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«C’è qualche problema?» chiese Sandecker.

«’Una piacevole crociera risalendo il Niger’», disse Pitt, ripetendo le parole che l’ammiraglio aveva pronunciato poco prima. «Non dobbiamo far altro che navigare allegramente per mille chilometri su un fiume brulicante di ribelli assetati di sangue che tendono agguati lungo le rive, evitare motovedette armate e fare rifornimento di carburante lungo il percorso senza farci arrestare e giustiziare come spie straniere. E nel frattempo dovremo raccogliere campioni d’acqua. Nessun problema, ammiraglio, nessun problema… A parte il fatto che è una missione suicida.»

«Sì», replicò imperturbabile Sandecker. «Forse così sembra, ma con un po’ di fortuna dovreste cavarvela senza il minimo inconveniente.»

«Rimetterci la pelle mi sembra qualcosa di più di un inconveniente», borbottò Pitt.

«Non avete pensato di servirvi di sensori per mezzo di satelliti?» chiese Gunn.

«Non è possibile: i rilevamenti non sarebbero abbastanza precisi», rispose Chapman.

«E un aereo a reazione in volo a bassa quota?» suggerì Giordino.

Chapman scosse la testa. «Stessa conclusione. È inutile trainare sensori nell’acqua a velocità supersoniche. Lo so. Ho partecipato a un esperimento di questo genere.»

«A bordo del Sounder ci sono laboratori di prim’ordine», incalzò Pitt. «Perché non far loro risalire il delta per individuare almeno il tipo, la categoria e il livello della contaminazione?»

«Abbiamo provato», rispose Chapman. «Ma una cannoniera nigeriana ci ha costretti ad allontanarci prima che arrivassimo a meno di cento chilometri dalla foce del fiume. Troppo lontano per effettuare un’analisi precisa.»

«L’impresa può essere realizzata soltanto da un’imbarcazione molto più piccola e ben equipaggiata», concluse Sandecker. «In grado di superare le rapide e le secche. Non esistono altre possibilità.»

«Il nostro Dipartimento di Stato ha cercato di fare appello ai governi perché lascino a un team di ricercatori la libertà di studiare il fiume allo scopo di salvare miliardi di vite umane?» chiese Gunn.

«Sì, è stato tentato anche l’approccio diretto. I nigeriani e i maliani hanno seccamente rifiutato. Molti scienziati di fama sono venuti in Africa occidentale per spiegare la situazione. I governanti africani non li hanno creduti. Hanno riso loro in faccia. Non è tutta colpa loro. Non possiedono un’intelligenza notevole e non sono capaci di vedere le cose su vasta scala.»

«Non hanno una fortissima percentuale di morti fra la loro gente che beve l’acqua contaminata del fiume?» chiese Gunn.

«I fenomeni sono poco diffusi.» Sandecker scosse la testa. «Nel Niger non scorrono soltanto sostanze chimiche. Le città e i villaggi sulle sue rive vi scaricano liquame e rifiuti umani d’ogni genere. Gli indigeni sanno che non è il caso di bere quell’acqua.»

Pitt comprese. Le prospettive non lo entusiasmavano. «Perciò è convinto che un’operazione segreta sia l’unica speranza di scoprire la sostanza inquinante?»

«Sì», rispose Sandecker.

«Spero che avrà un piano per superare tutti i possibili ostacoli.»

«Naturalmente ne ho uno.»

«Possiamo almeno sapere come faremo a trovare la fonte della contaminazione e a restare vivi?» chiese con calma Gunn.

«Non è un gran segreto», rispose esasperato Sandecker. «Il vostro arrivo sarà sbandierato come una vacanza di lavoro di tre ricchi industriali francesi, desiderosi di fare investimenti nell’Africa occidentale.»

Gunn sembrava allibito, Giordino confuso. Il volto di Pitt esprimeva una collera crescente.

«È questo? È questo il suo piano?»

«Sì, ed è anche ottimo», ribatté Sandecker.

«È una pazzia. Mi rifiuto di partire.»

«Anch’io», sbuffò Giordino. «Sembro francese quanto Al Capone.»

«Io pure», soggiunse Gunn.

«Certamente non possiamo andare con un’imbarcazione da ricerca lenta e disarmata», dichiarò Pitt con fermezza.

Sandecker finse di ignorare le posizioni assunte dai tre. «A proposito, ho dimenticato la parte più interessante. La barca. Quando vedrete la barca, vi garantisco che cambierete idea.»

12.

Se Pitt aveva sognato prestazioni elevate, eleganza, comodità e una potenza di fuoco sufficiente per affrontare la Sesta Flotta americana, trovò tutto quanto nella barca promessa da Sandecker. Bastò un’occhiata alla sagoma agile e slanciata, alla forza bruta dei motori e all’incredibile armamento perché si sentisse subito conquistato.

Era un capolavoro di equilibrio aerodinamico, in fibra di vetro e acciaio inossidabile. Si chiamava Calliope come la musa della poesia epica. Progettata dagli ingegneri della NUMA e costruita nel segreto più assoluto in un cantiere di un bayou della Louisiana, aveva uno scafo lungo diciotto metri con un centro di gravità basso e un fondo quasi piatto che pescava appena un metro e mezzo d’acqua e che ne faceva l’imbarcazione ideale per i canali poco profondi dell’alto corso del Niger. Aveva tre motori turbodiesel V-13 che la spingevano sull’acqua alla velocità massima di settanta nodi. Non c’erano stati compromessi nella costruzione: era un esemplare unico, creato per un compito specifico.

Pitt stava al timone e si crogiolava nella forza incomparabile e nel movimento agile del super sport yacht che avanzava pigramente a trenta nodi orari sull’acqua grigiazzurra e opaca del delta del Niger. Scrutava incessantemente le acque mentre le rive scorrevano veloci, e ogni tanto si spostava per controllare la profondità su una carta nautica e i numeri digitali dell’ecoscandaglio. Aveva incrociato una motovedetta, ma gli uomini dell’equipaggio s’erano limitati a sbracciarsi per l’ammirazione alla vista dello yacht che filava sulla superficie del fiume. Un elicottero militare era venuto a volare in cerchio, incuriosito, e un jet militare, un Mirage di fabbricazione francese, s’era abbassato per osservare la barca e poi aveva proseguito il volo, apparentemente soddisfatto. Finora tutto era andato bene. Nessuno aveva tentato di fermarli o di trattenerli.

Nell’interno spazioso della Calliope, Rudi Gunn era al centro del piccolo ma efficientissimo laboratorio, progettato da un team multidisciplinare di scienziati, che includeva versioni compatte e sofisticatissime di strumenti messi a punto dalla NASA per le esplorazioni spaziali. Il laboratorio non era soltanto attrezzato per analizzare i campioni d’acqua ma anche per comunicare, via satellite, i dati raccolti a un gruppo di scienziati della NUMA che lavoravano con i computer per identificare i composti complessi.

Gunn, che era uno scienziato tutto d’un pezzo, aveva dimenticato i possibili pericoli in agguato al di là delle paratie dell’elegantissima imbarcazione. Era assorto nel suo lavoro e contava su Pitt e Giordino perché lo proteggessero da ogni interruzione.

I motori e l’armamentario erano di competenza di Giordino. Per attutire il rombo dei motori portava una cuffia collegata a un mangianastri e ascoltava Harry Connick Jr. suonare il piano e cantare vecchi, famosi brani jazz. Stava seduto su una panca imbottita in sala macchine ed era occupatissimo a togliere dalle casse i lanciarazzi portatili e i relativi missili. Il Rapier era una nuova arma, adatta per tutti gli usi, studiata per colpire aerei subsonici, vascelli marini, carri armati e bunker di cemento. Si poteva sparare, issandola sulla spalla oppure collegandola a un sistema centrale. Giordino stava sistemando le varie componenti dell’arma negli alloggiamenti che permettevano ai gruppi di missili di partire attraverso gli oblò blindati della torretta a cupola che sovrastava la sala macchine e che, a un occhio distratto, appariva come un lucernario. La sovrastruttura — dall’aspetto del tutto innocente — sporgeva di un metro almeno dal ponte di poppa e poteva ruotare in un arco di 220 gradi. Dopo aver montato il lanciamissili e il sistema di guida e aver inserito i missili, Giordino incominciò a pulire e caricare un piccolo arsenale di fucili automatici e pistole. Aprì una cassa di bombe a mano incendiarie e ne caricò quattro in un tozzo lanciagranate.