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«Massarde e Kazim sono complici e soci in un’attività poco pulita. Massarde paga il generale per i favori che gli fa. Questo e evidente. Non ho saputo altro.»

«Ancora una domanda.»

«Spara.»

«Come facciamo a uscire da questa teiera?»

Pitt alzò le mani e sogghignò. «Con un semplice movimento del polso.»

Fece scivolare la catena lungo il tubo fino a quando arrivò alla paratia di poppa, dove erano allineate le chiavi inglesi. Ne prese una e provò a usarla intorno al supporto del tubo. Era troppo grossa; ma la seconda che scelse andava alla perfezione. Pitt strinse l’impugnatura e tirò. Il sostegno era incastrato dalla ruggine e non cedette. Pitt riposò un momento, puntellò i piedi contro una trave di acciaio, afferrò la chiave inglese con entrambe le mani e usò tutte le sue forze. Le viti del supporto cedettero scricchiolando, ma di poco. Il primo quarto di giro richiese lo sforzo di tutti i muscoli delle braccia di Pitt. A ogni giro, però, il supporto ruotava più agevolmente. Quando restò fissato da due sole viti, Pitt si soffermò e si girò verso Giordino.

«Okay, adesso si può staccare. Per nostra fortuna, vi passa il vapore a bassa pressione per riscaldare le cabine, altrimenti fra poco scopriremmo cosa prova una povera aragosta buttata in pentola. Anche così, il vapore ci potrebbe soffocare se non ce ne andassimo in tutta fretta.»

Giordino si alzò in piedi, fletté le ginocchia e abbassò la testa quando toccò con i capelli fradici le lastre del ponte superiore. «Mettimi la guardia a portata di mano, e al resto ci penso io.»

Pitt annuì in silenzio e fece girare in fretta il supporto fino a staccarlo. Poi si servì della catena delle manette per appendersi al tubo con tutto il suo peso e staccarlo. Una nube di vapore eruppe nello spazio limitato della sentina, e in pochi secondi divenne così fitta che Pitt e Giordino non riuscirono più a vedersi. Con un movimento rapidissimo, Pitt liberò la catena facendola passare sopra l’estremità del tubo, e il vapore gli scottò il dorso delle mani.

Insieme con Giordino incominciò a gridare e a battere i pugni contro le lastre del ponte. Sorpreso dal sibilo inatteso del vapore che già cominciava a filtrare fra le saldature, l’uomo di guardia reagì come Pitt aveva previsto e sollevò la botola. Un vortice di vapore l’avvolse mentre le mani di Pitt si protendevano invisibili dal basso e lo trascinavano nella sentina. L’uomo cadde a capofitto, batté la mascella contro una trave d’acciaio e perse i sensi.

Pitt gli strappò dalle mani il fucile automatico e Giordino prese a frugargli nelle tasche, alla cieca, e infine trovò la chiave delle manette. Appena ebbe i polsi liberi, Pitt balzò sul ponte come un gatto e si acquattò, con l’arma imbracciata. La sala macchine era deserta. Non c’era nessun altro in servizio, oltre alla guardia.

Pitt si voltò, s’inginocchiò asciugandosi l’umidità che gli grondava dalla fronte e socchiuse gli occhi per vedere qualcosa nel vapore ondeggiante. «Allora, vieni o non vieni?»

«Porta su la guardia», borbottò la voce di Giordino. «Non c’è motivo di lasciare questo povero disgraziato a morire qui sotto.»

Pitt brancolò, sentì un paio di braccia sotto le mani e le strinse, trascinò la guardia svenuta nella sala macchine e la stese sul ponte. Poi afferrò Giordino per il polso e lo tirò fuori. Un improvviso dolore alle mani lo fece trasalire.

«Le tue mani sembrano gamberi bolliti», commentò Giordino.

«Le ho scottate quando ho sfilato la catena al di sopra dell’estremità del tubo.»

«Sarò meglio fasciarle.»

«Non abbiamo tempo.» Pitt alzò le mani ancora ammanettate. «Vuoi farmi l’onore?»

Giordino si affrettò a togliergli le manette, poi mostrò la chiave prima di metterla in tasca. «La terrò per ricordo. Non si può mai sapere quando ci arresteranno di nuovo.»

«Non passerà molto tempo, a giudicare dal pasticcio in cui siamo finiti», borbottò Pitt. «Fra poco gli ospiti di Massarde si lamenteranno perché il riscaldamento non funziona; soprattutto le donne che portano abiti scollati. Manderanno qualcuno dell’equipaggio a riparare il guasto e scopriranno che siamo scappati.»

«Allora questo è il momento di uscire di scena con classe e discrezione.»

«Almeno con discrezione.» Pitt raggiunse una botola, la sollevò e scrutò un ponte esterno che si estendeva verso la poppa. Si accostò al parapetto e guardò in alto. Attraverso le grandi vetrate della lounge si vedevano gli ospiti in abito da sera che bevevano e conversavano, ignari dei tormenti che Pitt e Giordino avevano subito proprio sotto di loro, nella sala macchine.

Accennò a Giordino di seguirlo. Avanzarono furtivi sul ponte, chinandosi per passare davanti agli oblò dei compartimenti riservati all’equipaggio. Poi arrivarono a una scala. Si nascosero nell’ombra sotto i gradini e alzarono gli occhi. Nettamente definito sotto la luce dei riflettori che lo illuminavano a giorno, tutto bianco e bordeaux contro lo sfondo nero del cielo, l’elicottero privato di Massarde si trovava sul ponte sopra il salone principale. Intorno non c’era nessuno.

«Il nostro mezzo di trasporto ci sta aspettando», disse Pitt.

«È sempre meglio che nuotare», ammise Giordino. «Se l’amico francese avesse saputo di aver preso due piloti veterani, non l’avrebbe lasciato incustodito.»

«La sua dimenticanza è una fortuna per noi», commentò con calma Pitt. Salì la scala, scrutò il ponte e sbirciò attraverso gli oblò per scoprire gli eventuali segni di vita. I pochi individui che scorse nelle cabine non sembravano affatto interessati a quanto succedeva all’esterno, e stavano girati dall’altra parte. Attraversò in fretta il ponte, aprì il portello dell’elicottero e salì a bordo. Giordino rimosse i ceppi che bloccavano le ruote e i cavi d’ormeggio; poi seguì Pitt, chiuse il portello e prese posto sul sedile di destra.

«Che cos’è?» mormorò studiando il quadro degli strumenti.

«Un Ecureuil francese ultimo tipo a due turbine, direi», rispose Pitt. «Non so quale sia con precisione il modello, ma non abbiamo il tempo di tradurre tutto. Dovremo rinunciare alle solite procedure di controllo e filarcela.»

Due minuti preziosi andarono persi nell’accensione, ma nessuno aveva ancora dato l’allarme quando Pitt mollò il freno e le pale del rotore incominciarono a girare, accelerando fino a raggiungere la rotazione necessaria per il decollo. La forza centrifuga fece ondeggiare l’elicottero sulle ruote. Come quasi tutti i piloti, Pitt non aveva bisogno di tradurre le indicazioni in francese sui contatori, gli strumenti e gli interruttori della plancia. Sapeva che cosa significavano. Erano comandi universali e non causavano problemi.

Un membro dell’equipaggio comparve all’improvviso e guardò incuriosito attraverso l’ampio parabrezza. Giordino lo salutò con la mano e sorrise. L’uomo rimase immobile, con un’espressione indecisa.

«Non può immaginare chi siamo», disse Giordino.

«È armato?»

«No. Ma i suoi colleghi che stanno salendo di corsa la scala non mi sembrano animati da buone intenzioni.»

«È ora di andare.»

«Tutte le spie sono sul verde», annunciò Giordino.

Pitt non esitò più. Trasse un respiro profondo, fece sollevare dal ponte l’elicottero e lo tenne immobile per un attimo, poi inclinò il muso e azionò la leva, lanciandolo in avanti. L’houseboat sembrò abbassarsi sotto di loro in uno sfolgorio di luci contro l’acqua nera. Quando fu a distanza di sicurezza, Pitt si portò in assetto orizzontale a dieci metri appena, e lanciò l’elicottero in una rotta verso valle.

«Dove siamo diretti?» chiese Giordino.

«Al posto in cui Rudi ha trovato la contaminazione che si riversa nel fiume.»