«Rudi continua a registrare livelli elevati di tossine?»
Giordino annuì. «Dice che la concentrazione aumenta di chilometro in chilometro.»
«Dobbiamo essere ormai vicini.»
«Secondo lui siamo quasi arrivati.»
Un lampo balenò negli occhi di Pitt, come se rispecchiasse l’immagine apparsa nella sua mente. Giordino era sempre in grado di capire quando Pitt si staccava dalla realtà e navigava verso destinazioni ignote. Poi, in un battito degli occhi opalescenti, tutto svanì e fu sostituito dalla visione di un’altra scena.
Giordino continuò a fissarlo, incuriosito. «La tua espressione non mi piace.»
Pitt ridiscese sulla terra. «Stavo pensando semplicemente a un modo per salvare la Calliope da un despota mascalzone che vorrebbe usarla per farci le orge.»
«E come prevedi di cancellare la luce dell’avidità dagli occhi di Kazim?»
Pitt sfoggiò un sorriso maligno. «Escogiterò un piano diabolico per frustrare le sue speranze.»
Poco dopo il tramonto, Gunn chiamò dal laboratorio. «Siamo entrati in acque pulite. La contaminazione è sparita di colpo dagli strumenti.»
Pitt e Giordino si girarono a scrutare le due rive. In quel tratto il fiume scorreva leggermente in diagonale, da nord-ovest a sud-est. Non si vedevano villaggi e neppure strade rivierasche. Ai loro occhi si offriva soltanto un paesaggio desolato, pianeggiante e brullo che si estendeva senza interruzioni fino ai quattro orizzonti.
«Tutto vuoto», borbottò Giordino. «Tutto vuoto come un’ascella depilata.»
Gunn apparve sul ponte e si voltò a guardare a poppa. «Vedete qualcosa?»
«Guarda tu.» Giordino girò il braccio come l’ago d’una bussola. «Tutto vuoto. Non c’è altro che sabbia.»
«Verso est c’è un’apertura», disse Pitt, indicando un’ampia gola che squarciava la riva. «Sembra che in passato vi scorresse l’acqua.»
«Chissà quanto tempo fa», puntualizzò Gunn. «Doveva essere un affluente, in un’epoca più umida.»
Giordino studiò con aria solenne l’antico letto del fiume. «Rudi deve essersi sintonizzato su un videogame. Qui non entra nel Niger nessuna sostanza inquinante.»
«Tornate indietro e fate un altro passaggio, così potrò ricontrollare i miei dati», li invitò Gunn.
Pitt obbedì ed eseguì diversi passaggi avanti e indietro, come se falciasse un prato. Incominciò vicino alla riva e si allontanò via via verso il centro del canale, poi in direzione della riva opposta fino a quando le eliche sollevarono i sedimenti del fondo. Il radar mostrava che la cannoniera s’era fermata. Con ogni probabilità il comandante e gli ufficiali si stavano chiedendo cosa intendevano fare quelli della Calliope.
Gunn si affacciò dal boccaporto dopo l’ultimo passaggio. «Lo giuro davanti a Dio: la massima concentrazione di tossine proviene dalla foce di quel fiume in secca, sulla riva orientale.»
Tutti e tre guardarono con aria dubbiosa il letto sassoso e prosciugato da secoli. Si snodava verso nord, in direzione di una catena di basse dune. Nessuno parlò mentre Pitt metteva i motori in folle e lasciava che lo yacht andasse alla deriva sulla corrente.
«Non c’è traccia di residui tossici, a monte di questo punto?» chiese Pitt.
«Neppure l’ombra», rispose seccamente Gunn. «La concentrazione è al massimo subito a valle del fiume in secca, mentre a monte scompare.»
«Forse è un sottoprodotto naturale del suolo», suggerì Giordino.
«Questo composto diabolico non può essere prodotto dalla natura», borbottò Gunn. «Te lo garantisco.»
«E se ci fosse una conduttura sotterranea proveniente da uno stabilimento chimico al di là delle dune?» chiese Pitt.
Gunn scrollò le spalle. «Non sono in grado di dirlo senza indagare meglio. Non possiamo andare oltre. Abbiamo mantenuto l’impegno preso. Ora tocca agli specialisti raccogliere il resto dei cocci.»
Pitt guardò a poppa: la cannoniera era ricomparsa. «I nostri segugi stanno diventando curiosi. Non è molto intelligente da parte nostra fargli sapere che cosa stiamo perpetrando. È meglio che proseguiamo sulla nostra rotta come se stessimo ancora ammirando il panorama.»
«Bel panorama», brontolò Giordino. «In confronto, la Valle della Morte è un giardino.»
Pitt spinse in avanti le leve e la Calliope sollevò la prua e avanzò con un rombo smorzato. Meno di due minuti dopo la cannoniera maliana rimase distanziata nella sua scia. Adesso, pensò Pitt, comincia il divertimento.
18.
Il generale Kazim era seduto su una poltroncina di cuoio a un’estremità del tavolo delle conferenze, fiancheggiato da due ministri maliani e dal suo capo di stato maggiore. A prima vista i quadri moderni appesi alle pareti tappezzate di seta e la moquette soffice conferivano alla sala per le riunioni l’aspetto del lussuoso ufficio d’un palazzo moderno. Gli unici particolari che rivelavano la verità erano il soffitto curvo e il suono smorzato dei motori a reazione.
L’Airbus Industrie A300 arredato con tanta eleganza era uno dei numerosi regali che Massarde aveva fatto a Kazim perché gli aveva permesso di svolgere la sua attività nel Mali senza perdere tempo con dettagli trascurabili come le leggi e le restrizioni governative. Kazim era disposto a dare a Massarde tutto ciò che voleva, purché il francese continuasse a impinguare i suoi conti in banca e gli fornisse costosi giocattoli.
Oltre a fungere come mezzo di trasporto privato per il generale e i suoi amici, l’Airbus era attrezzato elettronicamente come il centro comunicazioni d’un comando militare, soprattutto allo scopo di stornare le accuse dell’opposizione che, per quanto poco numerosa, faceva sentire con energia la sua voce in parlamento.
Kazim ascoltava in silenzio mentre il suo capo di stato maggiore, il colonnello Sghir Cheik, spiegava minuziosamente i rapporti sulla distruzione delle cannoniere e dell’elicottero del Benin. Poi passò a Kazim due foto scattate al super-yacht mentre risaliva il fiume. «Nella prima», fece notare Cheik, «batte il tricolore francese. Ma da quando è entrato nel nostro Paese, ha alzato la bandiera pirata.»
«Che assurdità sarebbe?» chiese Kazim.
«Non lo sappiamo», confessò Cheik. «L’ambasciatore di Francia giura che il suo governo non sa niente dell’imbarcazione, e che non risulta di proprietà francese. In quanto alla bandiera pirata, è un enigma.»
«Lei deve sapere da dove viene quella barca.»
«I nostri servizi segreti non sono riusciti a scoprire il costruttore e neppure il Paese d’origine. Le linee e lo stile non sono caratteristici dei principali cantieri americani ed europei.»
«Forse è cinese o giapponese», suggerì il ministro degli Esteri Messaoud Djerma.
Cheik si tirò la barba a punta e si assestò gli occhiali da sole firmati. «I nostri agenti hanno interpellato anche i costruttori nautici del Giappone, di Hong Kong e di Taiwan che producono yacht dalle velocità superiori ai cinquanta nodi orari. Nessuno sa niente della nostra barca.»
«Non avete scoperto nessuna informazione su questa specie di invasione?» chiese incredulo Kazim.
«Niente.» Cheik alzò le mani. «Si direbbe che Allah l’abbia lasciata cadere dal cielo.»
«Uno yacht dall’aria innocua che cambia bandiera come una donna cambia vestito e che sta risalendo il Niger», mormorò Kazim con una smorfia sprezzante. «Distrugge metà della Marina del Benin e ne uccide l’ammiraglio, entra tranquillamente nelle nostre acque senza fermarsi per le ispezioni doganali e dell’immigrazione, e lei mi dice che la rete dei nostri servizi segreti non è in grado di scoprire la nazionalità del costruttore e del proprietario?»
«Mi dispiace, generale», rispose nervosamente Cheik. I suoi occhi miopi evitarono lo sguardo gelido di Kazim. «Forse, se fossi stato autorizzato a mandare a bordo un agente quando hanno attraccato al molo di Niamey…»