«Al!» gridò Pitt.
La risposta fu il sibilo del missile lanciato da Giordino. Una scia di fiamma arancio e di fumo bianco sfrecciò nell’aria in direzione della cannoniera. Ma la brusca virata di Pitt e la spinta dell’accelerazione improvvisa avevano alterato la mira. Il missile passò sopra la cannoniera che affondava ed esplose fra gli alberi della riva.
Gunn apparve a fianco di Pitt, prese accuratamente la mira e cominciò a sparare con il Remington in direzione di Ketou. Il tempo sembrò rallentare mentre i proiettili cadevano intorno alle mitragliatrici e colpivano l’africano. Erano troppo lontani per vedere l’odio e la frustrazione sul lucido volto nero. E non videro neppure che era morto mentre prendeva la mira e che la mano ormai inerte stava premendo il pulsante.
Una raffica di fuoco piombò verso la Calliope. Pitt virò prontamente a babordo, ma l’ironia della battaglia doveva ancora emergere: dopo una sconfitta catastrofica, un morto aveva sferrato un colpo con una precisione che gli sarebbe rimasta sconosciuta per sempre. Gli zampilli d’acqua avvolsero lo yacht mentre i proiettili strappavano l’alloggiamento aerodinamico che ospitava l’antenna parabolica via satellite, l’antenna per le comunicazioni e il transponder per la navigazione e ne scagliavano i resti nel fiume. Il parabrezza della timoneria andò in frantumi e volò via. Gunn si gettò bocconi sulla tolda, ma Pitt poté soltanto chinarsi sulla ruota e attendere che la tempesta finisse. Non riuscivano a udire l’impatto dei proiettili a causa del rombo dei motori turbodiesel forzati al massimo. Ma vedevano i frammenti che saettavano tutto intorno.
Poi Giordino riuscì a prendere la mira e lanciò l’ultimo missile. La poppa della cannoniera svanì in uno sbuffo di fumo e di fiamme. Poi l’intera nave sparì: affondò lasciando in superficie un tappeto fremente di bolle d’aria e una pellicola di nafta che si estendeva a poco a poco. Il comandante in capo della Marina del Benin e la sua flotta fluviale non esistevano più.
Con uno sforzo, Pitt voltò le spalle al tratto di fiume invaso dai rottami e guardò il suo yacht e i suoi amici. Gunn si stava rialzando: sulla testa calva aveva un taglio sanguinante. Giordino lasciò la sala motori con l’aria di chi è appena uscito da un campo di pallavolo: stanco e sudato, ma pronto a incominciare un’altra partita.
Indicò il fiume, verso monte. «Ormai siamo spacciati», gridò all’orecchio di Pitt.
«Forse no», urlò Pitt in risposta. «A questa velocità varcheremo il confine del Niger fra venti minuti.»
«Speriamo di non aver lasciato testimoni.»
«Non ci contare. E anche se non ci fossero superstiti, qualcuno da riva deve aver visto lo scontro.»
Gunn strinse il braccio di Pitt e gridò: «Appena saremo arrivati in Niger, torneremo indietro per riprendere la ricerca».
«Affermativo», disse Pitt. Lanciò un’occhiata in direzione dell’antenna parabolica via satellite e dell’antenna per le comunicazioni: e in quel momento notò che erano sparite, assieme al riparo a profilo aerodinamico. «Possiamo dire addio all’idea di contattare l’ammiraglio e di fargli un rapporto completo.»
«E i laboratori della NUMA non potranno ricevere i miei dati», commentò mestamente Gunn.
«È un peccato non potergli dire che la tranquilla crociera sul Niger si è appena trasformata in un incubo sanguinoso», disse Giordino in tono rabbioso.
«Se non troviamo un altro modo per andarcene siamo spacciati», commentò Pitt.
«Vorrei tanto vedere la faccia dell’ammiraglio.» Giordino sogghignò. «Quando saprà che gli abbiamo rotto la barchetta.»
«La vedrai», gridò Gunn facendosi portavoce con le mani mentre scendeva nel compartimento elettronico. «La vedrai.»
Che stupido pasticcio, pensò Pitt. Avevano incominciato la missione appena da un giorno e mezzo e avevano ucciso almeno trenta uomini, abbattuto un elicottero e affondato due cannoniere… E tutto per salvare l’umanità, pensò con una punta di sarcasmo. Ormai non era possibile tornare indietro. Dovevano trovare la sostanza contaminante prima che le forze della sicurezza del Niger o del Mali li fermassero una volta per tutte. In ogni caso, le loro vite non valevano un dollaro bucato.
Guardò la piccola antenna radar dietro il quartiere di poppa. Se non altro, il disco era indenne e continuava a funzionare. Sarebbe stato un inferno navigare sul fiume di notte o nella nebbia senza il radar. La perdita dell’unità per la navigazione a mezzo satellite significava che avrebbero dovuto identificare il punto di entrata della sostanza tossica nel fiume aiutandosi con punti di riferimento riconoscibili. Ma almeno erano illesi, lo yacht era ancora in condizioni di navigare: infatti filava sul fiume a una velocità che rasentava i settanta nodi. L’unica preoccupazione, adesso, era il rischio di urtare contro un oggetto galleggiante o un tronco sommerso. A quella velocità, una collisione avrebbe squarciato lo scafo e la Calliope, dopo essersi capovolta, sarebbe affondata.
Per fortuna il fiume era sgombro, e i calcoli di Pitt erano sbagliati di pochissimo. Entrarono nella repubblica del Niger diciotto minuti più tardi, mentre nel cielo e nell’acqua non c’era traccia di forze della sicurezza. Quattro ore più tardi ormeggiarono al molo dei rifornimenti della capitale, Niamey. Dopo aver fatto il pieno di carburante e aver sopportato i soliti traccheggiamenti dei funzionali dell’immigrazione, furono autorizzati a proseguire.
Mentre le costruzioni di Niamey e il ponte John F. Kennedy recedevano nella scia della Calliope, Giordino commentò in tono allegro: «Finora è andato tutto bene. Più di così non può capitarci».
«Non è andata bene», rettificò Pitt, che era al timone. «E può capitare di ben peggio.»
Giordino lo fissò: «Perché sei così pessimista? Da queste parti non sembra che la gente ce l’abbia con noi».
«È stato troppo facile», spiegò Pitt. «Non è così che funzionano le cose in questa parte del mondo, in Africa, dopo la litigata con le cannoniere del Benin. Hai notato che quando abbiamo presentato i passaporti e i documenti dello yacht ai funzionari dell’immigrazione non c’era in giro neppure un poliziotto o un militare armato?»
«Potrebbe essere una coincidenza?» Giordino alzò le spalle. «O è la procedura?»
«Né l’una né l’altra.» Pitt scosse la testa con aria solenne. «Ho l’impressione che qualcuno stia giocando con noi.»
«Credi che le autorità del Niger sapessero del nostro scontro con la Marina del Benin?»
«Qui le notizie volano, e sono pronto a scommettere che ci hanno preceduti. Senza dubbio i militari del Benin hanno avvertito il governo del Niger.»
Giordino non era convinto. «E allora perché i burocrati di Niamey non ci hanno arrestati?»
«Non ne ho idea», rispose pensosamente Pitt.
«Sandecker?» suggerì Giordino. «Forse è intervenuto.»
Pitt scosse la testa. «L’ammiraglio è un pezzo grosso a Washington, ma qui non ha potere.»
«Allora qualcuno vuole impossessarsi di qualcosa che abbiamo.»
«È appunto la mia impressione.»
«Ma cosa può essere?» chiese Giordino, esasperato. «I dati sulla contaminazione?»
«A parte noi tre, Sandecker e Chapman, nessuno conosce lo scopo del nostro progetto. A meno che ci sia una falla, deve trattarsi di qualcosa d’altro.»
«Per esempio?»
Pitt sogghignò. «Non pensi che potrebbe essere la nostra barca?»
«La Calliope?» Giordino era incredulo. «No, trova una ragione più valida.»
«No», insistette Pitt. «Pensaci bene. Un’imbarcazione altamente specializzata, costruita in gran segreto, capace di raggiungere i settanta nodi, e armata quanto basta per togliere di mezzo un elicottero e due cannoniere nel giro di tre minuti. Qualunque capo militare dell’Africa occidentale darebbe un occhio per metterci le mani sopra.»