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Di tutte le notti in cui potrebbe essere irrequieto…, pensò lei irritata.

Erano a una settimana da Malden. I profughi avevano montato il campo — o meglio, i campi — accanto a un corso d’acqua che conduceva dritto alla Strada di Jeahnnah, che era solo a poca distanza.

Le cose erano andate lisce questi ultimi giorni, anche se Perrin aveva stabilito che gli Asha’man erano ancora troppo stanchi per creare passaggi. Lei aveva passato la serata con suo marito, ricordandogli diverse importanti ragioni per cui lui l’aveva sposata. Era stato sicuramente entusiasta, anche se nei suoi occhi c’era quello strano sentore. Non di pericolo, solo di tristezza. Era diventato ossessionato nel tempo in cui erano stati separati. Faile poteva capirlo. Anche lei aveva alcuni propri fantasmi. Non ci si poteva aspettare che rimanesse tutto come prima, e lei poteva capire che Perrin la amava ancora… l’amava con ardore. Questo era abbastanza, così non se ne preoccupò ulteriormente.

Ma stava preparando una discussione che gli avrebbe strappato tutti i suoi segreti. Avrebbe aspettato qualche altro giorno. Era bene ricordare a un marito che non si sarebbe accontentata di tutto quello che lui faceva, ma non era il caso di fargli pensare che non apprezzava che lui l’avesse liberata.

Proprio il contrario. Sorrise, rigirandosi e appoggiandogli la mano sul petto coperto di peli e la testa sulla sua spalla nuda. Amava questa corpulenta, travolgente valanga d’uomo. Essere di nuovo con lui era più dolce persino della sua vittoriosa fuga dagli Shaido.

Perrin sbatte le palpebre e aprì gli occhi, e Faile sospirò. Che lo amasse o meno, desiderava che fosse rimasto addormentato stanotte! Non lo aveva sfiancato abbastanza?

Lui la guardo’; i suoi occhi dorati parevano scintillare debolmente nell’oscurità , anche se Faile sapeva che era solo un’illusione data dalla luce. «Non ho dormito con Berelain» disse con voce roca. «Non importa cosa dicono in giro.»

Caro, dolce, schietto Perrin. «So che non l’hai fatto» gli rispose lei in tono consolatorio. Aveva sentito le voci. Praticamente ogni donna con cui aveva parlato nell’accampamento, dalle Aes Sedai alle servitrici, aveva finto di trattenere la lingua, tuttavia si era lasciata sfuggire le stesse notizie. Perrin, che aveva passato una notte nella tenda della Prima di Mayene.

«No, davvero» disse Perrin, con un tono implorante che si faceva strada nella sua voce.

«Non l’ho fatto, Faile. Per favore.»

«Ho detto che ti credo.»

«Sembravi… non so. Dannazione, donna, sembravi gelosa.»

Non avrebbe mai imparato? «Perrin» gli disse in tono piatto. «Mi ci è voluto quasi un anno — per non parlare di un considerevole disturbo — per sedurti, e ha funzionato solo perché c’era di mezzo un matrimonio! Berelain non ha le capacità per gestirti.»

Lui allungò la mano destra, grattandosi la barba con aria confusa. Poi si limitò a sorridere.

«Inoltre,» aggiunse Faile, accoccolandosi più vicino «tu hai pronunciato le parole. E io mi fido di te.»

«Allora non sei gelosa?»

«Certo che lo sono» disse, dandogli una pacca sul petto. «Perrin, non te l’ho spiegato? A un marito serve che sua moglie sia gelosa, altrimenti non si rende conto di quanto tiene a lui. Tu proteggi quello che ritieni più prezioso. Sinceramente, se continui a farmi spiattellare cose come questa, non mi rimarranno più segreti!»

Lui sbuffò piano a quell’ultimo commento. «Dubito che sia possibile.»

Poi rimase in silenzio, e lei chiuse gli occhi, sperando che sarebbe tornato a dormire. Fuori dalla tenda, poteva sentire le voci distanti di guardie che chiacchieravano mentre erano di pattuglia e i rumori dei maniscalchi — Jerasid, Aemin o Falton che lavoravano a notte fonda, martellando un ferro o un chiodo per preparare uno dei cavalli per la marcia del giorno dopo. Era bello udire di nuovo quel suono. Gli Aiel erano inutili quando si trattava di cavalli, e gli Shaido avevano lasciato andare quelli che avevano catturato oppure li avevano trasformati in bestie da lavoro. Faile aveva visto molte ottime giumente messe a tirare carri durante i suoi giorni a Malden.

Avrebbe dovuto sembrarle strano essere tornata? Aveva passato meno di due mesi come prigioniera, ma erano sembrati anni. Eppure quel tempo non l’aveva spezzata. Stranamente, in quei giorni si era sentita una nobildonna come mai in precedenza.

Era come se non avesse compreso cosa voleva dire essere un’aristocratica prima di Malden. Oh, aveva avuto la sua dose di vittorie. Gli Cha Faile, la gente dei Fiumi Gemelli, Alliandre e i membri dell’accampamento di Perrin. Aveva messo a frutto il suo addestramento, aiutando Perrin a diventare un capo. Tutto questo era stato importante, richiedendole di utilizzare ciò che sua madre e suo padre l’avevano addestrata a essere.

Ma Malden le aveva aperto gli occhi. Lì aveva trovato persone che avevano bisogno di lei più che mai prima di allora. Sotto la crudele tirannia di Sevanna, non c’era stato tempo per giochi, nessuno spazio per errori. Era stata umiliata, picchiata e quasi uccisa. E questo le aveva dato una vera comprensione di cosa voleva dire avere dei vassalli. Provava davvero una punta di colpevolezza le volte che si era imposta su Perrin, cercando di costringere lui — o altri — a piegarsi alla sua volontà. Essere una nobildonna voleva dire venire per prima. Voleva dire essere picchiata in modo che altri non lo fossero. Voleva dire sacrificarsi, rischiare la morte, proteggere quelli che dipendevano da te.

No, non le sembrava strano essere tornata, poiche aveva preso Malden — le parti che avevano importanza — con se. A centinaia fra i gai’shain le avevano giurato fedeltà , e lei li aveva salvati. Lo aveva fatto tramite Perrin, ma aveva ordito piani e, in un modo o nell’altro, sarebbe fuggita per tornare con un esercito a liberare coloro che si erano votati a lei.

C’erano stati costi. Ma avrebbe fatto i conti con essi più tardi stanotte. Volesse la Luce. Aprì gli occhi, sbirciando Perrin.

Pareva che stesse dormendo, ma il suo respiro era regolare? Fece scivolare via il suo braccio.

«Non m’importa cosa ti è successo» disse lui.

Sospirò. No, non dormiva. «Cosa mi è successo?» chiese Faile confusa.

Lui aprì gli occhi, lo sguardo fisso sul soffitto della tenda. «Lo Shaido, l’uomo che era con te quando ti ho salvato. Qualunque cosa lui abbia fatto… qualunque cosa tu abbia fatto per sopravvivere. È tutto a posto.»

Era questo che lo stava turbando? Luce! «Tu, grosso bue» disse lei, dandogli un pugno sul petto e facendolo grugnire. «Cosa stai dicendo? Che sarebbe tutto a posto se fossi stata infedele? Appena dopo esserti preoccupato di dirmi che tu non lo eri stato?»

«Cosa? No, è diverso, Faile. Tu eri prigioniera, e…»

«E non potevo badare a me stessa? Sei davvero un bue. Nessuno mi ha toccato. Sono Aiel. Tu sai che non farebbero del male a un gai’shain.» Non era del tutto vero: spesso delle donne erano state violentate nell’accampamento shaido, poiche gli Shaido avevano smesso di comportarsi come Aiel.

Ma c’erano stati altri nel campo, Aiel che non erano Shaido. Uomini che si erano rifiutati di accettare Rand come loro Car’a’carn, ma che avevano anche problemi ad accettare l’autorità degli Shaido. I Senza Fratelli erano stati uomini d’onore; anche se si definivano emarginati, erano stati gli unici a Malden a conservare le vecchie usanze. Quando le donne gai’shain avevano cominciato a essere in pericolo, i Senza Fratelli avevano scelto e protetto quelle che potevano. Non avevano chiesto nulla in cambio dei loro sforzi.

Be’… questo non era vero. Avevano chiesto molto, ma non avevano preteso nulla. Rolan si era sempre comportato da Aiel nei suoi confronti, a fatti, se non a parole. Ma, come la morte di Masema, la sua relazione con Rolan non era qualcosa che a Perrin occorresse sapere. Non aveva mai neanche baciato Rolan, ma aveva usato il suo desiderio per lei a proprio vantaggio. E aveva sospettato che lui sapesse quello che Faile stava facendo.