«Mi sembra di ricordare», disse Yaeger, annuendo. «Fu durante la ricerca del tesoro della Biblioteca di Alessandria.»
Sandecker si alzò e andò a sedersi accanto a Hala. «Ci aiuterà, signora segretario generale?»
La donna rimase immobile come una statua, eppure qualcosa in lei suggeriva che, lentamente, la sua fermezza cominciava a incrinarsi. Il suo respiro era appena percettibile. Alla fine girò la testa verso Sandecker.
«D’accordo», disse a voce bassa. «Le prometto che userò tutte le fonti a mia disposizione per far uscire i nostri amici dall’Africa occidentale. Posso solo augurarmi che non sia troppo tardi, e che siano ancora vivi.»
Sandecker abbassò la testa, per nascondere l’espressione di sollievo che gli era apparsa negli occhi. «La ringrazio, segretario generale. Ho un debito con lei. Un grosso debito.»
16.
«Nessun segno di vita?» Grimes stava guardando il villaggio cadente di Asselar. «Non c’è neppure un cane o una pecora.»
«Sì, sembra una città morta», convenne Eva, che si schermava gli occhi per ripararli dal sole.
«Più morta di un rospo schiacciato su un’autostrada», mormorò Hopper scrutando la scena con il binocolo.
Erano su una piccola altura del deserto che sovrastava Asselar. L’unico segno della presenza umana era rappresentato dalle tracce dei pneumatici che, da nord-est, portavano al villaggio. Stranamente, nessuna di quelle tracce sembrava indicare che qualcuno se ne fosse allontanato. Eva aveva l’impressione di vedere un’antica città abbandonata mentre, attraverso le onde tremolanti di calore, guardava le rovine intorno alla parte centrale dell’abitato. C’era uno strano silenzio che la faceva sentire tesa e inquieta.
Hopper si rivolse a Batutta. «È stato molto gentile a collaborare con noi, capitano, e a permetterci di atterrare qui, ma è evidente che si tratta di una città fantasma.»
Batutta, al volante del Mercedes fuoristrada, alzò le spalle con aria innocente. «Una carovana arrivata dalle miniere di sale di Taoudenni ha segnalato che ad Asselar c’erano casi di malattia. Che altro posso dirle?»
«Non sarà male dare un’occhiata», commentò Grimes.
Eva annuì. «Per stare sul sicuro dobbiamo analizzare l’acqua del pozzo.»
«Se proseguirete a piedi», disse Batutta, «io tornerò all’aereo per andare a prendere gli altri.»
«Molto gentile, capitano», replicò Hopper. «Può portare anche il nostro equipaggiamento.»
Senza una parola né un cenno di saluto, Batutta si allontanò in una nube di polvere, attraversò una piana e si diresse verso l’aereo che era atterrato in un lungo tratto di terreno pianeggiante.
«Mi sembra molto strano che sia così disposto ad aiutarci», borbottò Grimes.
Eva annuì. «Troppo ben disposto, secondo me.»
«Non mi va», disse Grimes mentre guardava il villaggio silenzioso. «Se questo fosse un film western, direi che stiamo per cadere in un’imboscata.»
«Imboscata o no», commentò Hopper in tono noncurante, «proviamo a cercare gli abitanti.» Incominciò a scendere a lunghi passi il pendio senza curarsi del sole a picco e del calore irradiato dal suolo cosparso di sassi. Eva e Grimes esitarono un momento, poi si avviarono per seguirlo.
Dieci minuti più tardi entrarono nelle viuzze di Asselar. Le prime cose che notarono furono il disordine e la sporcizia. Erano costretti di continuo a scavalcare mucchi di immondizia e di ciarpame che coprivano ogni metro quadrato. Una brezza caldissima e leggera incominciò a soffiare all’improvviso, e l’odore della putredine e della carne decomposta li assalì. Il lezzo diventava più forte a ogni passo, e sembrava giungere dall’interno delle case.
I tre si astennero dall’entrare negli edifici sino a che ebbero raggiunto la piazza del mercato. E là si offrì ai loro occhi uno spettacolo incredibilmente disgustoso. Nessuno di loro, neppure negli incubi più atroci, avrebbe potuto immaginare un simile orrore: c’erano resti di scheletri umani, teschi allineati come se fossero in vendita, pelli annerite e seccate appese all’albero centrale e brulicanti di sciami di mosche.
Il primo pensiero di Eva fu di trovarsi di fronte a ciò che restava di un massacro compiuto da forze armate. Ma si affrettò a scartare quella teoria perché non spiegava la posizione dei crani né le pelli scuoiate. Lì era accaduto qualcosa che superava di parecchio le atrocità commesse da soldati assetati di sangue o da banditi del deserto. Ne ebbe la conferma quando s’inginocchiò, raccolse un osso e lo riconobbe: era un omero, l’osso più lungo del braccio. Un brivido gelido l’assalì quando si accorse che era intaccato e scheggiato dai segni di una dentatura umana.
«Cannibalismo», mormorò inorridita.
Stranamente, il ronzio delle mosche e la rivelazione di Eva parvero accentuare il silenzio di morte che dominava il villaggio. Grimes prese l’osso e lo esaminò.
«Eva ha ragione», disse a Hopper. «Qualche pazzo criminale ha divorato tutti questi poveracci.»
«A giudicare dal fetore», notò Hopper arricciando il naso, «ce ne sono alcuni che non si sono ancora ridotti a scheletri. Tu ed Eva dovete aspettarmi qui. Guarderò all’interno delle case e vedrò se riesco a trovare qualcuno vivo.»
«Non mi sembra che abbiano simpatia per i forestieri», ribatté Grimes. «Propongo di battere rapidamente in ritirata fino all’aereo prima di finire sul menù locale.»
«Sciocchezze!» sbuffò Hopper. «Ci troviamo davanti a un caso estremo di comportamento anormale. Potrebbe essere causato dalla sostanza tossica che stiamo cercando, e non ho intenzione di fuggire prima d’essere arrivato a fondo della questione.»
«Vengo con te», disse Eva in tono risoluto.
Grimes alzò le spalle. Apparteneva alla vecchia scuola e non intendeva mostrarsi meno coraggioso di una donna. «D’accordo, cercheremo insieme.»
Hopper gli batté la mano sulla schiena. «Bravo, Grimes. Sarò onorato di figurare insieme con te come ingrediente del piatto del giorno.»
La prima casa in cui entrarono aveva i muri formati da pietre legate alla meglio dall’argilla secca e conteneva due cadaveri, un uomo e una donna, morti almeno da una settimana. Il caldo aveva già disseccato i tessuti e incartapecorito la pelle. La morte non era stata rapida, bensì lenta e tormentosa; Hopper lo accertò con un esame superficiale dei resti. Non erano stati uccisi da un veleno fulmineo: avevano sofferto atrocemente fino a quando la morte li aveva liberati.
«Non sono in grado di dire di più senza un esame necroscopico», disse Hopper.
Grimes osservò i due corpi con aria calma e imperturbabile. «Sono morti da diverso tempo. Credo che avrei maggiori possibilità di trovare qualche risposta concreta se trovassimo qualcuno spirato da poco.»
A Eva quelle parole sembrarono fredde e cliniche. Rabbrividì, non per la vista dei cadaveri ma perché aveva riconosciuto un mucchio di ossa e di teschi molto piccoli in un angolo della casa semibuia. Non poté trattenersi dal chiedersi se i due avevano ucciso e divorato i figlioletti. Era un pensiero troppo orribile: lo scacciò e proseguì da sola. Entrò in un’abitazione all’altro lato della strada.
Varcò un portale più elaborato degli altri, che conduceva in un cortile a forma di L, pulito e ben spazzato. Era quasi uno spettacolo blasfemo in confronto agli altri luoghi invasi dai rifiuti. In quella casa il lezzo era particolarmente forte. Eva intrise un fazzoletto con l’acqua contenuta nella borraccia che portava appesa alla cintura e passò cautamente da una stanza all’altra. Le pareti erano bianchissime e i soffitti alti erano sostenuti da travi scoperte e arrotondate. La luce entrava dalle numerose finestre affacciate sul cortile.