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Tutti, a bordo, svolgevano il rispettivo lavoro con fredda efficienza: solo la loro dedizione infallibile avrebbe garantito la riuscita della missione e la sopravvivenza dei tre uomini. L’ammiraglio Sandecker aveva scelto i migliori. Non avrebbe potuto trovare un equipaggio più adatto per realizzare un’impresa quasi impossibile neppure se avesse setacciato tutti gli Stati Uniti. La sua fiducia in quei tre sfiorava il fanatismo.

I chilometri fluivano sotto lo scafo. Le Cameroon Highlands e le Yoruba Hills che cingevano la parte meridionale del fiume si ergevano in una foschia appiattita dall’intensa umidità. Le foreste pluviali si alternavano a boschetti di acacie e mangrovie lungo le rive. I villaggi e le cittadine apparivano e scivolavano via mentre la prua della Calliope fendeva l’acqua sollevando una grande V di spuma.

Il traffico sul fiume era formato da ogni tipo di vascello conosciuto, dalle canoe ricavate dai tronchi d’albero ai vecchi traghetti sbuffanti e pericolosamente sovraccarichi di passeggeri, ai piccoli mercantili arrugginiti che anfanavano da un porto all’altro ed eruttavano il fumo disperso poi dalla brezza settentrionale. Era una scena pacifica e serena, e Pitt sentiva che non poteva continuare a lungo. Oltre ogni ansa del fiume un pericolo ignoto poteva essere in agguato per spedirli all’inferno.

Verso mezzogiorno passarono sotto il grande ponte, lungo 1404 metri, che scavalcava il fiume dal porto di Onitsha al centro agricolo di Asaba. Le cattedrali cattoliche montavano la guardia sulle vie trafficate di Onitsha circondate da stabilimenti industriali. Lungo l’acqua, i moli erano affollati di navi e barche che trasportavano merci e derrate alimentari verso valle e beni d’importazione verso monte.

Pitt era impegnato a destreggiarsi in mezzo al traffico fluviale e sorrideva fra sé nel vedere la gente che agitava i pugni e gridava imprecazioni quando la Calliope sfiorava pericolosamente le piccole barche e le faceva oscillare nella sua scia. Quando ebbe superato il porto, si rilassò, staccò le mani dalla ruota e fletté le dita. Era rimasto al timone per quasi sei ore, ma non era particolarmente stanco o intorpidito. Il sedile era comodo come la poltrona d’un dirigente e la guida era agevole e leggera come quella di un’automobile di lusso.

Giordino comparve al suo fianco con una bottiglia di birra Coors e un sandwich di tonno. «Ho pensato che avessi bisogno di nutrirti. Non hai mangiato da quando abbiamo lasciato il Sounder.»

«Grazie, il rombo dei motori è così forte che non sentivo il brontolio del mio stomaco.» Pitt gli affidò il timone e accennò a prua. «Stai attento al rimorchiatore che traina quelle chiatte, quando ti affiancherai per superarlo. Non fa altro che sbandare attraverso il canale.»

«Gli passerò lontano sul lato di tribordo», promise Giordino.

«Siamo in grado di sventare un eventuale abbordaggio?» chiese Pitt con un sorriso.

«Sì, per quanto è possibile. C’è qualche individuo sospetto nelle vicinanze?»

Pitt scosse la testa. «C’è stato un paio di sorvoli da parte di aerei militari nigeriani e gesti amichevoli di saluto degli equipaggi delle motovedette che abbiamo incrociato. Per il resto, è tutto tranquillo.»

«I burocrati del posto devono aver bevuto le frottole dell’ammiraglio.»

«Speriamo che anche i paesi più a monte siano altrettanto creduloni.»

Giordino indicò con il pollice il tricolore francese che sventolava a poppa. «Mi sentirei molto meglio se avessimo dietro di noi la bandiera a stelle e strisce, il Dipartimento di Stato, una squadra di rugby e una compagnia di marine.»

«Andrebbe bene anche la corazzata Iowa.»

«La birra è fredda? Ne ho messo una cassetta in frigo appena un’ora fa.»

«È abbastanza fredda», rispose Pitt addentando il sandwich. «Rudi non ha ancora fatto qualche rivelazione sensazionale?»

Giordino scosse la testa. «È perduto nel fantastico regno della chimica. Ho tentato di fare conversazione ma mi ha accennato di stargli alla larga.»

«Credo che andrò a trovarlo.»

Giordino sbadigliò. «Stai attento che non ti stacchi un ginocchio a morsi.»

Pitt rise e scese nel laboratorio di Gunn. Lo scienziato della NUMA stava studiando una stampata del computer, con gli occhiali rialzati sulla fronte. Giordino aveva sbagliato nel giudicare il suo atteggiamento: per la verità era di buon umore.

«Hai avuto fortuna?» chiese Pitt.

«Questo maledetto fiume contiene tutte le sostanze inquinanti note all’uomo, più svariate altre», rispose Gunn. «È più contaminato di quanto lo fossero l’Hudson e il James nei momenti peggiori.»

«Mi sembra tutto molto complicato», disse Pitt che si aggirava nella cabina e osservava l’equipaggiamento sofisticato, stipato dal pavimento al soffitto. «A cosa servono questi strumenti?»

«Dove hai preso la birra?»

«Ne vuoi una?»

«Sicuro.»

«Giordino ne ha messo una cassetta nel frigo della cambusa Aspetta un momento.»

Pitt s’infilò nella cambusa e, quando tornò, porse a Gunn una bottiglia di birra fredda.

Gunn bevve qualche sorso e sospirò. Poi disse: «Ecco, per rispondere alla tua domanda, nel nostro metodo di ricerca ci sono tre elementi chiave. Il primo richiede l’uso di una microincubatrice automatica. Me ne servo per esporre un piccolo quantitativo d’acqua del fiume entro provette che contengono campioni di marea rossa prelevati in alto mare. Poi la microincubatrice controlla otticamente la crescita dei dinoflagellati. Dopo qualche ora, il computer mi fornisce indicazioni sulla potenza dell’intruglio e la rapidità con cui si moltiplicano quei piccoli diavoli. Poi basta giocare un po’ con i numeri per avere una stima ragionevole del nostro avvicinamento alla fonte del problema».

«Dunque lo stimolatore della marea rossa non proviene dalla Nigeria.»

«No, i numeri fanno pensare che la fonte si trovi più a monte, lungo il fiume.»

Gunn girò intorno a Pitt e si accostò a un paio di unità squadrate, grandi all’incirca come due televisori, ma munite di sportelli al posto degli schermi. «Questi due strumenti servono a identificare la brodaglia schifosa, o la combinazione delle brodaglie, che causa il disastro. Il primo è un gascromatografo-spettrometro di massa. Per dirla in poche parole, mi limito a prendere le provette contenenti campioni dell’acqua del fiume e a metterle qui dentro. L’apparecchio estrae e analizza automaticamente il contenuto. I risultati, quindi, vengono interpretati dai computer di bordo.»

«E questo cosa ti dice, esattamente?» chiese Pitt.

«Identifica le sostanze inquinanti organiche sintetiche, inclusi i solventi, i pesticidi, i PCB, le diossine e una quantità di altri composti chimici. Mi auguro che questo apparecchio possa indicarci la struttura chimica del composto che provoca la mutazione e la stimolazione della marea rossa.»

«E se la sostanza contaminante fosse un metallo?»

«A questo punto entra in gioco lo spettrometro di plasma e di massa accoppiato induttivamente.» Gunn indicò il secondo strumento. «Ha lo scopo di identificare automaticamente tutti i metalli e gli altri elementi che potrebbero essere presenti nell’acqua.»

«Mi sembra molto simile al primo», commentò Pitt.

«Fondamentalmente il principio è lo stesso, ma la tecnologia è diversa. Anche in questo caso mi limito a caricare le provette con l’acqua prelevata dal fiume; premo il pulsante per avviare il procedimento e ogni due chilometri controllo il risultato.»