«Potremmo cercare di rifugiarci nella nostra ambasciata nella capitale, Bamako.»
«Non ci sono molte speranze. Bamako dista qualcosa come seicento chilometri.»
«Dirk ha ragione», riconobbe Giordino. «Messi insieme, il suo cervello e il mio non sarebbero in grado di darti neppure la formula di una saponetta.»
«Non intendo fuggire lasciando che voi due sacrifichiate la vita per me», insistette Gunn.
«Non dire stupidaggini», fu la replica imperturbabile di Giordino. «Sai benissimo che Dirk e io non abbiamo stretto un patto suicida.» Si rivolse a Pitt. «Oppure sì?»
«Nemmeno per idea», rispose Pitt. «Dopo aver coperto la fuga di Rudi, sistemeremo la Calliope in modo che Kazim non possa goderne i lussi. Poi l’abbandoneremo e ci avventureremo attraverso il deserto per scoprire la vera fonte della tossina.»
«Che cosa?» Giordino sgranò gli occhi, allibito. «Dovremmo attraversare il deserto?»
«Avete il dono incredibile di semplificare le cose», disse Gunn.
«Il deserto?» si lamentò Giordino.
«Una bella camminata non ha mai fatto male a nessuno», dichiarò Pitt con aria gioviale.
«Mi sbagliavo», gemette Giordino. «Vuole la nostra autodistruzione!»
«Autodistruzione?» ripeté Pitt. «Amico mio, hai pronunciato la parola magica.»
19.
Pitt diede un’ultima occhiata agli aerei a reazione che continuavano a volare in cerchio senza una meta. Non avevano mostrato di avere l’intenzione di attaccare, ed evidentemente non l’avrebbero fatto neppure ora. Quando la Calliope avesse incominciato la corsa verso valle, Pitt non avrebbe avuto il tempo di tenerli sotto osservazione. Viaggiare allo scoperto su una via d’acqua sconosciuta nel cuore della notte alla velocità di settanta nodi orari avrebbe impegnato tutta la sua capacità di concentrazione.
Girò lo sguardo dagli aerei alla grande bandiera che aveva issato sull’albero maestro dove stava l’antenna sfondata del satellite. Aveva rimosso il piccolo vessillo pirata dall’asta di poppa dopo aver trovato quello degli Stati Uniti ripiegato in un armadietto. Era molto grande — circa due metri di lunghezza — ma non c’era un alito di vento, e quindi pendeva floscio intorno all’antenna.
Pitt lanciò un’occhiata alla cupola di poppa. Le imposte erano chiuse. Giordino non si preparava a lanciare i sei razzi rimasti: li stava fissando intorno ai serbatoi del carburante per collegarli a un detonatore a tempo. Gunn, Pitt lo sapeva, era sottocoperta, e stava chiudendo i dati delle analisi e dei campioni d’acqua in un sacchetto di plastica, per riporli nello zainetto assieme ai viveri e all’attrezzatura necessari per sopravvivere.
Alla fine concentrò l’attenzione sul radar e s’impresse nella mente la posizione della cannoniera maliana. Era sorprendentemente facile liberarsi dai tentacoli della stanchezza. Ora che la decisione definitiva era stata presa, l’adrenalina gli scorreva nel sangue.
Trasse un respiro profondo, bloccò al massimo le tre leve dell’alimentazione e spinse la ruota fino allo stop di babordo.
Gli uomini che assistevano dall’aereo del comando ebbero l’impressione che la Calliope avesse spiccato un balzo improvviso sull’acqua e si fosse girata su se stessa a mezz’aria: descrisse un arco netto al centro del fiume e si avventò verso valle a tutta velocità, avvolta in un’immensa cortina di spuma. La prua si sollevò dall’acqua come una spada sguainata mentre la poppa sembrava sprofondare sotto una grande coda di gallo che esplodeva dietro l’arcaccia.
La bandiera con le stelle e le strisce si gonfiò e si spiegò sotto l’assalto del vento. Pitt sapeva benissimo che stava agendo in contrasto con la linea politica del governo perché ostentava l’emblema nazionale in terra straniera nel corso di un’intrusione illegale. Il Dipartimento di Stato avrebbe urlato come un’aquila spennata quando i maliani, inviperiti, avessero presentato una rabbiosa nota di protesta. Dio solo sapeva cosa sarebbe successo alla Casa Bianca. Ma a lui non importava un accidente.
Ormai il dado era tratto. Il nastro d’acqua nera lo chiamava. Solo la luce fioca delle stelle si specchiava sulla superficie liscia, e Pitt non era certo che la vista gli consentisse di restare nella parte più profonda del canale. Se avesse fatto arenare lo yacht alla velocità massima, questo si sarebbe disintegrato. Girava di continuo gli occhi dallo schermo radar all’ecoscandaglio e da questo al fiume che si snodava davanti a lui.
Non degnò di un’occhiata il tachimetro: l’ago esitò, fremendo, al segno dei settanta nodi, e poi lo superò. Non c’era bisogno di controllare per sapere che gli indicatori erano oltre la linea rossa. La Calliope dava tutte le sue energie per quell’ultimo viaggio, come un purosangue che s’impegna in una corsa al di là dei propri limiti. Sembrava sapesse che non avrebbe più rivisto il porto di partenza.
Quando la cannoniera maliana giunse quasi al centro dello schermo radar, Pitt socchiuse le palpebre per scrutare nell’oscurità. Scorgeva a stento la sagoma bassa della nave che virava per portarsi di fianco attraverso il canale nel tentativo di impedirgli il passaggio. Tutte le luci erano spente, ma Pitt era sicuro che l’equipaggio gli teneva puntate le armi alla gola.
Decise di eseguire una finta verso babordo e poi tagliare a tribordo per disorientare gli artiglieri prima di aggirare le secche e sfrecciare sotto la prua della cannoniera. I maliani avevano il vantaggio di poter prendere l’iniziativa, ma Pitt contava sulla certezza che Kazim non voleva rovinare uno degli yacht veloci più belli del mondo. Il generale non doveva aver fretta. Disponeva ancora di un comodo margine di svariate centinaia di chilometri di fiume, per poter fermare la loro fuga.
Pitt piantò saldamente i piedi sulla tolda e strinse la ruota del timone per prepararsi a una serie di virate fulminee. Per qualche ragione inspiegabile il rombo dei motori diesel e il crescendo del vento che gli martellava negli orecchi rammentavano l’ultimo atto del wagneriano Crepuscolo degli Dei. Mancavano soltanto i tuoni e i lampi.
E poi vennero anche quelli.
La cannoniera entrò in azione, e una massa di fuoco urlante eruttò nella notte lacerando i timpani nel fragore d’incubo dei proiettili che piombavano sulla Calliope.
A bordo dell’aereo, Kazim assistette inorridito all’attacco inatteso. Poi esplose.
«Chi ha detto al capitano della cannoniera di aprire il fuoco?» chiese.
Cheik era allibito. «Deve averlo deciso di sua iniziativa.»
«Gli ordini di cessare il fuoco immediatamente. Voglio quella nave intatta e indenne.»
«Sì, signore.» Cheik si alzò di scatto e si precipitò nella cabina delle comunicazioni.
«Idiota!» sibilò Kazim, stravolto dalla rabbia. «Gli ordini erano espliciti. Non si deve attaccare battaglia senza il mio consenso. Voglio che il capitano e gli ufficiali della cannoniera siano giustiziati per aver disobbedito ai miei comandi.»
Il ministro degli Esteri Messaoud Djerma lo fissò con aria di disapprovazione. «Sono misure molto gravi…»
Kazim l’interruppe con un’occhiata agghiacciante. «Non certo nei confronti di chi è stato sleale.»
Djerma rabbrividì. Un uomo con moglie e figli non poteva avere il coraggio di tener testa a Kazim. Quelli che contestavano le pretese del generale sparivano nel nulla come se non fossero mai esistiti.
Kazim distolse gli occhi da Djerma e si concentrò nuovamente sulla scena che si svolgeva sul fiume.
I proiettili traccianti brillavano stranamente nell’oscurità del deserto e saettavano sull’acqua. All’inizio passarono molto a tribordo della Calliope. Sembrava che una dozzina di armi da fuoco sparasse contemporaneamente. Gli spruzzi sferzavano la superficie del fiume come grandine. Poi la mira degli artiglieri divenne più precisa e pericolosa, e i proiettili spostarono la traiettoria e incominciarono a colpire lo yacht indifeso. Gli squarci irregolari apparvero a prua e sul ponte anteriore, e i proiettili avrebbero penetrato l’intera lunghezza della Calliope se non fossero stati assorbiti dai rotoli delle corde di nailon e deviati dalla catena dell’ancora.