«Ci hai messi in un altro bel pasticcio, Stanlio», disse Giordino, rievocando una tipica battuta delle comiche di Laurei e Hardy.
«Mi dispiace, Ollio, ma è stato in nome dell’umanità», replicò Pitt con un sorriso.
«Credi che Rudi ce l’abbia fatta?»
«Se si è tenuto nell’ombra e non ha perso la testa, non c’è motivo perché sia finito come noi.»
«Cosa credi che pensi di guadagnare, il vecchio riccone francese, tenendoci qui a sudare?» chiese Giordino mentre si asciugava il volto con il braccio.
«Non ne ho idea», rispose Pitt. «Ma sospetto che scopriremo presto perché ci ha messi in questo bagno turco invece di consegnarci ai gendarmi.»
«Sarà molto arrabbiato perché abbiamo usato il suo telefono.»
«Colpa mia», disse Pitt con un lampo d’ironia negli occhi. «Dovevo fare una chiamata a carico del destinatario.»
«Oh, be’, non potevi immaginare che fosse un tipo così tirchio.»
Pitt lo guardò con ammirazione. Era straordinario che il robusto italiano trovasse ancora la voglia di scherzare sebbene fosse sul punto di perdere i sensi.
Nei lunghi minuti tormentosi che seguirono, Pitt non pensò alla cella caldissima e alla tremenda situazione in cui si trovava; si concentrò invece sulle possibilità di fuga. Per il momento non c’erano prospettive incoraggianti. Non avevano la forza necessaria per spezzare le catene, e nessuno dei due era in grado di scassinare le serrature delle manette.
Evocò una dozzina di eventualità, pronto a cancellarle in favore di altre. Non ce n’era una sola che fosse realizzabile, a meno che si producessero certe situazioni. Il problema principale era rappresentato dalle catene. In un modo o nell’altro dovevano staccarle dal tubo: altrimenti anche i piani più efficienti sarebbero falliti ancor prima di decollare.
Pitt s’interruppe quando la guardia sollevò una delle lastre del pavimento, ripiegandola all’indietro sui cardini, poi sganciò una chiave dalla cintura e aprì le manette fissate alle catene. Quattro uomini dell’equipaggio, che stavano in sala macchine, si sporsero, rimisero in piedi i due prigionieri, poi li trascinarono su per una scala in un lussuoso corridoio dell’houseboat. Uno dei quattro bussò a una porta di tek, l’aprì e li spinse avanti.
Yves Massarde era seduto al centro di un grande divano di pelle. Fumava un sigaro sottile e rigirava un bicchiere di cognac. Sulla poltrona di fronte a lui un uomo dalla carnagione scura e dall’uniforme militare beveva champagne. Nessuno dei due si alzò quando Pitt e Giordino si fermarono, scalzi, in calzoncini e maglietta, grondanti di sudore e di umidità.
«Sono questi i patetici esemplari che hai pescato nel fiume?» chiese l’ufficiale mentre li guardava incuriosito.
«Per la precisione sono saliti a bordo senza invito», rispose Massarde. «Li ho sorpresi mentre stavano usando i miei mezzi di comunicazione.»
«Credi che siano riusciti a trasmettere un messaggio?»
Massarde annuì. «Non ho fatto in tempo a fermarli.»
L’ufficiale posò il bicchiere su un tavolino, si alzò e si avvicinò a Pitt. Era più alto di Giordino, ma era più basso di Pitt d’una quindicina di centimetri.
«Chi di voi era in contatto con me attraverso la radio?» chiese.
Pitt s’illuminò. «Allora lei dev’essere il generale Kazim.»
«Appunto.»
«È proprio vero che non si può giudicare una persona dalla voce. Immaginavo che somigliasse più a Rodolfo Valentino che a Willie la Puzzola…»
Pitt si chinò e si girò di fianco mentre Kazim, con la faccia accesa d’odio, i denti stretti per la rabbia, gli sferrava un calcio all’inguine. Il colpo era feroce, carico di tutte le sue forze. Ma l’espressione di furore si trasformò in panico quando Pitt, con una mossa fulminea, gli afferrò il piede con le mani e lo strinse come una morsa.
Pitt non si spostò: rimase immobile e tenne stretto il piede del generale costringendolo a rimanere in equilibrio su una gamba sola. Poi, lentamente, lo spinse all’indietro e lo fece cadere sulla poltrona.
Nella stanza scese un silenzio allibito. Kazim era in preda allo shock. Da più di un decennio era un dittatore incontrastato, e la sua mente rifiutava di accettare comportamenti sprezzanti e insubordinati. Era così abituato a vedere gli altri tremare di fronte a lui che non sapeva come reagire all’umiliazione. Respirava affannosamente, stringeva le labbra sbiancate, e la faccia scura era arrossata per la collera. Solo gli occhi erano rimasti neri, freddi e vuoti.
Estrasse una pistola dalla fondina. Era una vecchia automatica, pensò Pitt con distacco, una Beretta 9 mm del tipo NATO, modello 92SB. Kazim tolse la sicura e puntò la canna contro di lui, mentre un sorriso gelido gli spuntava sotto i baffi folti.
Pitt lanciò un’occhiata a Giordino e vide che era teso, pronto ad avventarsi su Kazim. Poi fissò la mano che stringeva l’automatica, in attesa della minima contrazione dei muscoli, di una flessione dell’indice sul grilletto, e si preparò a buttarsi sulla destra. Avrebbe potuto essere l’occasione per un tentativo di fuga; ma si rendeva conto di aver perso ogni vantaggio quando aveva esasperato il generale. Ora sarebbe morto lentamente. Era logico che Kazim fosse un abile tiratore, e a quella distanza non avrebbe sbagliato la mira. Pitt sapeva di potersi muovere abbastanza in fretta per schivare il primo colpo, ma Kazim avrebbe regolato la mira e avrebbe sparato per storpiarlo, prima a un ginocchio, poi all’altro. Gli occhi maligni non promettevano una morte rapida.
Poi, quando sembrava inevitabile che la stanza esplodesse tra spari e corpi in convulsioni, Massarde mosse una mano nell’aria e parlò in tono imperioso.
«Se non ti spiace, generale, vai a compiere l’esecuzione altrove, e non qui dentro.»
«Questo deve morire», sibilò Kazim fissando Pitt.
«Tutto a suo tempo, mio caro amico», disse Massarde mentre si versava altro cognac. «Fammi la cortesia di non macchiare di sangue il mio raro tappeto nazlini navajo.»
«Te ne comprerò uno nuovo», ringhiò Kazim.
«Non hai pensato che forse costui sta cercando una via d’uscita rapida e facile? È ovvio che ti ha fatto abboccare all’amo; preferisce una morte immediata alle sofferenze di una lunga tortura.»
Kazim abbassò lentamente la pistola. Il suo sorriso sembrava il ghigno d’un lupo.
«Allora hai capito. Hai capito esattamente a cosa stava mirando.»
Massarde alzò le spalle. «Gli americani lo chiamano l’intuito del teppista da strada. Questi due hanno qualcosa da nascondere. Qualcosa d’importanza vitale. Entrambi avremmo da guadagnare se li convincessimo a parlare.»
Kazim si rialzò, si avvicinò a Giordino e gli puntò contro l’orecchio destro la canna della Beretta.
«Vediamo se adesso sei più loquace di quando eri a bordo della tua barca.»
Giordino non batté ciglio. «Quale barca?» chiese, con il tono innocente d’un prete in confessionale.
«Quella che avete abbandonato pochi minuti prima che saltasse in aria.»
«Oh, quella.»
«Qual era la vostra missione? Perché avete risalito il Niger fino al Mali?»
«Stavamo facendo una ricerca sulla migrazione dei pesci lanosi e seguivamo un branco di quei piccoli diavoli che risalivano il fiume per andare a riprodursi.»
«E le armi a bordo della barca?»
«Armi? Quali armi?» Giordino fece una smorfia e alzò le spalle. «Non avevamo armi di nessun genere.»
«Hai dimenticato lo scontro con le cannoniere del Benin?»
Giordino scosse la testa. «Mi dispiace, ma questo non mi dice nulla.»
«Qualche ora nelle camere per gli interrogatori del mio quartier generale di Bamako potrebbe rinfrescarti la memoria.»