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«Si precipiterà ad avvertire per radio il colonnello Mansa prima ancora che io abbia finito di parlare.»

«Potremmo mentire», propose Eva.

«Mentire… Per quale ragione?» chiese Hopper.

«Per metterlo fuori strada… Per mettere fuori strada tutti quanti.»

«Vai avanti.»

«Di’ a Batutta che l’operazione si è conclusa. Digli che non abbiamo trovato segni di contaminazione e che torniamo a Timbuctu. Leviamo le tende e prendiamo l’aereo per rientrare a casa.»

«Non riesco a seguirti. Dove vorresti arrivare?»

«In apparenza il team si arrende», spiegò Eva. «Batutta ci saluta tutto felice e sollevato mentre decolliamo. Ma noi non andiamo al Cairo. Atterriamo nel deserto e ci rimettiamo al lavoro per conto nostro, senza il cane da guardia.»

I due uomini impiegarono qualche secondo per assimilare la proposta. Hopper si tese in avanti e rifletté. Grimes aveva un’aria stranita, come se qualcuno gli avesse chiesto di partire con il primo razzo per la luna.

«Non va», disse alla fine Grimes, in un tono che era quasi di scusa. «Non è possibile atterrare con un jet in mezzo al deserto. È necessaria una pista lunga almeno mille metri.»

«Nel Sahara ci sono moltissime zone in cui il terreno è completamente piatto per centinaia di chilometri», ribatté Eva.

«È un rischio troppo grande», insistette Grimes. «Se Kazim venisse a saperlo, la pagheremmo cara.»

Eva gli lanciò un’occhiata brusca, poi guardò Hopper che cominciava a sorridere mentre diceva: «È possibile».

«Tutto è possibile, ma spesso non è pratico.»

Hopper batté il pugno sul bracciolo della sedia pieghevole con tanta forza che per poco non lo spaccò. «Per Dio, credo che ne valga la pena.»

Grimes lo fissò. «Non dirai sul serio!»

«Oh, sì, invece. L’ultima parola spetterà al pilota e all’equipaggio, naturalmente. Ma con un incentivo adeguato, per esempio una ricca gratifica, credo che riusciremo a convincerli.»

«Stai dimenticando una cosa», obiettò Grimes.

«E cioè?»

«Che mezzo di trasporto dovremmo usare, quando saremo atterrati?»

Eva indicò con la testa il piccolo Mercedes a quattro ruote motrici con il pianale chiuso che era stato messo a loro disposizione a Timbuctu dal colonnello Mansa. «Dovrebbe passare attraverso il portellone.»

«Ma è a due metri da terra», disse Grimes. «Come conti di caricarlo a bordo?»

«Useremo le rampe», rispose allegramente Hopper.

«Dovrete farlo sotto il naso di Batutta.»

«Non è un problema insuperabile.»

«Il veicolo appartiene ai militari del Mali. Come spiegherete la sparizione?»

«Un semplice dettaglio tecnico.» Hopper alzò le spalle. «Al colonnello Mansa diremo che è stato rubato da un nomade.»

«È una pazzia», dichiarò Grimes.

Hopper si alzò. «Allora siamo d’accordo. Domattina metteremo in scena la commediola. Eva, lascio a te il compito d’informare i nostri colleghi. Io resterò con Batutta e taciterò i suoi sospetti lamentandomi del nostro insuccesso.»

«A proposito del nostro angelo custode», disse Eva guardandosi intorno. «Dove si nasconde?»

«In quel suo veicolo con le apparecchiature per le comunicazioni», rispose Grimes. «In pratica vive là dentro.»

«È strano, anche se a noi fa comodo; se ne va tutte le volte che incominciamo a discutere fra noi.»

«È molto gentile da parte sua.» Grimes si alzò e si stirò alzando le braccia sopra la testa. Sbirciò furtivamente il veicolo delle comunicazioni, non vide Batutta e tornò a sedere. «Non c’è traccia di lui. Probabilmente è a bordo e guarda alla televisione qualche spettacolo musicale europeo.»

«Oppure è alla radio e sta raccontando al colonnello Mansa gli ultimi pettegolezzi sul nostro circo», opinò Eva.

«Non può avere molte cose da riferire», rise Hopper. «Non resta mai con noi abbastanza a lungo per capire che cosa stiamo combinando.»

Il capitano Batutta non stava facendo rapporto al suo superiore, almeno per il momento. Era a bordo del furgone e ascoltava con la cuffia stereo collegata a un congegno d’ascolto elettrico estremamente sensibile. L’amplificatore era montato sul tetto del veicolo e rivolto verso la stufetta da campo, al centro dell’accampamento. Si tese e regolò il potenziatore bionico per ampliare la superficie ricevente.

Ogni parola pronunciata da Eva e dai due colleghi, ogni bisbiglio e ogni sussurro arrivavano senza la minima distorsione e venivano registrati. Batutta ascoltò fino a quando i tre smisero di parlare e si separarono: Eva per andare a informare gli altri del nuovo piano, Hopper e Grimes per studiare le mappe del deserto.

Batutta si collegò a un satellite per le comunicazioni riservato alle nazioni africane e compose un numero. Gli rispose una voce che era quasi uno sbadiglio.

«Quartier generale della sicurezza, distretto di Gao.»

«Il capitano Batutta per il colonnello Mansa.»

«Un momento, signore», disse la voce.

Passarono quasi cinque minuti prima che venisse stabilito il collegamento con Mansa. «Sì, capitano?»

«Gli scienziati hanno in programma una diversione.»

«Che significa?»

«Stanno per riferire di non aver trovato traccia della contaminazione e delle sue vittime…»

«Allora il piano geniale del generale Kazim per tenerli lontani dall’area inquinata è riuscito», lo interruppe Mansa.

«Finora sì», disse Batutta. «Ma hanno incominciato a intuire il piano del generale. Il dottor Hopper intende annunciare l’interruzione delle ricerche e riportare i suoi a Timbuctu, dove partiranno per il Cairo con l’aereo charter.»

«Il generale sarà molto soddisfatto.»

«No, quando verrà a sapere che in realtà Hopper non intende lasciare il Mali.»

«Che sta dicendo?» chiese Mansa.

«Hanno intenzione di corrompere i piloti perché atterrino nel deserto e di iniziare una nuova ricerca nei villaggi dei nomadi.»

Mansa ebbe la sensazione che la sabbia gli avesse riempito la bocca. «Potrebbe essere un vero disastro. Il generale andrà in collera quando lo saprà.»

«Non è colpa nostra», fece notare Batutta.

«Sa bene cosa succede quando s’infuria. Se la prende con gli innocenti come con i colpevoli.»

«Ma noi abbiamo fatto il nostro dovere», rispose Batutta.

«Mi tenga informato dei movimenti di Hopper», ordinò Mansa. «Riferirò personalmente il suo rapporto al generale.»

«È a Timbuctu?»

«No, a Gao. Si dà il caso che sia a bordo dello yacht di Yves Massarde, ancorato sul fiume a poca distanza dalla città. Con un aereo militare da trasporto lo raggiungerò in mezz’ora.»

«Buona fortuna a lei, colonnello.»

«Continui a tenere Hopper sotto costante sorveglianza e m’informi se cambia il piano.»

«Ai suoi ordini.»

Mansa riattaccò e fissò il telefono meditando su ciò che sarebbe successo in relazione alle notizie riferite da Batutta. Se non avessero scoperto le sue vere intenzioni, Hopper li avrebbe ingannati e avrebbe scoperto le vittime del contagio nel Sahara, dove nessuno pensava di cercare. E sarebbe stata una catastrofe. Il capitano Batutta l’aveva salvato da una situazione gravissima, forse dall’esecuzione per tradimento, secondo il sistema adottato da Kazim per eliminare gli ufficiali che non gli erano più graditi. C’era mancato poco. Adesso, se avesse trovato Kazim dell’umore giusto, avrebbe potuto addirittura ottenere una promozione.

Mansa chiamò il suo aiutante di campo e ordinò di portargli l’alta uniforme e di far preparare un aereo. Si sentiva pervaso da un crescente senso d’euforia. La catastrofe sfiorata poteva trasformarsi nell’occasione ideale per annientare gli intrusi stranieri.