Выбрать главу

Yerli la fissò, perplesso, ma non disse nulla. Rimase in attesa di una spiegazione.

«L’ammiraglio Sandecker della NUMA è venuto da me e ha chiesto l’approvazione per usare il nostro team di intervento tattico per salvare tre dei suoi dalle forze della sicurezza maliane.»

«Gli americani stavano cercando la fonte della contaminazione nel Mali?»

«Sì. A quanto pare era un’operazione clandestina, ma sono stati scoperti.»

«Li hanno catturati?»

«Quattro ore fa non li avevano ancora presi.»

Yerli sembrava sconvolto. Hala notò la tensione incalzante nella sua voce. «Il fiume Niger.»

Le strinse il braccio con una luce minacciosa negli occhi. «Voglio saperne di più.»

Per la prima volta, Hala fu scossa da un brivido. «Stavano cercando la fonte del composto chimico che causa la gigantesca marea rossa al largo delle coste dell’Africa.»

«Sì, l’ho letto sui giornali. Continua.»

«Mi è stato detto che avevano uno yacht dotato di attrezzature per le analisi chimiche e lo usavano per seguire a ritroso le tracce della sostanza chimica fino al punto in cui penetra nel fiume.»

«L’hanno trovato?» chiese Yerli.

«Secondo l’ammiraglio Sandecker sono risaliti fino a Gao, nel Mali.»

Yerli non sembrava convinto. «Disinformazione: la spiegazione deve essere questa. Deve trattarsi della copertura di qualcosa d’altro.»

Hala scosse la testa. «Diversamente da te, l’ammiraglio Sandecker non è un bugiardo di professione.»

«Hai detto che l’operazione è organizzata dalla NUMA?»

Hala annuì.

«Non dalla CIA o da qualcun altro dei servizi segreti americani?»

Lei si liberò il braccio e sorrise. «Vuoi dire che le tue fonti d’informazioni dell’Africa occidentale non immaginavano che gli americani operassero sotto il vostro naso?»

«Non dire assurdità. Quali segreti spettacolari potrebbe avere una nazione poverissima come il Mali per attirare l’interesse degli americani?»

«Qualcosa deve esserci. Perché non mi dici di che cosa si tratta?»

Yerli sembrava distratto. Non rispose subito. «Niente… niente, è logico.» Bussò sul divisorio per attirare l’attenzione dell’autista e indicò il marciapiedi.

L’autista si fermò davanti a un grande palazzo d’uffici. «Ti stai strappando da me con uno sforzo immane, vero?» Il tono di Hala era carico di disprezzo.

Yerli si voltò a guardarla. «Mi dispiace, sinceramente. Puoi perdonarmi?»

Angosciata, Hala scosse la testa. «No, Ismail. Non posso perdonarti. Non ci vedremo più. Voglio la tua lettera di dimissioni sulla mia scrivania prima di domani a mezzogiorno. Se no, ti farò espellere dall’ONU.»

«Non sei un po’ troppo dura?»

Ormai Hala aveva deciso. «Non ti stanno affatto a cuore gli interessi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. E non sei fedele ai francesi, neppure per il cinquanta per cento. Tu lavori per i tuoi scopi finanziari!» Si tese e spalancò la portiera. «Ora scendi!»

Yerli scese in silenzio e si fermò sul marciapiedi. Hala, con le lacrime agli occhi, richiuse la portiera e non si voltò indietro mentre l’autista rimetteva in moto la macchina e si reinseriva nel traffico a senso unico.

Yerli si augurava di poter provare rimorso o tristezza, ma era un vero professionista. Hala aveva ragione: s’era servito di lei. Il suo affetto era una commedia, e l’unica attrazione era sessuale. Hala era stata una missione come un’altra. Ma come tante donne attratte da uomini alteri che le trattano con indifferenza, non aveva potuto evitare d’innamorarsi di lui. E solo adesso cominciava a scoprirne il prezzo.

Yerli entrò nella cocktail lounge dell’Algonquin Hotel, ordinò un drink, poi andò al telefono. Fece un numero e attese che qualcuno rispondesse.

«Sì?»

Yerli abbassò la voce e disse in tono confidenziale: «Ho informazioni vitali per il signor Massarde».

«Da dove viene?»

«Dalle rovine di Pergamo.»

«Turchia?»

«Sì», disse sbrigativamente Yerli. Non si fidava dei telefoni e detestava i codici: gli sembravano infantili. «Sono al bar dell’Algonquin Hotel. Quando posso aspettarla?»

«La una del mattino è troppo tardi?»

«No, cenerò a quell’ora.»

Yerli riattaccò il telefono con aria pensierosa. Cosa sapevano gli americani dell’operazione di Massarde a Fort Foureau? si chiese. I loro servizi di sicurezza avevano un’idea delle vere attività dell’impianto per lo smaltimento dei rifiuti tossici e stavano curiosando? Se era così, le conseguenze potevano essere disastrose, e la caduta del governo francese in carica sarebbe stata la ripercussione meno grave.

22.

Dietro di lui c’era la tenebra, davanti a lui i pochi lampioni accesi delle vie di Gao. Gunn doveva coprire a nuoto ancora dieci metri quando colpì con un piede il fondo molle del fiume. Cautamente, si chinò e immerse le mani nei sedimenti e si trascinò fino alla riva. Attese, ascoltando e socchiudendo gli occhi nel buio che avvolgeva la sponda del fiume.

La spiaggia saliva a un angolo di dieci gradi e finiva a un basso muro di pietra che fiancheggiava una strada. Strisciò sulla sabbia: quel tepore era piacevole contro la pelle bagnata delle braccia e delle gambe nude. Si fermò, si girò sul fianco e riposò per qualche minuto, sicuro di essere praticamente invisibile nella notte. Aveva un crampo alla gamba destra e le braccia intormentite e pesanti.

Tastò con cura lo zaino. Per un momento, dopo essere piombato come una palla da cannone nell’acqua tumultuosa, aveva temuto che gli fosse stato strappato via. Ma le cinghie gli stringevano ancora le spalle.

Si alzò e, tenendosi curvo, corse fino al muro dove si lasciò cadere in ginocchio. Sbirciò con prudenza oltre la sommità e scrutò la strada. Era deserta. Ma un’altra mal pavimentata, che entrava diagonalmente in città, era percorsa da numerosi pedoni. Con la coda dell’occhio scorse un lampo fioco; alzò gli occhi verso il tetto d’una casa vicina in tempo per vedere un uomo che accendeva una sigaretta. Ce n’erano altri: figure indistinte, alcune rischiarate da lanterne, che chiacchieravano con i vicini sui tetti delle altre case. Gunn immaginò che fossero saliti, come talpe che emergono dal suolo, per godersi il fresco della sera.

Studiò i pedoni sulla strada e cercò di assimilare il ritmo dei loro movimenti. Sembrava che andassero avanti e indietro come fantasmi, avvolti negli abiti fluenti, e camminavano senza far rumore. Gunn si tolse lo zaino dalle spalle, lo aprì ed estrasse un lenzuolo blu. Lo strappò per dargli una forma approssimativa e se lo mise addosso come una djellaba, il lungo indumento con le maniche abbondanti e il cappuccio. Non avrebbe vinto certamente un premio a un concorso locale d’eleganza, pensò, ma era abbastanza sicuro di poter passare inosservato nelle vie semibuie. Considerò la possibilità di togliersi gli occhiali, ma cambiò idea e sistemò il cappuccio in modo da coprirli parzialmente. Era troppo miope: non sarebbe stato in grado di vedere un autobus in movimento a una distanza di venti metri.

Nascose lo zaino sotto la veste e lo legò in modo che sembrasse uno stomaco sporgente. Poi sedette sul muro e lo scavalcò. Con aria disinvolta attraversò la strada e si avviò per la viuzza più stretta, mescolandosi agli abitanti di Gao che erano usciti per la passeggiata serale. Dopo due isolati arrivò a un incrocio. Gli unici veicoli visibili erano pochi tassi traballanti, un paio di autobus scalcinati, qualche motocicletta e un numero indefinibile di biciclette.

Sarebbe stato molto semplice fermare un tassi e farsi condurre all’aeroporto: ma in quel modo avrebbe attirato l’attenzione. Prima di abbandonare lo yacht aveva studiato la carta della zona e sapeva che l’aeroporto si trovava qualche chilometro a sud della città. Pensò di rubare una bicicletta, ma si affrettò a escluderlo. Il furto sarebbe stato sicuramente scoperto e denunciato, e non voleva lasciare traccia del suo passaggio. Se i poliziotti e le forze della sicurezza non avessero avuto motivo di credere che c’era un immigrato clandestino in mezzo a loro, non lo avrebbero cercato.