C’era uno strano silenzio, ora che il rombo dei motori e il fragore dell’esplosione svanivano nel deserto. Gli unici suoni erano il ronzio dell’aereo di Kazim e le note di un pianoforte che suonava a bordo dell’houseboat.
Giordino gli passò accanto. «Stai nuotando? Credevo che avresti camminato sull’acqua.»
«Lo faccio solo in casi eccezionali.»
Giordino alzò una mano verso il cielo. «Credi che siamo riusciti a imbrogliarli?»
«Per il momento, sì. Ma credo che capiranno molto presto come stanno le cose.»
«Dobbiamo autoinvitarci alla festa?»
Pitt si girò e incominciò a nuotare a rana con molta calma. «Naturalmente.»
Studiò l’houseboat. Era il mezzo ideale per navigare su un fiume. Non doveva pescare più di un metro e venti. La sagoma ricordava un vecchio battello a pale del Mississippi, come la famosa Robert E. Lee, a parte il fatto che non aveva le ruote a pale e che la sovrastruttura era molto più moderna. Un fattore in comune era la timoniera installata nella parte anteriore del ponte superiore. Se fosse stata costruita per il mare aperto, con uno scafo adatto, sarebbe rientrata nella classe dei mega-yacht. Pitt studiò l’elicottero posato sul ponte di poppa, l’atrio a tre piani chiuso da vetrate e pieno di piante tropicali, gli apparecchi elettronici che spuntavano dietro la timoniera. Era una fantasia tradotta in realtà.
Erano a meno di venti metri dalla scaletta quando la cannoniera maliana arrivò a tutta velocità. Pitt vide in plancia le sagome scure degli ufficiali: stavano tutti guardando nella direzione in cui era avvenuta l’esplosione e non badavano al fiume intorno a loro. Vide un gruppo di uomini a prua: stavano scrutando l’acqua in cerca di eventuali superstiti e imbracciavano armi automatiche pronte a sparare.
Diede un’occhiata fulminea prima di tuffarsi sotto l’onda sollevata dalle eliche gemelle della cannoniera e vide una folla di persone che erano apparse sul ponte di passeggiata dell’houseboat. Parlavano tra loro animatamente e gesticolavano per indicare il luogo dell’ultimo riposo della Calliope. Il battello e l’acqua tutto intorno erano rischiarati dai riflettori montati sul ponte superiore. Quando Pitt riemerse, si fermò nel buio; poco oltre il limite del perimetro illuminato.
«Non possiamo andare oltre senza che ci vedano», disse sottovoce a Giordino, che galleggiava sul dorso a un metro di distanza.
«Non vogliamo fare un’entrata in grande stile?»
«La prudenza mi dice che faremmo meglio a informare l’ammiraglio Sandecker della nostra situazione prima di autoinvitarci alla festa.»
«Hai ragione come al solito, genio», ammise Giordino. «Il padrone potrebbe scambiarci per quei ladri che siamo e metterci ai ferri, cosa che farà indubbiamente comunque.»
«Mi pare che siamo a una ventina di metri. Come stai a fiato?»
«Sono capace di trattenerlo esattamente come te.»
Pitt cominciò a iperventilare per liberarsi i polmoni dall’anidride carbonica, quindi aspirò fino a riempirli completamente di ossigeno prima di immergersi.
Sicuro che Giordino l’avrebbe seguito, discese controcorrente. Rimase alla profondità di circa tre metri e si diresse verso la fiancata dell’houseboat. Si accorse d’essere più vicino quando vide la luce in superficie. Un’ombra passò sopra di lui, e comprese di essere transitato sotto la curva dello scafo. Tese una mano sopra la testa per proteggerla quest’ultima dall’urto e risalì lentamente fino a quando toccò con le dita lo strato viscido che si era formato sul fondo del battello. Poi deviò appena e affiorò accanto alla fiancata d’alluminio.
Aspirò l’aria notturna e alzò lo sguardo. Non riusciva a vedere i passeggeri, ma soltanto le loro mani strette intorno al parapetto due metri sopra la sua testa; e anche loro non avrebbero potuto scorgerlo a meno che si sporgessero per guardar giù. Era impossibile salire a bordo dalla scaletta senza essere notato. Giordino riemerse e subito si rese conto a sua volta della situazione.
In silenzio, Pitt indicò lo scafo e allargò le mani per indicare il pescaggio. Giordino annuì, ed entrambi si riempirono d’aria i polmoni. Poi avanzarono senza far rumore, s’immersero e passarono a nuoto sotto il fondo del battello. Era così largo che impiegarono quasi un minuto prima di riemergere dal lato opposto.
I ponti di tribordo erano deserti. Tutti erano sulla fiancata di babordo per osservare la fine della Calliope. C’era un paraurti di gomma appeso allo scafo, e Pitt e Giordino se ne servirono per issarsi a bordo. Pitt esitò un paio di secondi per farsi un’idea approssimativa della pianta del battello. Erano arrivati sul ponte dove si trovavano le suite per gli ospiti: adesso avrebbero dovuto salire. Seguito da Giordino, salì cautamente una scala che portava al ponte superiore. Attraverso un grande oblò diedero una rapida occhiata a un salone da pranzo lussuoso quanto il ristorante di un grande albergo, poi continuarono la salita fino a raggiungere il ponte sotto la timoniera.
Pitt socchiuse una porta e si affacciò in una lounge arredata sontuosamente, tutta vetrate, fregi di ferro battuto, cuoio giallo e oro. Un lato era dominato da un bar ben fornito.
Il barista non c’era; con ogni probabilità era corso fuori con gli altri. Ma una donna bionda dalle lunghe gambe nude, la vita sottile e una splendida abbronzatura era seduta a un piano a mezzacoda rivestito di ottone lucido. Indossava un seducente miniabito di lustrini neri molto attillato e stava suonando malinconicamente The Last Time I Saw Paris… Per la verità suonava maluccio e cantava le parole con voce gutturale. Sopra la tastiera c’erano quattro bicchieri da martini, vuoti. Sembrava che la donna avesse trascorso l’intera giornata, dal levar del sole in poi, a bere gin, e questa doveva essere la causa della sua interpretazione dolente. S’interruppe a metà del ritornello e guardò con aria di confusa curiosità Pitt e Giordino, socchiudendo gli occhi di un verde vellutato.
«Chi vi ha trascinati qui dentro?» chiese con voce impastata.
Pitt lanciò un’occhiata allo specchio dietro il bar, e vide se stesso e Giordino, due uomini in maglietta e calzoncini fradici, con i capelli incollati alla testa e la barba lunga d’una settimana. Non poteva darle torto, pensò ironicamente, se la donna li guardava come se fossero due ratti affogati. Si portò l’indice alle labbra per invitarla al silenzio, le prese una mano e la baciò, poi corse via e sparì in un corridoio.
Giordino si soffermò a guardarla malinconicamente e le strizzò un occhio. «Mi chiamo Al», le bisbigliò all’orecchio. «Ti amo. Tornerò.»
E sparì a sua volta.
Il corridoio sembrava estendersi all’infinito. C’erano passaggi laterali che si aprivano in ogni direzione e formavano un labirinto sconcertante. Se l’houseboat sembrava grande vista dall’esterno, all’interno era addirittura enorme.
«Qui ci vorrebbero due motociclette e una cartina stradale», borbottò Giordino.
«Se fossi io il padrone», disse Pitt, «piazzerei il mio ufficio e il centro comunicazioni in alto a prua, per potermi godere il panorama.»
«Sto pensando di sposare la pianista.»
«Non adesso», mormorò stancamente Pitt. «Andiamo avanti e controlliamo le porte.»
Non era difficile identificare i compartimenti: sulle porte c’erano eleganti targhette d’ottone e, come aveva previsto Pitt, quella in fondo al corridoio ostentava l’indicazione: Ufficio privato di M. Massarde.