quello è il monte Sardlen, dovrebbe esserci un villaggio di medie dimensioni a un’ora o due più avanti. Potrei essere in grado di individuarlo dalla prossima altura.»

«Va’, allora» disse Mat. Avevano degli esploratori in avanscoperta, naturalmente, ma nessuno di loro era abile quanto Vanin. Nonostante la sua mole, l’uomo poteva avvicinarsi di soppiatto a una fortificazione nemica fino a contare i peli delle barbe alle guardie del campo senza essere visto. Probabilmente sarebbe riuscito anche ad allontanarsi con il loro stufato. Vanin scosse il capo ed esaminò di nuovo la mappa. «In effetti,» borbottò «ora che ci penso, forse è il monte Favlend…» Partì al trotto prima che Mat potesse obiettare.

Mat sospirò, spronando Pips per raggiungere Talmanes. Il Cairhienese scosse il capo. Poteva essere una persona emotiva, Talmanes. I primi tempi in cui l’aveva conosciuto, Mat aveva ritenuto che fosse serio, incapace di divertirsi. Stava imparando che non era così. Talmanes non era serio, solo riservato. Ma a volte pareva esserci un bagliore negli occhi del nobiluomo, come se stesse ridendo del mondo, nonostante la mascella rigida e le labbra che non sorridevano.

Oggi indossava una giacca rossa, decorata d’oro, e la sua fronte era rasata e impomatata secondo la moda cairhienese. Aveva un aspetto maledettamente ridicolo, ma chi era Mat per giudicare? Talmanes poteva avere un senso della moda orribile, ma era un ufficiale leale e un brav’uomo. Inoltre aveva un gusto eccellente in fatto di vino.

«Non fare quella faccia triste, Mat» disse Talmanes, soffiando dalla sua pipa bordata d’oro. Dove l’aveva rimediata, comunque? Mat non si ricordava che l’avesse avuta prima. «I tuoi uomini hanno pance piene, tasche piene e hanno appena conseguito una grande vittoria. Un soldato non potrebbe chiedere nulla di piu’.»

«Abbiamo seppellito mille uomini» disse Mat. «Questa non è una vittoria.» I ricordi nella sua testa — quelli che non erano i suoi — dicevano che doveva essere orgoglioso. La battaglia era davvero andata bene. Ma quei morti avevano comunque contato su di lui.

«Ci sono sempre delle perdite» disse Talmanes. «Non puoi lasciare che ti consumino, Mat. Succede.»

«Non ci sono perdite quando non si combatte.»

«Allora perché combattere così spesso?»

«Io combatto solo quando non posso evitarlo!» sbottò Mat. Sangue e maledette ceneri, lui combatteva solo quando doveva. Quando lo intrappolavano! Perche sembrava che accadesse ogni volta che voltava le spalle?

«Come dici tu, Mat» replicò Talmanes, togliendosi la pipa di bocca e puntandola verso Mat con aria scaltra. «Ma sei nervoso per qualcosa. E non si tratta degli uomini che abbiamo perso.»

Dannati nobili. Perfino quelli che potevi sopportare, come Talmanes, pensavano sempre di saperla lunga.