Выбрать главу

L’ammiraglio Pierre Matabu, sul ponte della prima cannoniera, scrutava con il binocolo lo yacht che risaliva veloce il fiume. La sua espressione era quella di un truffatore che ha individuato una vittima facile. Matabu era basso, tozzo, sui trentacinque anni, e indossava una vistosa, gallonatissima uniforme di sua invenzione. Nella sua qualità di capo della Marina del Benin, carica che aveva ottenuto grazie al fratello, il presidente Tougouri, comandava una flotta che consisteva di quattrocento uomini, due cannoniere fluviali e tre motovedette oceaniche. Tutta la sua esperienza, prima di diventare ammiraglio, era costituita dai tre anni in cui aveva lavorato come mozzo a bordo di un traghetto.

Behanzin Ketou, il comandante della cannoniera, gli stava al fianco, mezzo passo indietro. «È stato molto opportuno che sia venuto in volo dalla capitale per prendere il comando, ammiraglio.»

«Sì», sorrise Matabu. «Mio fratello sarà molto soddisfatto quando gli offrirò un nuovo, splendido yacht da diporto.»

«I francesi sono arrivati secondo le sue previsioni.» Ketou era alto, magro e aveva un portamento fiero. «La sua preveggenza è straordinaria.»

«È molto gentile da parte loro fare ciò che comandano le onde del mio pensiero», dichiarò raggiante Matabu. Non disse che i suoi agenti avevano riferito sul passaggio della Calliope ogni due ore da quando era entrata nel delta in Nigeria. Il fatto che fosse arrivata nelle acque del Benin avverava il suo desiderio.

«Devono essere personaggi molto importanti, se hanno una barca così lussuosa.»

«Sono agenti nemici.»

La faccia di Ketou rispecchiava incertezza e scetticismo. «Direi che si mettono un po’ troppo in vista, in questo caso.»

Matabu abbassò il binocolo e lo fissò con aria truce. «Non metta in dubbio le mie informazioni, comandante. Mi creda, gli stranieri bianchi fanno parte di una cospirazione per saccheggiare le ricchezze naturali del nostro Paese.»

«Saranno arrestati e processati nella capitale?»

«No. Li ucciderà non appena sarà salito a bordo e troverà le prove della loro colpevolezza.»

«Prego?»

«Ho dimenticato di dire che lei avrà l’onore di comandare l’abbordaggio», annunciò Matabu in tono pomposo.

«Non può essere un’esecuzione», protestò Ketou. «I francesi pretenderanno un’inchiesta quando sapranno che alcuni loro concittadini importanti sono stati assassinati. Suo fratello non tollererebbe…»

«Getterà i cadaveri nel fiume. E non discuta i miei ordini», l’interruppe freddamente Matabu.

Ketou desistette. «Come vuole, ammiraglio.»

Matabu guardò di nuovo con il binocolo. Lo yacht era appena a duecento metri di distanza e stava rallentando. «Faccia mettere i suoi uomini in posizione per l’abbordaggio. Io lancerò personalmente alle spie l’ordine di farvi salire.»

Ketou parlò al suo primo ufficiale, che ripeté le disposizioni con un altoparlante al comandante della seconda cannoniera. Poi Ketou tornò a concentrarsi sullo yacht. «Ha qualcosa di strano», disse a Matabu. «Non si vede nessuno, a parte l’uomo che sta al timone.»

«Probabilmente quei porci europei saranno sottocoperta, ubriachi fradici. Non sospettano di nulla.»

«È strano. Non sembrano allarmati dalla nostra presenza e non reagiscono ai nostri cannoni puntati.»

«Faccia sparare solo se tentano di scappare», ordinò Matabu. «Voglio che lo yacht sia catturato indenne.»

Ketou puntò il binocolo su Pitt. «Il timoniere ci saluta con la mano e sorride.»

«Non sorriderà ancora per molto», disse Matabu scoprendo i denti in una smorfia minacciosa. «Fra pochi minuti sarà morto.»

«Venite nel mio salotto, disse il ragno alle tre mosche», mormorò Pitt mentre agitava la mano in segno di saluto e sfoggiava un gran sorriso.

«Hai detto qualcosa?» chiese Giordino dall’interno della torretta lanciamissili.

«Parlavo da solo.»

«Dagli oblò di prua non vedo niente», disse Gunn, dalla sua postazione. «Qual è la mia linea di fuoco?»

«Tieniti pronto a stendere gli artiglieri sulla barca a babordo quando te lo dirò», rispose Pitt.

«Dov’è l’elicottero?» chiese Giordino, che non avrebbe potuto vedere nulla fino a quando non avesse abbassato lo schermo della torretta.

Pitt scrutò il cielo al di sopra della scia. «È librato a cento metri di distanza, direttamente a poppa, una cinquantina di metri sopra la superficie del fiume.»

I loro preparativi non erano ispirati a mezze misure. Nessuno dei tre pensava che le cannoniere e l’elicottero del Benin li avrebbero lasciati transitare indisturbati. Tacevano, pronti e rassegnati all’idea di dover combattere per salvarsi la vita. La paura si dileguava via via che si avvicinavano al punto di non ritorno. Erano ostinatamente decisi a non perdere: non erano disposti a sottomettersi e a porgere l’altra guancia. Avevano di fronte tre mezzi armati nemici, ma il fattore sorpresa era dalla loro parte.

Pitt appoggiò il lanciagranate sotto una nicchia, accanto al suo sedile. Poi regolò i motori sul «folle» mentre scrutava le due cannoniere, ignorando l’elicottero che, nelle fasi iniziali della battaglia, sarebbe stato un problema di Giordino. Ormai era abbastanza vicino per studiare gli ufficiali, e arrivò in fretta alla conclusione che l’africano grasso dalla buffa uniforme da operetta doveva avere il comando. Poi fissò, affascinato, l’Angelo della Morte, che ricambiò lo sguardo con le nere bocche dei cannoni puntate contro di lui.

Pitt non conosceva l’identità dell’ufficiale arrogante che, dalla plancia, lo scrutava con il binocolo. E non gli importava affatto di saperla. Ma ringraziava il cielo perché il suo avversario aveva commesso un errore tattico: non aveva piazzato di traverso le due cannoniere per sbarrate il passaggio alla Calliope in attesa di aprire il fuoco.

L’onda sollevata dalla prua si smorzò quando lo yacht s’infilò fra le due cannoniere che si erano già fermate e venivano sospinte dalla corrente del fiume. Pitt ridusse la velocità quanto bastava per restare in movimento. Gli scafi delle cannoniere torreggiavano al di sopra della Calliope a non più di cinque metri di distanza. Dal suo posto, Pitt vedeva gli uomini dell’equipaggio: avevano un atteggiamento disinvolto, con le pistole ancora nelle fondine. Nessuno imbracciava fucili automatici. Sembrava che aspettassero il loro turno in un poligono di tiro. Pitt alzò lo sguardo verso Matabu con aria innocente.

«Bonjour!»

Matabu si sporse e, in francese, gli gridò di fermarsi per l’ispezione.

Pitt non comprese neppure una parola. «Pouvez-vous me recommander un bon restaurant?» gridò.

«Che cos’ha detto Dirk?» chiese Giordino a Gunn.

«Mio Dio!» gemette Gunn. «Ha chiesto al capoccia di consigliargli un buon ristorante.»

Le cannoniere stavano passando oltre lentamente, mentre Pitt continuava a tenere lo yacht in posizione perché la corrente non lo portasse verso valle. Matabu ripeté l’ordine di fermarsi per l’ispezione.

Pitt s’irrigidì e si sforzò di assumere un’aria garbata e disarmante. «J’amerais une bouteille de Martin Ray Chardonnay.»

«Ma cosa sta dicendo?» chiese Giordino.

Gunn sembrava smarrito. «Credo che abbia ordinato una bottiglia di vino californiano.»

«E adesso chiederà un barattolo di senape Grey Poupon», borbottò Giordino.

«Penso che stia cercando di tenerli a bada fino a quando la corrente li avrà allontanati un po’.»

A bordo della cannoniera, Matabu e Ketou avevano l’aria di non capire nulla mentre Pitt gridava, questa volta nella sua lingua: «Non capisco lo swahili. Perché non parlate inglese?»

Matabu batté il pugno sul banco della plancia in uno scatto di rabbiosa esasperazione. Non era abituato all’indifferenza. Rispose in un inglese zoppicante che Pitt riuscì a decifrare a fatica. «Sono l’ammiraglio Pierre Matabu, capo della Marina nazionale del Benin», annunciò in tono pomposo. «Fermate i motori e accostate per l’ispezione. Accostate, o darò l’ordine di sparare.»