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Grimes disse: «Posso aggiungere un altro dettaglio: ho scoperto anche un avvelenamento da arsenico che l’avrebbe ucciso comunque, prima o poi».

Eva annuì. «Posso confermare la diagnosi di Warren. Nei campioni di sangue ho trovato concentrazioni anormali d’arsenico. Anche il livello del cobalto era abnorme.»

«Cobalto?» Hopper si tese sulla sedia pieghevole.

«Non è una cosa sorprendente», osservò Grimes. «La vitamina B-12 contiene quasi il 4,5 per cento di cobalto.»

«I vostri risultati confermano quelli delle analisi che ho effettuato sui pozzi della comunità», disse Hopper. «In una tazza d’acqua c’erano abbastanza arsenico e cobalto da soffocare un cammello.»

«La falda acquifera sotterranea», mormorò Eva, guardando la fiamma della stufa. «Deve essere filtrata lentamente attraverso un deposito geologico di cobalto e arsenico.»

«Se non ricordo male le lezioni di geologia», disse pensieroso Hopper, «un composto piuttosto comune dell’arsenico è la niccolite, un minerale che si trova spesso associato con il cobalto.»

«Comunque, è solo la punta dell’iceberg», avvertì Grimes. «I due elementi non sono in quantità sufficiente per causare questo disastro. Qualche altra sostanza ha agito da catalizzatore con cobalto e arsenico fino a spingere il livello di tossicità oltre i limiti della tolleranza e moltiplicare il conto dei globuli rossi. Ma è una sostanza che ci è sfuggita.»

«E ha anche provocato la mutazione degli eritrociti», soggiunse Eva.

«Non vorrei complicare ancora di più il mistero», osservò Hopper, «ma nella mia analisi ho scoperto qualcosa d’altro. Tracce altissime di radioattività.»

«Pensi che le radiazioni siano penetrate solo di recente nell’acqua del pozzo?» chiese Eva.

«È possibile», ammise Grimes. «Ma ci resta da risolvere l’enigma della sostanza killer sconosciuta.»

«Disponiamo di apparecchiature limitate.» Hopper alzò le spalle. «Se dobbiamo cercare un nuovo ceppo di batteri o una combinazione di sostanze chimiche poco comuni, forse non riusciremo a identificare le cause qui sul posto. Dovremo portare i campioni nel nostro laboratorio a Parigi.»

«Un sottoprodotto sintetico», mormorò pensosamente Eva. Poi, indicando il deserto con un ampio gesto: «Da dove potrebbe venire? Non certo dalle zone vicine».

«L’impianto per lo smaltimento dei rifiuti tossici di Fort Foureau?» suggerì Grimes.

Hopper fissò il fornello della pipa. «È duecento chilometri a nord-ovest. Un po’ troppo lontano per portare una sostanza inquinante in senso contrario ai venti prevalenti e depositarla nei pozzi di Asselar. E non spiegherebbe gli elevati livelli di radiazioni. L’impianto di Fort Foureau non è stato creato per ricevere rifiuti radioattivi. Inoltre, tutto il materiale pericoloso viene bruciato, quindi non può assolutamente penetrare nelle acque sotterranee e venire trasportato fin qui senza che il suolo assorba sostanze chimiche mortali.»

«Okay», disse Eva. «Quale sarà la nostra prossima mossa?»

«Facciamo i bagagli, raggiungiamo il Cairo, quindi proseguiamo per Parigi con i campioni. E porteremo con noi anche il nostro cliente. Lo avvilupperemo al dovere e lo terremo al fresco: dovrebbe restare in buone condizioni fino a quando potremo metterlo in ghiaccio al Cairo.»

Eva annuì. «Sono d’accordo. Prima effettueremo le ricerche nelle condizioni adatte e meglio sarà.»

Hopper si voltò verso Batutta che non aveva aperto bocca e stava ad ascoltare con simulata indifferenza mentre registrava tutto con il piccolo apparecchio nascosto sotto la camicia.

«Capitano Batutta?»

«Sì, dottor Hopper?»

«Abbiamo deciso di proseguire per l’Egitto domattina presto. Per lei va bene?»

Batutta sorrise calorosamente e si arricciò i baffi. «Purtroppo dovrò trattenermi per riferire ai miei superiori la tragedia del villaggio. Voi siete liberi di proseguire per il Cairo.»

«Non possiamo lasciarla qui.»

«I veicoli hanno una buona scorta di carburante. Prenderò una delle Land Rover e tornerò a Timbuctu.»

«È un percorso di quattrocento chilometri. Conosce la strada?»

«Sono nato e cresciuto nel deserto», rispose Batutta. «Partirò al levar del sole e arriverò a Timbuctu prima di notte.»

«Il cambiamento dei nostri piani le causerà difficoltà con il colonnello Mansa?» chiese Grimes.

«Ho avuto l’ordine di mettermi al vostro servizio», disse Batutta. «Non dovete preoccuparvi. Mi dispiace soltanto di non potervi accompagnare al Cairo.»

«Allora è tutto a posto», concluse Hopper, alzandosi. «Domattina caricheremo il materiale e partiremo per l’Egitto.»

Quando gli scienziati si avviarono per tornare alle loro tende, Batutta indugiò accanto alla stufa. Spense il registratore nascosto, poi impugnò una torcia elettrica e la fece lampeggiare due volte in direzione del finestrino della cabina di comando. Dopo un minuto il primo pilota scese la scaletta e lo raggiunse.

«Ha trasmesso il segnale?» chiese a voce bassa.

«I porci stranieri partiranno domani», rispose Batutta.

«Devo chiamare Tebezza via radio per annunciare il nostro arrivo.»

«E gli ricordi di riservare al dottor Hopper e ai suoi una degna accoglienza.»

Il primo pilota rabbrividì. «Tebezza è un posto orribile. Appena avrò consegnato i prigionieri, non resterò a terra un minuto più del necessario.»

«L’ordine è ritornare all’aeroporto di Bamako», spiegò Batutta.

«Sarà un piacere.» Il primo pilota accennò un inchino. «Buonanotte, capitano.»

Eva aveva fatto una breve passeggiata per respirare l’aria pura e contemplare le stelle che brillavano nel cielo. Tornò indietro in tempo per vedere il pilota che si avviava verso l’aereo e lasciava Batutta solo accanto alla stufetta.

Troppo arrendevole e premuroso, pensò. Ci saranno guai. Scosse la testa per scacciare il sospetto. Ecco che ricominci con i soliti dubbi, si disse. Che cosa poteva fare Batutta per fermarli? Una volta in volo non sarebbero tornati indietro. Si sarebbero lasciati alle spalle l’orrore e si sarebbero diretti verso una società più aperta e amichevole. Era una soddisfazione sapere che non sarebbe più tornata in quel posto terribile. Eppure qualcosa, nel profondo del suo essere, forse l’intuizione, l’ammoniva che non doveva sentirsi troppo sicura.

17.

«Da quanto tempo ci stanno in coda?» chiese Giordino stropicciandosi gli occhi dopo una dormita di tre ore mentre fissava l’immagine che appariva sul radar.

«Li ho avvistati settantacinque chilometri più indietro, poco dopo che siamo entrati nel territorio maliano», rispose Pitt, che stava al timone e faceva girare la ruota con noncuranza.

«Hai dato un’occhiata al loro armamento?»

«No, l’imbarcazione era nascosta un centinaio di metri oltre una ramificazione del fiume. Ho notato un riflesso sul radar di superficie che mi è parso sospetto. Appena siamo spariti oltre un’ansa, sono avanzati nel canale navigabile e hanno cominciato a seguirci.»

«Potrebbe essere una vedetta in normale servizio di perlustrazione.»

«Le vedette in normale servizio di perlustrazione non si nascondono sotto le reti numeriche.»

Giordino studiò la distanza sullo schermo radar. «Non cercano di avvicinarsi.»

«Prendono tempo, ecco tutto.»

«Povera vecchia cannoniera», disse Giordino in tono di commiserazione. «Non sa che sta per finire dal grande sfasciacarrozze del cielo.»