«Qual è il segnale di riconoscimento?»
«Non c’è bisogno di segnali. Il territorio circostante è deserto. Mi è stato comunicato che l’elicottero controllerà l’area con i riflettori fino a quando ci avrà avvistati.»
«A che ora?»
«Alle quattro del mattino.»
Kazim lo guardò a lungo con aria pensierosa, poi disse, in tono caustico: «Se mi hai mentito un’altra volta, dovrai pentirtene amaramente».
Rimise la Beretta nella fondina e si rivolse a Massarde. «Non c’è tempo da perdere. Devo preparare la cerimonia di benvenuto.»
«Zateb, sarebbe più opportuno evitare guai con l’ONU. Ti sconsiglio di interferire con la squadra tattica. Quando non vedrà Pitt e il suo amico, tornerà sicuramente in Nigeria. Se facessi abbattere l’elicottero uccidendo tutti coloro che sono a bordo riusciresti solo a scoperchiare un nido di calabroni.»
«Stanno per invadere il mio Paese!»
«È un dettaglio trascurabile.» Massarde fece un gesto di noncuranza. «L’orgoglio patriottico non ti si addice. La perdita degli aiuti e dei fondi per sovvenzionare, diciamolo pure, i tuoi programmi nefandi non sarebbe compensata da quella misera soddisfazione. Lasciali andare indisturbati.»
Kazim sfoggiò un sorriso simile a una smorfia e rise senza allegria. «Yves, tu togli ogni piacere dalla mia vita.»
«E ti faccio intascare milioni di franchi.»
«Sì, anche questo è vero», ammise Kazim.
Massarde indicò Pitt con un cenno. «E puoi sempre divertirti con costui e con il suo amico. Sono sicuro che ti diranno tutto ciò che ti interessa sapere.»
«Parleranno prima di mezzogiorno.»
«Ne sono certo.»
«Grazie per averli ammorbiditi un po’ nel bagno turco della sala macchine.»
«È stato un piacere.» Massarde si avviò a una porta laterale. «Ora, se vuoi scusarmi, devo andare dai miei ospiti. Li ho trascurati troppo a lungo.»
«Un favore», disse Kazim.
«Non hai che da chiederlo.»
«Tieni Pitt e Giordino nel bagno turco ancora per un po’. Vorrei che perdessero completamente la baldanza e l’ostilità prima che li faccia trasportare nel mio quartier generale di Bamako.»
«Come vuoi», rispose Massarde. «Darò ordine al mio equipaggio di riportare il signor Pitt nella sentina.»
«Ti sono molto grato, amico mio, per averli catturati e consegnati a me. Grazie.»
Massarde chinò la testa. «È stato un piacere.»
Prima che la porta si chiudesse alle spalle di Massarde, Kazim concentrò di nuovo l’attenzione su Pitt. Gli occhi neri avevano un brillio diabolico. Pitt ricordava di aver visto una sola volta in vita sua tanta perfidia su una faccia umana.
«Goditi il soggiorno nella sentina, signor Pitt. Più tardi soffrirai, soffrirai più di quanto possa immaginare nei tuoi incubi più atroci.»
Se Kazim si aspettava di vedere Pitt tremare di paura, rimase deluso. Pitt era incredibilmente calmo. Aveva l’espressione raggiante di chi ha appena vinto alla slot machìne: senza volerlo, il generale aveva risolto il problema dei suoi piani di fuga. La porta s’era socchiusa, e Pitt aveva tutte le intenzioni di squagliarsela.
23.
Troppo nervosa per dormire, Eva fu la prima tra gli scienziati ad accorgersi che l’aereo stava scendendo. Anche se i piloti azionavano i comandi con tutta la delicatezza possibile, Eva percepì la leggera diminuzione nella potenza dei motori e comprese che l’apparecchio aveva perso quota quando avvertì uno schiocco nelle orecchie.
Guardò dal finestrino ma vide soltanto la tenebra più totale. Non c’era una sola luce visibile nel deserto. Un’occhiata all’orologio le rivelò che era mezzanotte e dieci: era trascorsa appena un’ora e mezzo da quando avevano finito di caricare l’equipaggiamento e i campioni ed erano decollati da quella specie di cimitero che era Asselar.
Rimase tuttavia tranquilla e rilassata, pensando che forse i piloti stavano cambiando rotta e altitudine. Ma la sensazione di vuoto allo stomaco le diceva che l’aereo stava continuando la discesa.
Si alzò e si diresse verso il fondo della cabina dove Hopper si era isolato per poter fumare in pace la pipa. Si avvicinò e, trovandolo addormentato, lo scosse gentilmente. «Frank, c’è qualcosa che non va.»
Hopper, che aveva il sonno leggero, aprì gli occhi quasi subito e le rivolse un’occhiata interrogativa. «Che cos’hai detto?»
«L’aereo sta scendendo. Credo che stiamo per atterrare.»
«È assurdo», sbuffò Hopper. «Mancano cinque ore ancora per arrivare al Cairo.»
«No. Ho sentito i motori perdere potenza.»
«Probabilmente i piloti hanno ridotto la velocità per risparmiare il carburante.»
«Stiamo scendendo, ti dico. Ne sono sicura.»
Nel sentire il suo tono serio, Hopper si tese sul sedile e inclinò la testa per ascoltare meglio il suono. Poi si sporse e scrutò il corridoio, in direzione della paratia anteriore della cabina passeggeri. «Credo che tu abbia ragione. Il muso è leggermente inclinato verso il basso.»
Eva indicò la cabina di comando. «I piloti hanno sempre tenuto la porta aperta durante il volo. Ma ora è chiusa.»
«In effetti è un po’ strano, ma sono sicuro che ce la prendiamo troppo.» Hopper si liberò dal plaid che l’avvolgeva e si alzò con movimenti rigidi. «In ogni caso non sarà male dare un’occhiata.»
Eva lo seguì fino alla porta della cabina di comando. Hopper provò a girare la maniglia e si oscurò in viso. «È chiusa, maledizione.» Bussò, attese qualche istante ma non ebbe risposta. E l’angolo di discesa dell’aereo si accentuò. «Sta succedendo qualcosa di molto strano, davvero. È meglio svegliare gli altri.»
Eva tornò indietro lungo il corridoio e svegliò i colleghi. Grimes fu il primo che raggiunse Hopper.
«Perché stiamo atterrando?» chiese.
«Non ne ho la più vaga idea. Sembra che i piloti non abbiano voglia di comunicare.»
«Forse stanno facendo un atterraggio d’emergenza.»
«Se è così, ce lo tengono nascosto.»
Eva sbirciò nell’oscurità attraverso un finestrino. Un gruppetto di fioche luci gialle spiccava nella notte diversi chilometri oltre il muso dell’aereo. «Ci sono luci davanti a noi», annunciò.
«Potremmo sfondare la porta», propose Grimes.
«A che scopo?» chiese Hopper. «Se i piloti vogliono atterrare, non possiamo impedirglielo. Nessuno di noi è in grado di pilotare un jet.»
«Non possiamo far altro che tornare ai nostri posti e allacciare le cinture», disse Eva.
Aveva appena finito di parlare quando le luci dell’atterraggio si accesero e illuminarono il deserto. Il carrello si abbassò e il pilota eseguì una stretta virata per portarsi in linea con la pista ancora invisibile. Prima che tutti avessero finito di allacciare le cinture, le ruote batterono sulla sabbia compatta e i motori rombarono quando il pilota inserì i freni. La superficie della pista offriva un attrito sufficiente per far rallentare l’aereo senza che i piloti dovessero insistere nella frenata. L’aereo rollò verso una fila di riflettori che fiancheggiava la pista e si fermò.
«Chissà dove siamo?» mormorò Eva.
«Lo sapremo presto», disse Hopper. Si avviò alla porta della cabina di comando, deciso a sfondarla a calci. Ma la porta si aprì prima che la raggiungesse, e apparve il pilota. «Cosa significa questa sosta?» chiese Hopper. «C’è un problema meccanico?»
«Voi scendete qui», fu la risposta.
«Cosa sta dicendo? Dovete portarci al Cairo.»
«Ho avuto l’ordine di lasciarvi a Tebezza.»
«Questo aereo è stato noleggiato dall’ONU. Siete stati ingaggiati per portarci alle destinazioni scelte da noi, e Tebezza, o comunque si chiami, non è una di queste.»