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Un motoscafo attendeva al molo, ai piedi di una moschea, quando Mansa scese dalla macchina militare che l’aveva condotto lì dall’aeroporto. Un marinaio si affrettò a togliere gli ormeggi e balzò ai comandi. Premette il pulsante e il grosso motore Citroen V-8 si accese con un rombo.

Lo yacht di Massarde si dondolava al centro del fiume, trattenuto dall’ancora di prua. Le luci si specchiavano nella corrente. In realtà era un’houseboat a motore alta tre piani, con il fondo piatto che le permetteva di navigare agevolmente sul fiume durante le stagioni di piena.

Mansa non era mai salito a bordo ma aveva sentito parlare della scala a spirale che, sotto una cupola di vetro, saliva dalla spaziosa suite padronale fino all’eliporto. Le dieci sontuose cabine, arredate con mobili francesi d’antiquariato, la sala da pranzo con gli affreschi del periodo Luigi XIV provenienti da un castello della Loira, i bagni turchi, la sauna, le vasche per idromassaggio, il bar nella lounge-osservatorio rotante e i sistemi di comunicazione elettronica che collegavano Massarde al suo impero esteso in tutto il mondo contribuivano a rendere quella residenza sull’acqua diversa da ogni altra mai costruita.

Mentre il colonnello saliva la scaletta, si augurava di poter vedere qualcosa del lussuoso battello; ma le sue attese vennero deluse quando Kazim gli andò incontro sul ponte. Aveva in mano un bicchiere semipieno di champagne, ma non ne offrì uno al visitatore.

«Spero che il motivo che l’ha spinta a interrompere la mia conferenza d’affari con monsieur Massarde sia urgente come ha sottinteso nel suo messaggio», disse freddamente.

ivxansa salutò e incominciò a riferire, abbellendo i fatti e i dettagli del rapporto di Batutta sul team dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ma senza pronunciare mai il nome del capitano.

Kazim ascoltò con interesse, tenendo lo sguardo fisso sulle luci scintillanti dell’houseboat che danzavano sull’acqua. Un’espressione preoccupata gli spuntò sul volto, ma quasi subito lasciò il posto a un sorriso teso.

Quando Mansa finì di parlare, Kazim chiese: «Quando dovrebbero tornare a Timbuctu, Hopper e la sua carovana?»

«Se partiranno domattina, dovrebbero arrivare nel tardo pomeriggio.»

«Ci sarà tutto il tempo necessario per sventare i piani del caro dottore.» Kazim guardò Mansa negli occhi. «Immagino che lei si mostrerà deluso e premuroso quando Hopper le comunicherà l’insuccesso delle ricerche.»

«Mi comporterò con la dovuta diplomazia», gli assicurò Mansa.

«L’aereo e l’equipaggio sono ancora a terra a Timbuctu?»

Mansa annuì. «I piloti alloggiano all’Hotel Azalai.»

«Ha detto che Hopper intende pagargli un premio perché atterrino nel deserto, a nord di qui.»

«Sì. È quanto ha detto agli altri.»

«Dobbiamo prendere il controllo dell’aereo.»

«Vuole che paghi i piloti più di quello che gli offre Hopper?»

«Sarebbe denaro sprecato.» Kazim fece una smorfia sprezzante. «Li uccida.»

Mansa, che quasi si attendeva l’ordine, non reagì. «Sì, signore.»

«E li sostituisca con nostri piloti militari che gli somiglino il più possibile.»

«Un piano da maestro, generale.»

«Inoltre informi il dottor Hopper che insisto perché il capitano Batutta li accompagni al Cairo come mio rappresentante personale presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Dovrà sovrintendere all’operazione.»

«Che ordini devo impartire ai nostri piloti?»

C’era una luce malefica negli occhi di Kazim. «Gli ordini di far atterrare il dottor Hopper e i suoi compagni ad Asselar.»

«Asselar.» Il nome scivolò dalle labbra di Mansa come se fosse intriso nell’acido. «Hopper e i suoi compagni finiranno sicuramente massacrati dai selvaggi mutanti di Asselar, come i turisti che partecipavano a quel safari.»

«Questo sarà Allah a deciderlo», commentò Kazim.

«E se per qualche ragione imprevista dovessero sopravvivere?» chiese Mansa con tutta la delicatezza di cui era capace.

Sulla faccia di Kazim apparve un’espressione perversa che fece rabbrividire Mansa. Il generale sorrise mentre i suoi occhi scintillavano di gelido divertimento. «Allora, c’è sempre Tebezza.»

PARTE SECONDA

LA TERRA MORTA

15.

15 maggio 1996
New York

Al Floyd Bennet Field, sulla riva di Jamaica Bay, New York, un uomo vestito come un hippy degli anni ’60 stava appoggiato a una station wagon Jeep Wagoneer ferma all’estremità deserta della pista e, attraverso gli occhiali a lenti rotonde, scrutava un aereo color turchese che rollava nella nebbia leggera del mattino e si fermava a una decina di metri di distanza. L’uomo si mosse quando Sandecker e Chapman scesero dal jet della NUMA e andò loro incontro per salutarli.

L’ammiraglio notò la macchina e annuì soddisfatto. Detestava le berline ufficiali e preferiva i fuoristrada. Rivolse un rapido sorriso al direttore del centro dati della NUMA. Hiram Yaeger, che indossava un giubbotto Levi’s e teneva i capelli legati in un codino, era l’unico collaboratore d’alto livello di Sandecker che si vestisse impunemente a modo suo.

«Grazie per essere venuto a prenderci, Hiram. E mi scusi se l’ho costretta a lasciare Washington in fretta e furia.»

Yaeger si accostò, tendendogli la mano. «Nessun problema, ammiraglio. Sentivo il bisogno di staccarmi per un po’ dalle mie macchine.» Poi inclinò la testa verso l’alto per guardare in faccia il dottor Chapman. «Darcy, com’è andato il volo di ritorno dalla Nigeria?»

«Il soffitto della cabina era troppo basso e il sedile troppo piccolo», commentò il tossicologo. «E per peggiorare le cose l’ammiraglio mi ha battuto a gin rummy per dieci partite a quattro.»

«Vi aiuto a caricare in macchina i bagagli, poi andremo a Manhattan.»

«Ha preso appuntamento con Hala Kamil?» chiese l’ammiraglio Sandecker.

Yaeger annuì. «Ho telefonato all’ONU non appena mi ha comunicato l’orario d’arrivo. La signora segretario generale ha cambiato il programma dei suoi impegni per riceverci. Il suo aiutante si è meravigliato che abbia fatto eccezione per lei.»

Sandecker sorrise. «Siamo amici da molto tempo.»

«L’appuntamento è per le dieci e mezzo.»

L’ammiraglio diede un’occhiata all’orologio. «Un’ora e mezzo: abbiamo tempo per bere un caffè e fare colazione.»

«Buona idea», commentò Chapman fra uno sbadiglio e l’altro. «Sto morendo di fame.»

Yaeger si avviò lungo la panoramica e uscì in Coney Island Avenue dove trovò un delicatessen. I tre sedettero in un séparé e passarono le ordinazioni a una cameriera che non nascose la sua meraviglia nel notare l’alta statura del dottor Chapman.

«Cosa prendono, signori?»

«Salmone affumicato, formaggio alla panna e un bagel», disse Sandecker.

Chapman optò per un’omelette al pastrami e salame, mentre Yaeger si accontentò di un dolce danese. Rimasero in silenzio, immersi nei loro pensieri, fino a quando la cameriera venne a servire il caffè. Sandecker mise un cubetto di ghiaccio nel suo per raffreddarlo e si assestò contro la spalliera.

«Cosa segnalano i suoi amichetti elettronici a proposito della marea rossa?» chiese a Yaeger.

«Le proiezioni promettono ben poco di buono», rispose l’esperto di computer giocherellando con una forchetta. «Ho seguito incessantemente l’estensione in base alle foto trasmesse dai satelliti. Il tasso di crescita è sconvolgente. Fa venire in mente il vecchio adagio: incomincia con un cent e raddoppialo ogni giorno, così alla fine del mese sarai miliardario. La marea rossa al largo dell’Africa occidentale si allarga, raddoppiandosi ogni quattro giorni. Questa mattina alle quattro copriva un’area di 240.000 chilometri quadrati.»