Pitt annuì energicamente e agitò le mani in un gesto d’obbedienza. «Sì, sì, non sparate. Per favore, non sparate.»
Il quartiere di poppa della Calliope stava arrivando lentamente all’altezza della poppa della cannoniera di Matabu. Pitt continuò a mantenere una distanza sufficiente perché soltanto un primatista mondiale di salto in lungo potesse balzare a bordo senza problemi. Due beniniani lanciarono le cime sui ponti di prua e di poppa, ma Pitt non si mosse per andare a prenderle.
«Leghi le cime», ordinò Ketou.
«Troppo lontane.» Pitt alzò le spalle. Alzò una mano e descrisse un mezzo arco. «Aspettate, torno indietro.»
Non attese la risposta. Spinse in avanti le leve e girò il timone; lo yacht scivolò lentamente in una virata a 180 gradi intorno alla poppa della cannoniera prima di riportarsi in linea accostandosi alla fiancata opposta. Le imbarcazioni, adesso, erano su rotte parallele, con le prue puntate verso valle. Pitt notò, soddisfatto, che le mitragliere da trenta millimetri non potevano abbassare l’alzo a sufficienza per colpire il quartiere di poppa della Calliope.
Matabu lo fissò dall’alto: sulla faccia grassa gli era spuntato un sorriso di trionfo. Ketou non sembrava condividere la feroce soddisfazione del suo superiore: anzi, aveva un’aria molto insospettita.
Con calma e senza smettere di sorridere, Pitt attese fino a quando la torretta di Giordino fu perfettamente affiancata alla sala macchine della cannoniera. Tenne una mano sulla ruota, abbassò l’altra sotto il sedile e afferrò il lanciagranate. Poi, a voce bassa, parlò nel microfono della cuffia:
«Elicottero diritto davanti a noi. Cannoniera a babordo. Bene, signori, incomincia lo spettacolo. Facciamoli fuori!»
Mentre Pitt parlava, Giordino abbassò lo scudo interno alla torretta e fece partire un missile Rapier che andò a centrare i serbatoi dell’elicottero. Gunn schizzò fuori dal boccaporto di prua, stringendo sotto le ascelle due fucili automatici M-16 modificati. Cominciò a sparare, falciando gli uomini alle mitragliere da trenta millimetri e facendoli volare come se fossero pula vomitata da una mietitrebbia. Pitt puntò in aria il lanciagranate e sparò la prima bomba incendiaria al di sopra della nave di Matabu, mirando alla sovrastruttura della seconda. Non riusciva a vederla, e quindi era costretto a sparare alla cieca. La granata rimbalzò su un verricello, piombò nel fiume ed esplose sott’acqua con un tremendo boato. Il secondo lancio mancò completamente la cannoniera e scoppiò con un identico risultato.
Matabu non era preparato allo spettacolo orrendo che lo circondava. Aveva l’impressione che il cielo e l’aria si lacerassero all’improvviso. La sua mente sbigottita si sforzò di accettare la disintegrazione dell’elicottero che eruppe in una gigantesca sfera di fuoco, seguita da una pioggia di rottami che ricadeva nel fiume in un torrente fiammeggiante.
«Quei bianchi bastardi ci hanno ingannati!» urlò Ketou, furioso al pensiero di essere caduto nella trappola. Si precipitò al parapetto e agitò rabbiosamente il pugno verso la Calliope. «Abbassate i cannoni e sparate!» gridò agli artiglieri.
«Troppo tardi!» esclamò atterrito Matabu. Sopraffatto dal panico, l’ammiraglio si acquattò e rimase immobile mentre i suoi cadevano falciati dalle armi di Gunn. Impietrito, incredulo, guardò i corpi oscenamente contorti e raggomitolati intorno alle mitragliere mute, mentre il sangue scorreva sulla tolda. Non poteva accettare l’idea di una nave che, camuffata da innocuo yacht con una bandiera rispettabile, avesse una potenza di fuoco sufficiente per trasformare in orrore il suo piccolo mondo. Lo sconosciuto al timone dell’intrusa aveva trasformato il fattore sorpresa in un’arma tattica. Gli uomini di Matabu erano sopraffatti dallo shock e sembravano incapaci di liberarsene. Si aggiravano come bestiame durante un temporale, frastornati e impauriti, e cadevano senza sparare un colpo. Poi, con una certezza agghiacciante, l’ammiraglio comprese che sarebbe morto anche lui; se ne rese conto quando la torretta a poppa dello yacht girò e vomitò un altro missile che penetrò nello scafo ligneo della cannoniera e colpì un generatore in sala macchine prima di esplodere.
Quasi nello stesso istante, il terzo lancio di Pitt arrivò a segno. Miracolosamente la bomba incendiaria urtò una paratia, rimbalzò e piombò in un boccaporto aperto. In un concerto di esplosioni eruttò con un ruggito di fiamme e incendiò le munizioni del magazzino. I frammenti e il fumo saettarono in un vortice di paratie sfondate, ventilatori, pezzi di scialuppe e cadaveri straziati. E fu la fine. L’onda d’urto fu come un colpo di maglio: sospinse la cannoniera di Matabu contro lo yacht con un urto violento che fece cadere Pitt.
Il missile di Giordino dilaniò la sala macchine della cannoniera in un olocausto di metallo squarciato e di fasciame sminuzzato. L’acqua penetrò attraverso una grande falla sul fondo e la nave prese ad affondare rapidamente. L’interno era un orrore incandescente: lingue di fiamma guizzavano dagli oblò aperti. Spire di fumo nero e untuoso salivano nell’aria tropicale prima di disperdersi sopra le foreste che fiancheggiavano le rive.
Ormai non erano rimasti bersagli intorno alle mitragliere o sui ponti, e Gunn sparò gli ultimi colpi contro le due figure che stavano in plancia. Due proiettili penetrarono nel petto di Matabu che si alzò in piedi, rimase immobile per lunghi attimi con le mani contratte in una stretta convulsa sulla ringhiera, lo sguardo fisso sul sangue che gli macchiava l’uniforme immacolata. Poi, lentamente, si accasciò sul ponte.
Per qualche secondo un silenzio disperato scese sul fiume, rotto soltanto dal crepitio sommesso della nafta che bruciava in superficie. Poi all’improvviso, come se erompesse dal profondo dell’inferno, una voce straziata gridò dall’acqua.
13.
«Porci occidentali!» gridò Ketou. «Avete assassinato il mio equipaggio.» Era immobile contro lo sfondo del cielo grigio, con il sangue che gli sgorgava da una ferita alla spalla, stordito dallo shock del disastro che lo circondava.
Gunn lo guardò al di sopra delle canne dei fucili scarichi. Per un momento Ketou ricambiò minacciosamente lo sguardo, poi fissò Pitt che si stava rialzando per rimettersi al timone.
«Porci occidentali!» ripeté Ketou.
«Quel che è giusto, è giusto», gridò Pitt fra il crepitare delle fiamme. «Vi è andata male.» Poi soggiunse: «Abbandoni la nave. Verremo a prenderla…»
Con la rapidità dello scatto d’una macchina fotografica, Ketou balzò dalla scaletta e corse verso poppa. La cannoniera s’era inclinata a tribordo e l’acqua arrivava alle frisate mentre Ketou si sforzava di avanzare sulla tolda fortemente inclinata.
«Fermalo, Rudi», ordinò Pitt nel microfono. «Sta andando alle mitragliere di poppa.»
Gunn non disse nulla. Gettò via le armi ormai inutili, si infilò nel compartimento di prua e afferrò un fucile automatico Remington TR870. Pitt azionò convulsamente la leva, girò la ruota verso tribordo e fece virare la Calliope, puntando di nuovo la prua verso monte. Le eliche azzannarono l’acqua che ribollì sotto la poppa, e lo yacht sfrecciò via come un cavallo da corsa che esce dai cancelli di partenza.
Sul fiume, ormai, erano rimasti soltanto rottami galleggianti e chiazze di nafta. La cannoniera del comandante Ketou continuava a sprofondare. L’acqua affluiva nello scafo sventrato, sibilava, si sollevava in nubi di vapore e scorreva intorno alle ginocchia di Ketou che aveva ormai raggiunto le mitragliatrici binate, le aveva fatte girare verso lo yacht in fuga e stava premendo il pulsante per sparare.