«Lo consideri uno scalo imprevisto», insistette il pilota.
«Non potete buttarci fuori in mezzo al deserto. Come facciamo a proseguire per il Cairo?»
«Sono state date le disposizioni necessarie.»
«E il nostro equipaggiamento?»
«Sarà preso in custodia.»
«I nostri campioni devono arrivare al più presto possibile al laboratorio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, a Parigi.»
«La cosa non mi riguarda. Adesso prendete i vostri effetti personali e sbarcate.»
«Non abbiamo nessuna intenzione di farlo», rispose Hopper in tono sdegnato.
Il pilota gli passò accanto e si avviò verso l’uscita posteriore. Sbloccò le serrature e premette un grosso interruttore. I martinetti idraulici ronzarono e il portello di poppa si abbassò lentamente, divenne una scaletta che scendeva a terra. Poi il pilota brandì una pistola di grosso calibro che aveva tenuto nascosta dietro la schiena e l’agitò sotto gli occhi degli scienziati.
«A terra, subito?» ordinò bruscamente.
Hopper si avvicinò, si fermò a faccia a faccia con il pilota senza badare alla canna dell’arma che gli toccava lo stomaco. «Chi è lei? Perché si comporta in questo modo?»
«Sono il tenente Abubakar Babanandi dell’Aeronautica militare maliana e agisco per ordine dei miei superiori.»
«Sarebbe a dire?»
«Il supremo consiglio militare del Mali.»
«Vuol dire il generale Kazim. È lui che comanda, da queste parti…»
Hopper gemette quando Babanandi lo colpì all’inguine con la canna della pistola. «Non faccia storie, dottore. Scenda dall’aereo o sparo.»
Eva strinse il braccio di Hopper. «Fai come ti dice, Frank. Non è il caso di morire per orgoglio.»
Hopper barcollò e si premette le mani sull’inguine. Babanandi sembrava un duro, ma Eva vedeva nei suoi occhi più paura che ostilità. Senza aggiungere altro, il tenente spinse Hopper sul primo gradino.
«L’avverto. Non perda altro tempo.»
Dopo venti secondi Hopper, aiutato da Eva, scese a terra e si guardò intorno.
Sei uomini, con le facce nascoste dal velo color indaco dei tuareg, si avvicinarono e si disposero in semicerchio intorno a Hopper. Erano altissimi e minacciosi. Portavano lunghe vesti nere e fluenti ed erano armati di scimitarre infilate nelle fusciacche. Tenevano imbracciati fucili automatici e li puntavano al petto dello scienziato.
Si avvicinarono altri due. Uno era un uomo molto alto, magro; le mani dalla pelle chiara erano le uniche parti scoperte, eccettuati gli occhi appena visibili attraverso la fenditura del litham. La veste era di un violaceo carico ma il velo era bianco. Hopper gli arrivava appena alle spalle.
Era accompagnato da una donna che sembrava appena scesa da un camion carico di ghiaia. Indossava un abito sporco e abbondante che le arrivava appena al ginocchio e lasciava scoperte le gambe grosse come pali del telefono. Diversamente dagli altri era a testa scoperta. Sebbene la sua pelle fosse scura come quella degli africani del sud e i capelli fossero lanosi, aveva gli zigomi alti, il mento rotondo e il naso aguzzo. Gli occhi erano piccoli e tondi, e la bocca era larga quasi quanto il viso. Aveva un’aria fredda e sadica, accentuata dal naso spezzato e dalle cicatrici sulla fronte… Era un viso brutalizzato. Stringeva con una mano una cinghia di cuoio con un nodo a un’estremità. Squadrò Hopper come un torturatore dell’Inquisizione in cerca di una nuova vittima.
«Dove siamo?» chiese Hopper.
«A Tebezza», rispose l’uomo.
«Questo lo so. Ma dov’è Tebezza?»
La risposta giunse in un inglese dall’accento nordirlandese. «Tebezza è il posto dove finisce il deserto e incomincia l’inferno. Qui gli schiavi e i detenuti estraggono l’oro.»
«Un po’ come le miniere di sale di Taoudenni», disse Hopper, girando lo sguardo sui fucili puntati. «Vi dispiace abbassare quelle armi?»
«Sono necessarie, dottor Hopper.»
«Non si preoccupi. Non siamo venuti per rubare il…» Hopper s’interruppe. Sgranò gli occhi, impallidì e chiese in tono sbalordito: «Sa il mio nome?»
«Sì. Vi stavamo aspettando.»
«Lei chi è?»
«Selig O’Bannion. Sono l’ingegnere capo della miniera.» O’Bannion si voltò e indicò la donna. «La mia assistente è Melika, che significa ‘regina’. Prenderete tutti gli ordini da lei.»
Trascorse una decina di secondi di silenzio, rotto soltanto dal rombo delle turbine dell’aereo. Poi Hopper scattò: «Ordini? Cosa diavolo sta dicendo?»
«Siete stati mandati qui dal generale Zateb Kazim. È suo espresso desiderio che lavoriate nelle miniere.»
«Questo è un sequestro di persona!» esclamò Hopper.
O’Bannion scosse la testa. «No, dottor Hopper. Lei e i suoi scienziati non sarete tenuti in ostaggio e nessuno chiederà un riscatto. Siete stati condannati a lavorare nelle miniere di Tebezza, ed estrarrete l’oro per il tesoro nazionale del Mali.»
«È completamente pazzo…» mormorò Hopper, poi indietreggiò vacillando contro la scaletta quando Melika lo colpì alla faccia con la cinghia. Lo scienziato si irrigidì e si toccò la guancia ferita.
«Ecco la prima lezione per uno schiavo, lurido porco», sibilò la donna. «Da questo momento non devi parlare se non ti viene ordinato.»
Alzò la cinghia per colpire di nuovo Hopper, ma O’Bannion le afferrò il braccio. «Calma. Dagli il tempo di abituarsi all’idea.» Poi guardò gli altri scienziati che erano scesi e si erano schierati intorno a Hopper con aria sbalordita e terrorizzata. «Li voglio in buone condizioni per il primo giorno di lavoro.»
Controvoglia, Melika abbassò la cinghia. «Ti stai rammollendo, Selig. Non sono fatti di porcellana.»
«Tu sei americana», disse Eva.
Melika sogghignò. «Sicuro, tesoro. Dieci anni come capo delle guardie del penitenziario femminile di Corona, in California. Puoi credermi sulla parola, là ci sono i tipi più duri.»
«Melika si cura in particolare delle prigioniere», fece notare O’Bannion. «Farà certamente in modo che lei sia considerata della famiglia.»
«Fate lavorare le donne nelle miniere?» chiese Hopper in tono incredulo.
«Sì, molte, e anche i loro figli», rispose sbrigativamente O’Bannion.
«È una vergognosa violazione dei diritti umani», scattò Eva.
Melika guardò O’Bannion con un’espressione diabolica sul viso. «Posso?»
O’Bannion annuì. «Certo.»
Melika spinse l’estremità della cinghia contro lo stomaco di Eva che si piegò in due. Poi la colpì sul collo. Eva si accascio; sarebbe finita a terra se Hopper non l’avesse sorretta passandole un braccio intorno alla vita.
«Imparerete presto che anche la resistenza verbale è inutile» disse O’Bannion. «È meglio che collaboriate: così il tempo che vi resta da vivere sarà meno sgradevole.»
Hopper lo fissò, incredulo. «Siamo scienziati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Non potete giustiziarci per un capriccio.»
«Giustiziarvi, caro dottore?» ribatté O’Bannion con la massima disinvoltura. «Neppure per idea. Ho intenzione di farvi morire di fatica.»
24.
Il piano si svolse come Pitt aveva sperato. Quando la guardia lo spinse di nuovo nella sentina fumante dov’era Giordino, si mostrò docile e alzò le mani perché l’uomo potesse bloccare la catena delle manette intorno al tubo del vapore. Ma questa volta tenne le mani alzate dall’altro lato del sostegno del tubo. Quando ebbe la certezza di averlo incatenato saldamente, la guardia fece ricadere rumorosamente la botola e lasciò soli i prigionieri nell’atmosfera soffocante.
Giordino era seduto in una pozza d’acqua. Il vapore era così denso che Pitt riusciva a vederlo a stento. «Com’è andata?» chiese Giordino.