— I tovagliolini dove stanno? — domandò Emily.
— In quel cassetto — rispose il padre, indicandolo con un cenno della testa. — Proprio dov’erano ieri. E l’altroieri.
— Stacie ha detto che ha visto mamma in TV — proseguì la bambina.
— Bello, no? — Scoperchiò la pentola e si mise a rimestare il contorno di verdure.
— Sì, bellissimo — disse Emily.
— Che profumino! — fece Sarah, entrando.
— Grazie — disse Don. Poi gridò: — Carl! In tavola!
Pochi minuti dopo, quando furono tutti seduti e serviti, Don domandò: — In definitiva, che cosa risponderete agli alieni?
— Quello che hanno chiesto loro. Apriremo un sito web gestito dall’università, lasciando che gli utenti di tutto il mondo inviino le risposte. Quindi ne sorteggeremo un migliaio a caso e le codificheremo per i Draconiani.
Carl stava allungando un braccio per prendere un tovagliolo di carta. — Altolà!
— gli intimò il padre. — Non è educato sdraiarsi sul tavolo. Chiedilo a tua sorella, e lei te lo darà.
Carl sospirò. — Mi passi un tovagliolo?
— Chiedi “per favore” lo rimbeccò lei.
— Papà!
Don era stanco. — Emily, passa i tovagliolini a tuo fratello.
Lei eseguì con aria seccata.
— Ma perché vogliono mille risposte? — continuò Don. — Perché non sarebbe sufficiente un riassunto, del tipo: il tot per cento ha scelto la risposta A, tot la risposta B, eccetera?
— Non stiamo mica giocando a Family Feud — disse Sarah.
Don approvò con una risatina.
— A parte gli scherzi — aggiunse Sarah — penso che, se si fa un riassunto dei dati, non si noterebbero più le apparenti contraddizioni. Ad esempio, se ci si limita a riportare che l’ x per cento è contro l’aborto e l’ y per cento a favore della pena capitale, non emerge più il fatto che spesso sono le stesse persone ad avere questi due atteggiamenti. O, se è solo per questo, gli alieni potrebbero trovare bizzarro il mio modo di pensare, a favore della libertà di scelta della donna, ma contro la pena di morte. Cioè, come se considerassi lecita l’uccisione di bambini innocenti ma non quella di persone responsabili di gravi reati. Ovviamente io non descriverei in questo modo la mia posizione, ma si tratta di un’interessante associazione di idee, e sicuramente i Draconiani non desiderano che questa ricchezza di dati sparisca dentro una serie anonima di percentuali.
— Un approccio intelligente — disse Don, tagliando un’altra fetta d’arrosto per il figlio. — E tu, che risposte manderai?
— Non capisco.
— Sei stata tu a scoprire che si trattava di un sondaggio. Ti spetta di diritto che le tue risposte vengano accluse al messaggio dei terrestri.
— Oh... non ci avevo neanche pensato...
— Ma certo, mamma — fece Carl. Non esiste che non partecipi anche tu.
— Bé, vedremo — disse lei. — Emily, per favore mi passi i piselli?
23
Terminata la pausa pranzo, Leonore tornò all’università e Don si diresse alla Galleria d’arte. Don era rimasto impressionato dalla bravura di quella ragazza a Scarabeo: possedeva un dizionario mentale sconfinato, un ottimo senso della strategia, e rapidità di mossa. Anche se alla fine aveva vinto lui, erano state appannaggio di lei alcune delle soluzioni più clamorose.
La Galleria d’arte dell’Ontario esibiva la più grande collezione al mondo di sculture di Henry Moore, così come un’ampia selezione di antichi maestri europei e del gruppo canadese dei Sette, oltre a una mostra permanente di acquerelli di Helena van Vliet. Tutte cose che Don aveva già visto, ma che rivedeva sempre con piacere. Quel giorno però a calamitarlo lì era stata la mostra itinerante di vetri soffiati della Herrington; si prese il tempo di osservare con calma ogni pezzo. Don amava le forme di creatività che richiedevano abilità manuale, al contrario di tanta arte contemporanea dove il talento non stava più nella pazienza ma negli effetti digitali.
Il museo era pieno di turisti, quindi c’era da mettere in conto il fatto di ricevere occasionali urti e spintoni; ma ormai non gli scricchiolavano più le ossa, e non avrebbe trascorso ore a lamentarsi delle botte subite.
L’opera della Herrington che gli piacque di più fu un pesce giallo con grandi occhi blu e labbroni rosa. Quanta personalità l’artista aveva saputo infondere a un pezzo di vetro fuso!
Venne infine il momento di tornare all’università a recuperare il pacco di documenti. Era già l’ora di punta, le auto si ammucchiavano parafango contro parafango. Quando Don arrivò al quattordicesimo piano della facoltà di Astronomia, mancava già un quarto alle cinque, ma Leonore era ancora in ufficio come promesso.
— Ciao, Don — gli disse. — Cominciavo a temere che fossi caduto in un buco nero.
Lui sorrise. — Chiedo scusa. Ho perso il senso del tempo.
— Com’era la mostra?
— Da non perdere.
— Ti ho suddiviso il materiale in due buste, in modo che sia più comodo da trasportare.
E poi c’era chi accusava i giovani d’oggi di non avere sale in zucca. — Grazie.
— Mi spiace solo — disse Leonore — che la metro adesso sarà strapiena, e lo resterà per un’ora e mezza. Benvenuti in “Sardinia”.
— Cavoli, non ci avevo pensato. — Erano anni che non prendeva la metropolitana a quell’ora. Umani nervosi e sudati in lattina.
— Ascolta — disse Leonore — io sto per tornare al Duca di York.
— Di nuovo?
— Ho uno sconto speciale in quel locale,e poi è martedì, cioè la sera in cui, ogni settimana, io e altri compagni di corso ci ritroviamo per una cena a base di alucce di pollo. Perché non ti unisci a noi? Potresti stare un po’ in compagnia fino al termine dell’ora di punta.
— Non vorrei fare l’intruso.
— Nessun intruso!
— Mmm...
— Pensaci. Io intanto vado un attimo al bagno. — Uscì dall’ufficio, e Don si mise a osservare fuori dalla finestra. Al di là del campus, si intravedevano le strade impacchettate di macchine. Don mise una mano in una tasca dei pantaloncini ed estrasse il palmare. — Chiamata per Sarah — disse all’apparecchio. Un secondo dopo la voce di lei fece: — Pronto?
— Ciao, tesoro. Come va?
— Bene. Tu dove sei?
— Alla tua cara vecchia facoltà. Ho appena preso quei documenti.
— Com’era la mostra?
— Bella, ne è valsa la pena. Però ascolta, non mi va di finire pressato nella calca che c’è in giro in questo momento.
— È sconsigliabile, infatti.
— La nostra Leonore e i suoi amici stasera s’incontrano per un “ala di gallina” party...
— E nessuno può togliere le ali al mio maritino — disse Sarah; si avvertiva anche per telefono il suo sorriso.
— Quindi non ti dispiace se...?
— Niente affatto. Anche perché ha appena chiamato Julie Fein: avevano i biglietti per stasera, ma Howie è un po’ acciaccato, quindi mi hanno proposto di andare al posto suo. Stavo appunto per avvisarti.
— Ottimo, vai tranquilla. Che spettacolo danno?
— Fiddler on the Roof, al Leah Posluns. — Un teatro vicino a casa.
Esibendosi in una discreta imitazione di Topol, Don cantò alcune battute di If I Were a Rich Man. Quindi aggiunse: — Divertiti.
— Grazie, caro. E felice volo.
— A dopo.
— A dopo.
Leonore rientrò mentre Don riponeva il palmare. — Allora — domandò lei — qual è il verdetto?
— Affermativo. Grazie.
Quando Don e Leonore arrivarono al Duca, gli altri erano già lì. Avevano preso posto in una saletta al piano terra, il loro angolino preferito.