«Cioè centomila miglia quadrate», disse Sandecker, traducendo il dato nel vecchio sistema di misura.
«Con quel ritmo coprirà l’intero Atlantico meridionale in tre o quattro settimane», calcolò Chapman.
«Avete un’idea della causa?» chiese Yaeger.
«Probabilmente è un organometallo che promuove una mutazione dei dinoflagellati responsabili della marea rossa.»
«Un organometallo?»
«Una combinazione tra un metallo e una sostanza organica», spiegò Chapman.
«C’è qualche rapporto particolare in evidenza?»
«Per ora, no. Abbiamo identificato dozzine di agenti inquinanti, ma sembra che nessuno sia il responsabile. Al momento possiamo solo immaginare che un elemento metallico si mescoli in qualche modo con composti sintetici o con sottoprodotti chimici che vengono scaricati nel fiume Niger.»
«Potrebbero essere addirittura i rifiuti di qualche strana ricerca biotecnica», suggerì Yaeger.
«Non c’è nessun esperimento biotecnico in corso nell’Africa occidentale», rispose con fermezza Sandecker.
«Chissà come, quello schifo non identificato funziona da eccitante», continuò Chapman. «Quasi come un ormone. Crea una marea rossa mutante con un tasso di crescita sconvolgente e un grado incredibile di tossicità.»
I tre tacquero mentre la cameriera veniva a servire la colazione, e poi tornava con la caffettiera per riempire di nuovo le tazze.
«C’è la possibilità che abbiamo a che fare con una reazione batterica ai rifiuti organici?» chiese Yaeger mentre fissava con aria mesta il dolce danese che sembrava calpestato da uno stivale bisunto.
«I liquami possono costituire un nutrimento per le alghe, esattamente come il letame per le colture agricole sulla terraferma», rispose Chapman. «Ma in questo caso, no. Siamo di fronte a un disastro ecologico ben più grave di quello che possono produrre i rifiuti umani.»
Sandecker spalmò il formaggio alla panna sul bagel e aggiunse il salmone. «Quindi, mentre noi stiamo qui a rimpinzarci, si sta formando una marea rossa al cui confronto l’inquinamento petrolifero causato nel 1991 dagli iracheni fa la figura di una pozzanghera nelle praterie del Kansas.»
«E non possiamo far niente per impedirlo», ammise Chapman. «Senza le analisi dei campioni d’acqua, posso soltanto avanzare teorie sul composto chimico. Fino a che Rudy Gunn non avrà trovato l’ago nel pagliaio e non avrà scoperto chi o che cosa ce l’ha messo, avremo le mani legate.»
«Quali sono le ultime notizie?» chiese Yaeger.
«Le ultime notizie su che cosa?» borbottò Sandecker fra un boccone e l’altro.
«I nostri tre amici in crociera sul Niger», rispose Yaeger, irritato dall’apparente indifferenza di Sandecker. «La trasmissione telemetrica dei loro dati si è interrotta improvvisamente proprio ieri.»
L’ammiraglio si guardò intorno per assicurarsi che nessuno potesse sentirli. «Hanno avuto un piccolo alterco con due cannoniere e un elicottero della Marina del Benin.»
«Un piccolo alterco?» balbettò incredulo Yaeger. «E come diavolo è successo? Sono feriti?»
«Possiamo presumere che siano sopravvissuti e stiano bene», disse Sandecker. «Quelli del Benin pretendevano di salire a bordo. Per salvare il nostro progetto non hanno potuto far altro che combattere. E, durante la battaglia, il loro sistema di comunicazioni è finito fuori uso.»
«Questo spiega perché i dati telemetrici non arrivano più», commentò Yaeger, un po’ più calmo.
«Le foto trasmesse dal satellite dell’Ente per la Sicurezza Nazionale», continuò l’ammiraglio, «mostrano che hanno fatto a pezzi le due cannoniere e l’elicottero, hanno varcato il confine e raggiunto il Mali.»
Yaeger si accasciò sulla sedia. Aveva perso di colpo l’appetito. «Non usciranno mai dal Mali. Si stanno cacciando in un vicolo cieco. Ho passato al computer i profili del governo maliano. Il capo militare, in fatto di diritti umani, ha i precedenti peggiori di tutta l’Africa occidentale. Pitt e gli altri verranno catturati e impiccati alla prima palma.»
«È proprio per questo che abbiamo appuntamento con il segretario generale dell’ONU», disse Sandecker.
«E cosa può fare?»
«L’ONU è la nostra unica speranza di far uscire sani e salvi dal Mali i nostri amici e i dati che hanno raccolto.»
«Perché comincio ad avere l’impressione che la nostra ricerca sul fiume Niger fosse priva dell’autorizzazione ufficiale?» chiese Yaeger.
«Non siamo riusciti a convincere i politici dell’urgenza e della gravità della cosa», sbottò Chapman, esasperato. «Continuavano a parlare di istituire una commissione speciale per indagare sul problema. Roba da non credere! Il mondo è sull’orlo dell’estinzione, e i nostri illustri rappresentanti del popolo pensano solo a pavoneggiarsi per far vedere quanto sono importanti mentre cianciano e cianciano all’infinito.»
«Darcy vuol dire», spiegò Sandecker, sorridendo del frasario scelto da Chapman, «che ha esposto la situazione al presidente, al segretario di Stato e a diversi autorevoli membri del Congresso. Tutti si sono rifiutati di forzare la mano alle nazioni dell’Africa occidentale perché ci permettessero di analizzare l’acqua del fiume.»
Yaeger lo fissò. «E così, per poter incominciare, avete spedito di nascosto Pitt, Giordino e Gunn.»
«Non c’era altro da fare. Il tempo stringe. Abbiamo dovuto aggirare il nostro governo. Se si viene a sapere di questa iniziativa, sarò nei guai fino al collo.»
«È anche peggio di quel che immaginavo.»
«Perciò abbiamo bisogno dell’ONU», concluse Chapman. «Senza la sua collaborazione, è molto probabile che Pitt, Giordino e Gunn finiscano in un carcere maliano e non ne escano più.»
«E con loro», precisò Sandecker, «spariranno i dati di cui abbiamo un bisogno disperato.»
Yaeger aveva l’aria triste. «Lei li ha sacrificati, ammiraglio. Ha intenzionalmente sacrificato i nostri amici più cari.»
Sandecker lo fissò, impassibile. «Crede che per me non sia stato terribile prendere questa decisione? Tenendo conto della posta in gioco, di chi si sarebbe fidato per portare a termine il lavoro? Chi avrebbe mandato a risalire il Niger?»
Yaeger si massaggiò le tempie per un momento prima di rispondere e alla fine annuì. «Ha ragione, naturalmente. Sono i migliori. Se c’è qualcuno che può fare l’impossibile, è Pitt.»
«Mi fa piacere che sia d’accordo», disse burberamente Sandecker. Poi guardò di nuovo l’orologio. «È meglio che paghiamo e andiamo. Non voglio far aspettare Hala Kamil, soprattutto quando sto per buttarmi in ginocchio ai suoi piedi e implorarla come un’anima disperata.»
Hala Kamil, l’egiziana che era segretario generale delle Nazioni Unite, aveva la bellezza misteriosa di Nefertiti. A quarantasette anni i suoi occhi erano neri e penetranti, i lunghi capelli d’ebano le scendevano a cascata sulle spalle e la carnagione perfetta metteva in risalto i lineamenti delicati. Quella donna riusciva insomma a conservare la bellezza e l’aspetto giovanile nonostante gli oneri della sua carica prestigiosa. Era alta, con una splendida figura che neppure il severo tailleur riusciva a nascondere.
Si alzò dalla scrivania quando Sandecker e i suoi amici furono ammessi nel suo studio, nel palazzo nell’ONU. «Ammiraglio Sandecker, è un piacere rivederla.»
«Il piacere è mio, signora Kamil.» Sandecker diventava sempre raggiante in presenza di una bella donna. Ricambiò la stretta di mano e accennò un inchino. «Grazie per avermi ricevuto.»