Выбрать главу

Era una delle case più lussuose del villaggio: con ogni probabilità apparteneva a un mercante, pensò Eva osservando le sedie e i tavoli ben lavorati che erano ancora diritti in posizioni normali, diversamente dai mobili delle altre case che erano stati fracassati e gettati a terra. Varcò lentamente una porta ed entrò in una camera rettangolare, soffocò un grido e rimase immobile, paralizzata dal ribrezzo nel vedere un macabro mucchio di arti umani putrefatti, accatastati con cura in quella che era stata la cucina.

Dominò a stento la nausea. All’improvviso si sentiva svuotata e impaurita. Fuggì e, barcollando, entrò in una stanza da letto. L’orrore si sommò all’orrore. Si fermò di colpo e fissò l’uomo che stava disteso sul giaciglio come se riposasse con gli occhi spalancati. La testa era posata su un cuscino e le mani erano accostate ai fianchi, con i palmi rivolti verso l’alto. L’uomo la fissava a sua volta con due occhi ciechi che sembravano presi in prestito dal diavolo. Il bianco di quegli occhi era di un rosa intenso, le iridi d’un rosso cupo. Per un istante spaventoso, Eva pensò che fosse ancora vivo. Ma il torace non si abbassava né si sollevava nel respiro e gli occhi dai colori satanici non sbattevano.

Eva rimase a guardarlo per un tempo che le parve interminabile. Finalmente chiamò a raccolta tutto il suo coraggio, si avvicinò al letto e, con la punta delle dita, toccò la carotide del morto. Non c’erano pulsazioni. Si chinò e sollevò il braccio dell’uomo. Il rigor mortis aveva appena incominciato a contrarre i muscoli. Si raddrizzò quando sentì alle sue spalle un suono di passi. Si girò di scatto e vide Hopper e Grimes.

I due le passarono accanto e guardarono il cadavere. Poi, all’improvviso, Hopper scoppiò in una risata che echeggiò in tutta la casa. «Per Dio, Grimes. Volevi una vittima morta da poco per effettuare l’autopsia? Eccola.»

Quando Batutta ebbe fatto l’ultimo tragitto fino al villaggio con il team dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’apparecchiatura portatile per le analisi, fermò il Mercedes accanto all’aereo. La cabina di comando e quella per i passeggeri erano diventate roventi sotto il sole martellante, e i membri dell’equipaggio oziavano all’ombra di un’ala. Anche se si erano comportati con indifferenza di fronte agli scienziati in presenza di Batutta, questa volta scattarono sull’attenti e lo salutarono militarmente.

«È rimasto qualcuno a bordo?» chiese Batutta.

Il primo pilota scosse la testa. «Gli ultimi li ha accompagnati lei al villaggio. L’aereo è vuoto.»

Batutta sorrise al pilota che indossava l’uniforme di una linea aerea con i galloni sulla manica. «Ottima recitazione, tenente Djemaa. Il dottor Hopper ha abboccato all’amo. Siete riusciti a fargli credere che siete l’equipaggio di riserva.»

«Grazie, capitano. E posso ringraziare mia madre… è sudafricana e mi ha insegnato l’inglese.»

«Ho bisogno di usare la radio per mettermi in contatto con il colonnello Mansa.»

«Se viene nella cabina di comando, regolerò la frequenza.»

Entrare nella cabina era come infilarsi in un secchio di piombo fuso. Anche se il tenente Djemaa aveva lasciato i finestrini laterali aperti per favorire la ventilazione, il caldo tolse il respiro a Batutta, che sedette e attese mentre il pilota militare maliano chiamava il comando del colonnello Mansa. Appena ebbe stabilito il collegamento, Djemaa gli consegnò il microfono e, con un sospiro di sollievo, scese di nuovo a terra.

«Qui Falco-Uno. Passo.»

«Eccomi, capitano», risuonò la voce di Mansa. «Può fare a meno del codice. Non credo che qualche spia nemica ci stia ascoltando. Com’è la situazione?»

«Gli abitanti di Asselar sono tutti morti. Gli occidentali operano liberamente nel villaggio. Ripeto, tutti gli abitanti sono morti.»

«Quei maledetti cannibali si sono sterminati fra loro, non è così?»

«Sì, colonnello, fino all’ultima donna e all’ultimo bambino. Il dottor Hopper e i suoi credono che siano stati avvelenati tutti quanti.»

«Hanno le prove?»

«Non ancora. In questo momento stanno prelevando l’acqua dal pozzo ed effettuando l’autopsia delle vittime.»

«Non importa. Stia al loro gioco. Non appena avranno concluso gli esperimenti, li porti a Tebezza. Il generale Kazim ha organizzato un’accoglienza adeguata.»

Batutta non faticava a immaginare che cosa aveva progettato il generale per Hopper. Detestava il canadese; li detestava tutti. «Farò in modo che arrivino in buone condizioni.»

«Porti a termine la sua missione, capitano, e le assicuro che avrà una promozione.»

«Grazie, colonnello. Passo e chiudo.»

Grimes si insediò nella casa del morto scoperto da Eva: era la più grande e la più pulita di tutto il villaggio. Gli altri componenti del team incominciarono a esaminare tessuti e ossa prelevati agli altri morti. In un grosso magazzino dietro il mercato trovarono le Land Rover malridotte della comitiva turistica massacrata; le rimisero in funzione per fare servizio di spola fra il villaggio e l’aereo mentre il capitano Batutta si aggirava di qua e di là senza concludere nulla.

Il lezzo dei cadaveri era così forte da impedire di dormire, perciò gli scienziati lavorarono per tutta la notte e continuarono fino alla sera seguente. Venne montato un accampamento presso l’aereo. Dopo un breve riposo e una cena a base di scatolette di carne, sedettero intorno alla stufa a petrolio per proteggersi dal freddo. La temperatura, infatti, era scesa bruscamente dai 44 gradi registrati durante il giorno ai 5 della notte. Batutta si comportò da ospite cordiale e preparò un tè all’africana mentre ascoltava con attenzione i dialoghi sulle ricerche in corso.

Hopper accese la pipa e fece un cenno a Grimes. «Comincia tu, Warren. Riferisci i risultati dell’esame condotto sull’unico cadavere trovato in condizioni decenti.»

Grimes prese una cartelletta dalle mani di un assistente e la studiò per un momento alla luce d’una lanterna. «In tutti i miei anni di attività non ho mai visto tante complicazioni in un essere umano. Arrossamento degli occhi, sia delle iridi sia della sclera. Anche l’epidermide è fortemente arrossata, fino ad assumere una colorazione bronzea. Ingrossamento notevole della milza. Grumi di sangue nel cuore, nel cervello e nelle estremità. Lesioni ai reni nonché al fegato e al pancreas. Tasso altissimo di emoglobina. Degenerazione dei tessuti adiposi. Non è sorprendente che questi poveracci siano impazziti e si siano divorati fra loro. Mettete insieme tutte queste alterazioni e il risultato sarà una psicosi incontrollata.»

«Incontrollata?» chiese Eva.

«La vittima è impazzita lentamente con l’aggravarsi delle sue condizioni, in particolare delle lesioni cerebrali. Alla fine è diventata furiosa, come dimostrano i segni di cannibalismo. Secondo le mie stime, è stato un miracolo che sia sopravvissuta così a lungo.»

«E la conclusione diagnostica?» insistette Hopper.

«La morte è stata causata da una massiccia policitemia vera, una malattia di origine sconosciuta i cui sintomi sono un aumento del numero dei globuli rossi e dell’emoglobina. In questo caso, c’è stata una massiccia infusione di eritrociti che ha prodotto danni irreparabili agli organi interni della vittima. E poiché non si sono avute trombosi in misura sufficiente per arrestare il cuore, vi sono state emorragie in tutto il corpo, evidenti soprattutto nell’epidermide e negli occhi. Si direbbe che alla vittima fosse stata iniettata una forte dose di vitamina B-12, che come tutti sapete è indispensabile nello sviluppo dei globuli rossi.»

Hopper si rivolse a Eva. «Tu hai fatto le analisi del sangue. Cosa puoi dire degli eritrociti? Hanno mantenuto la tipica forma discoidale concava al centro?»

Eva scosse la testa. «No, avevano una forma che non ho mai visto in precedenza. Erano quasi triangolari, con protuberanze simili a spore. Come ha detto Warren, erano presenti in numero incredibilmente elevato. Nel sangue di un adulto umano normale vi sono in media cinque milioni e duecentomila globuli rossi per millimetro cubico. Il sangue della nostra vittima ne conteneva un numero almeno triplo.»