«E finora che cosa ti ha detto?»
Gunn s’interruppe per soffregarsi gli occhi arrossati. «Mi ha detto che il Niger trasporta metà dei metalli noti all’umanità, dal rame al mercurio, dall’oro all’argento, e persino l’uranio. E tutti in concentrazioni superiori ai livelli naturali.»
«Non sarà facile setacciarli», mormorò Pitt.
«Infine», soggiunse Gunn, «i dati vengono trasmessi per telemetria ai nostri ricercatori della NUMA che riesaminano i risultati nei loro laboratori e cercano quello che a me potrebbe essere sfuggito.»
Pitt sarebbe stato pronto a scommettere che a Gunn non sfuggiva mai nulla. Era evidente che il vecchio amico era ben più di uno scienziato e di un efficiente analista; era un uomo che pensava con fredda chiarezza e in modo estremamente costruttivo. Era laborioso e tenace e non conosceva il significato dell’espressione «gettare la spugna».
«Finora qualcosa indica quale sia il composto tossico che potrebbe essere responsabile del guaio?» chiese Pitt.
Gunn finì la birra e buttò la bottiglia in una scatola di cartone piena di fogli usciti dalla stampante del computer. «Tossico è un termine relativo. Nel mondo della chimica non esistono sostanze tossiche, ma soltanto livelli tossici.»
«E allora?»
«Ho identificato una quantità di inquinanti diversi e di composti che ricorrono in natura, metallici e organici. I sistemi identificano i livelli impressionanti di pesticidi che sono vietati negli Stati Uniti ma vengono ancora usati largamente nel Terzo Mondo. Ma non sono riuscito a isolare gli inquinanti chimici sintetici che fanno impazzire i dinoflagellati. In questo momento non so neppure cosa sto cercando. Non posso far altro che seguire i miei cani da caccia.»
«Più ci spingiamo avanti, e più la brodaglia scotta», mormorò Pitt. «Speravo che ormai avessi un’idea. Più ci addentriamo nell’interno dell’Africa e più diventerà difficile il viaggio di ritorno verso il mare aperto, soprattutto se i militari locali decidono di curiosare.»
«È meglio abituarsi all’idea che potremmo anche non trovare niente», ribatté irritato Gunn. «Non immagini neppure quante sostanze chimiche ci sono. Quelle prodotte dall’uomo superano i sette milioni, e ogni settimana soltanto i chimici americani ne creano altre seimila.»
«Ma non possono essere tutte quante tossiche.»
«A certi livelli quasi tutte le sostanze chimiche hanno qualche proprietà tossica. Tutto è tossico se viene inghiottito, aspirato o iniettato in determinate dosi. Persino l’acqua può essere fatale, quando se ne consuma tanta da eliminare dall’organismo umano gli elettroliti indispensabili.»
Pitt lo fissò: «Quindi non esistono certezze assolute».
«No.» Gunn scosse la testa. «L’unica cosa che so con certezza è che non abbiamo ancora superato il punto in cui la causa del disastro si getta nel fiume. Da quando siamo entrati nel delta e abbiamo incontrato i principali affluenti del basso Niger, il Kaduna e il Benue, i campioni d’acqua hanno fatto diventare frenetici i dinoflagellati. Ma non ho nessun indizio che punti al responsabile. L’unica buona notizia è che ho escluso come causa i microrganismi batterici.»
«E per quale motivo?»
«Ho sterilizzato i campioni d’acqua del fiume. L’eliminazione dei batteri non ha minimamente rallentato la riproduzione di quei piccoli mostri.»
Pitt diede a Gunn una pacca sulla spalla. «Se c’è qualcuno che può farcela a trovare il colpevole, quello sei tu.»
«Oh, lo troverò.» Gunn si tolse gli occhiali e pulì le lenti. «Sarà sconosciuto, diabolico e innaturale, ma lo troverò. Te lo prometto.»
La fortuna li abbandonò l’indomani pomeriggio, un’ora dopo che avevano attraversato il confine nigeriano per proseguire nel tratto di fiume che separava il Benin dal Niger. A prua della Calliope, Pitt osservava in silenzio il fiume fiancheggiato dalla fitta giungla verde, una giungla umida e scostante. Le nubi grigie avevano conferito all’acqua un colore plumbeo. Davanti a lui il fiume s’incurvava leggermente e sembrava fargli un cenno di richiamo, simile all’indice ossuto della morte.
Giordino era al timone, e i primi segni di stanchezza gli si incidevano agli angoli degli occhi. Pitt gli stava accanto e seguiva con gli occhi un cormorano solitario che planava su una corrente ascensionale. All’improvviso l’uccello sbatté le ali e scese fra gli alberi lungo la riva.
Pitt prese il binocolo dal banco e scorse la prua di un battello che si intravedeva appena oltre un’ansa. «I locali stanno per venire a farci visita», annunciò.
«L’ho visto.» Giordino si alzò e si schermò gli occhi con una mano. «Mi correggo. Li ho visti. Sono due.»
«E vengono verso di noi con le armi puntate. Non promette niente di buono.»
«Che bandiera battono?»
«Quella del Benin», rispose Pitt. «Di fabbricazione russa, a giudicare dalle linee.» Pitt posò il binocolo e aprì un diagramma che permetteva di riconoscere le unità aeree e navali dell’Africa occidentale. «Mezzi d’attacco fluviali, armati con due mitragliere binate da trenta millimetri, con una potenza di fuoco di circa cinquecento colpi al minuto.»
«Non va», borbottò Giordino. Diede un’occhiata alla carta del fiume. «Ancora quaranta chilometri e usciremo dal territorio del Benin per trovarci in quello del Niger. Con un po’ di fortuna e i motori al massimo, potremmo raggiungere il confine prima dell’ora di pranzo.»
«Lascia perdere la fortuna. Quei tali non hanno intenzione di fare ciao-ciao e di augurarci buon viaggio. Non sembra un’ispezione di routine, con tutte quelle armi puntate contro di noi.»
Giordino si voltò e indicò il cielo, sopra la poppa. «La situazione si complica. Hanno chiamato un avvoltoio.»
Pitt si girò di scatto e vide un elicottero che sorvolava l’ultima ansa, a non più di dieci metri dalla superficie dell’acqua. «Tutte le speranze di un incontro amichevole sono svanite.»
«Mi sembra una trappola», commentò Giordino senza perdere la calma.
Pitt avvertì Gunn, che lasciò la centrale elettronica e venne informato della situazione.
«Lo prevedevo», disse semplicemente.
«Ci stavano aspettando», spiegò Pitt. «Non si tratta di un incontro casuale. Se hanno intenzione di sbatterci al fresco e di confiscare la barca, ci faranno fuori come spie appena scopriranno che siamo francesi quanto la band di Bruce Springsteen. Non possiamo permetterlo. I dati che abbiamo raccolto da quando abbiamo cominciato a risalire il fiume devono arrivare nelle mani di Sandecker e di Chapman. Quei tizi cercano guai, e non può esserci una candida, innocente cooperazione da parte nostra. O vanno a fondo loro, o ci andiamo noi.»
«Potrei far fuori l’elicottero e, con un po’ di fortuna, la barca più vicina», disse Giordino. «Ma non posso toglierli di mezzo tutti e tre prima che uno ci faccia a pezzi.»
«Bene, ecco cosa faremo.» Pitt parlò con calma mentre guardava le cannoniere che si avvicinavano. Spiegò il suo piano e Gunn e Giordino ascoltarono pensierosi. Quando ebbe terminato, li guardò. «Qualche commento?»
«Da queste parti parlano francese», gli fece osservare Gunn. «Com’è il tuo vocabolario?»
Pitt alzò le spalle. «Mi arrangerò.»
«Allora procediamo», disse Giordino in tono cupo, prevedendo il peggio.
I suoi amici erano i primi della classe, pensò Pitt. Gunn e Giordino non erano professionisti di un team delle Forze Speciali, ma erano coraggiosi ed efficienti, gli uomini ideali da avere al fianco in una battaglia. Non avrebbe potuto sentirsi più sicuro se fosse stato al comando di un caccia lanciamissili con duecento uomini d’equipaggio.
«Bene», disse con un sorriso deciso. «Mettete le cuffie e restate in collegamento. Buona fortuna.»