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«So di cosa si tratta», disse Pitt. «Ma i risultati sono arrivati dopo che io e Giordino siamo partiti per l’Egitto.» Pitt era certo che prima o poi Gunn gli avrebbe detto la verità. Erano in ottimi rapporti nonostante le evidenti differenze del loro modo di vivere. Gunn era un intellettuale, laureato in chimica, scienza delle finanze e oceanografia, e si sarebbe sentito perfettamente a suo agio nei sotterranei di una biblioteca in mezzo ai libri, a compilare rapporti e a pianificare progetti di ricerca.

Pitt, invece, preferiva lavorare con i meccanismi, soprattutto le automobili d’epoca della collezione che custodiva a Washington. L’avventura era la sua droga. Era in paradiso quando pilotava vecchi aerei o faceva immersioni fra relitti storici. Aveva un master in ingegneria e si divertiva ad affrontare compiti che altri giudicavano impossibili. Diversamente da Gunn, solo di rado era reperibile alla sua scrivania alla sede centrale della NUMA: preferiva l’emozione delle esplorazioni nelle profondità sconosciute del mare.

«La conclusione è che le scogliere sono minacciate, e muoiono a un ritmo inaudito», rispose Gunn. «È un problema veramente scottante per gli scienziati marini.»

«Quali parti dell’oceano presentano questa tendenza?»

Gunn fissò la tazza del caffè. «Un po’ tutte. Il mar dei Caraibi dalle Florida Keys fino a Trinidad, il Pacifico dalle Hawaii all’Indonesia, il mar Rosso, le coste africane.»

«E tutte presentano la stessa percentuale di logoramento?» chiese Pitt.

Gunn scosse la testa. «No, varia secondo le località. La situazione peggiore è quella che si presenta lungo la costa dell’Africa occidentale.»

«Non mi sembra un fatto anomalo che le scogliere coralline attraversino cicli durante i quali smettano di riprodursi e muoiano prima di tornare in buona salute.»

«Sì, è vero.» Gunn annuì. «Quando le condizioni tornano alla normalità, le scogliere si riprendono. Ma non avevamo mai visto danni così diffusi e con una percentuale così allarmante.»

«Si ha un’idea della causa?»

«Ci sono due fattori. Uno è il solito colpevole, il calore dell’acqua. Gli aumenti periodici della temperatura dell’acqua, dovuti in genere ai cambiamenti delle correnti marine, fanno sì che i minuscoli polipi del corallo vomitino, per così dire, le alghe di cui si nutrono.»

«I polipi sono gli essermi tubolari che costruiscono le scogliere con i loro scheletri, no?»

«Esattamente.»

«È tutto quello che so dei coralli», ammise Pitt. «Al telegiornale non si parla spesso della loro lotta per la sopravvivenza.»

«È un vero peccato», commentò Gunn. «Soprattutto se consideri che i mutamenti nei coralli possono costituire un fedele barometro delle future tendenze delle condizioni marine e meteorologiche.»

«Allora: i polipi sputano le alghe», riprese Pitt. «E poi che cosa succede?»

«Siccome le alghe sono il nutrimento dei polipi e danno loro quei colori intensi», continuò Gunn, «i coralli si riducono all’inedia e diventano bianchi e senza vita. È un fenomeno chiamato sbiancamento.»

«Che si verifica raramente quando le acque sono fresche.»

Gunn lo fissò. «Perché ti sto spiegando tutto, quando lo sai già?»

«Sto aspettando che arrivi alla parte più interessante.»

«Lasciami bere il caffè prima che si freddi.»

Vi fu un silenzio. Gunn non aveva molta voglia di caffè, ma continuò a berlo a piccoli sorsi fino a quando Pitt si spazientì.

«Ho capito», disse Pitt. «Le scogliere coralline stanno morendo in tutto il mondo. Dunque, qual è il secondo fattore che ne causa l’estinzione?»

Gunn rimescolò il caffè con un cucchiaino di plastica. «Una minaccia nuova: l’abbondanza improvvisa di certe alghe verdi che coprono le scogliere come un’epidemia incontrollabile. Questo secondo elemento è decisivo.»

«Un momento. Hai detto che i coralli muoiono di fame perché sputano le alghe sebbene le alghe li coprano fino a soffocarli?»

«L’acqua più calda un po’ dà e un po’ toglie. Distrugge le scogliere e favorisce la crescita di alghe che possono impedire alle sostanze nutritive e alla luce solare di raggiungere i coralli. E in questo modo li uccidono.»

Pitt si passò una mano fra i capelli neri. «Per fortuna la situazione cambierà non appena l’acqua diventerà più fredda.»

«Non è accaduto», disse Gunn. «Non è accaduto nell’emisfero meridionale. E non è prevista una riduzione della temperatura dell’acqua per il prossimo decennio.»

«Credi che sia un fenomeno naturale o una conseguenza dell’Effetto Serra?»

«Questa è una delle possibilità, oltre ai soliti indizi di inquinamento.»

«Ma non avete prove concrete?» chiese Pitt.

«Né io né i nostri specialisti della NUMA conosciamo tutte le risposte.»

«Non posso credere che un maniaco delle provette non abbia una teoria», commentò Pitt con un sorriso malizioso.

Gunn sorrise a sua volta. «Io non mi sono mai visto in quella luce.»

«O in quei termini.»

«Ti diverti a tirare colpi bassi, eh?»

«Soltanto agli accademici presuntuosi.»

«Bene», disse Gunn. «Non sono il re Salomone. Ma, dato che me l’hai chiesto, la mia teoria sulla proliferazione delle alghe, come può spiegarti qualunque allievo delle elementari, è che dopo aver gettato in mare per generazioni liquame umano, rifiuti e sostanze chimiche tossiche, abbiamo raggiunto il punto di saturazione. Il delicato equilibrio chimico degli oceani è irreparabilmente perduto. Quelle enormi masse d’acqua si stanno riscaldando e tutti noi, in particolare i nostri nipoti, dovremo pagare un prezzo molto alto.»

Pitt non aveva mai visto Gunn tanto serio. «Dunque è una situazione molto grave.»

«Credo che abbiamo superato il punto di non ritorno.»

«Non prevedi un’inversione di tendenza?»

«No», rispose tristemente Gunn. «Per troppo tempo sono stati ignorati gli effetti disastrosi della degenerazione dell’acqua.»

Pitt lo fissò, un po’ sorpreso nel vedere che il vicecapo della NUMA era incline a previsioni tanto lugubri. In quanto a lui, non ne condivideva il pessimismo totale. Forse gli oceani erano davvero malati, ma non certo inguaribili.

«Coraggio, Rudi», gli disse allegramente. «Qualunque incarico voglia affibbiarci l’ammiraglio, non pretenderà che noi tre andiamo a salvare i mari del mondo.»

Gunn lo guardò e accennò un sorriso. «È meglio non cercare di immaginare che cosa ha in mente l’ammiraglio.»

Se avessero saputo o immaginato quanto si sbagliavano, avrebbero ordinato al pilota di riportarli immediatamente al Cairo, arrivando addirittura a minacciarlo di morte qualora si fosse rifiutato di farlo.

La sosta a terra sul campo di atterraggio di una compagnia petrolifera nei pressi di Port Harcourt fu breve e tranquilla. Pochi minuti dopo erano a bordo di un elicottero che sorvolava il golfo di Guinea. Poi, quaranta minuti più tardi, l’elicottero si fermò sopra il Sounder, una nave da ricerca della NUMA che Pitt e Giordino conoscevano molto bene perché in tre diverse occasioni l’avevano usata per progetti di rilevamento. Era costata ottanta milioni di dollari, era lunga centoventi metri e trasportava i più sofisticati sistemi sismici, sonar e batimetrici che fossero disponibili.

Il pilota girò intorno all’enorme gru a poppa del Sounder e si posò sul ponte, dietro la sovrastruttura. Pitt fu il primo a scendere, seguito da Gunn. Giordino veniva alla retroguardia e si muoveva come uno zombie, sbadigliando a ogni passo. Molti scienziati e membri dell’equipaggio, che erano vecchi amici, andarono loro incontro per salutarli mentre le pale del rotore si fermavano e l’elicottero veniva bloccato.