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«Non stiamo andando nella direzione sbagliata? Abbiamo trovato il punto d’entrata delle tossine a cento chilometri di qui, dalla parte opposta.»

«È solo una finta per mettere fuori strada i cani da caccia. Appena saremo a distanza di sicurezza da Gao, virerò verso sud, taglierò attraverso il deserto e ritroverò il fiume una trentina di chilometri più a monte.»

«Perché non scendiamo all’aeroporto per prelevare Rudi e non ce ne andiamo come fulmini?»

«Per molte ragioni», spiegò Pitt, e indicò i contatori del carburante. «Uno: abbiamo carburante per un volo di circa duecento chilometri, non di più. Due: quando Massarde e il suo amico Kazim lanceranno l’allarme, i caccia a reazione maliani ci inseguiranno con i radar, ci costringeranno ad atterrare o ci faranno a pezzi. Credo che succederà fra circa un quarto d’ora. Tre, Kazim crede che siamo noi due soli. Maggiore sarà la distanza che riusciremo a mettere fra noi e Rudi e più avrà la possibilità di fuggire con i campioni.»

«È un’idea che ti è venuta così all’improvviso?» chiese Giordino in tono lamentoso. «Oppure discendi da una dinastia di chiaroveggenti?»

«Puoi considerarmi come un indovino, sì», disse Pitt, condiscendente.

«Dovresti fare domanda per predire il futuro in un luna park», commentò Giordino in tono asciutto.

«Ce l’ho fatta a tirarti fuori dal bagno turco su quella barca, no?»

«E adesso dovremo sorvolare il centro del Sahara fino a che non resteremo senza carburante. Poi proseguiremo a piedi nel più grande deserto del mondo, in cerca di una sostanza tossica che non conosciamo, fino a quando creperemo o saremo catturati dai militari maliani che ci spediranno direttamente nelle loro camere di tortura.»

«Sei un vero genio quando si tratta di descrivere le prospettive più lugubri», esclamò Pitt in tono sardonico.

«Allora spiegati meglio.»

«È giusto.» Pitt annuì. «Appena raggiungeremo la località in cui la contaminazione finisce nel fiume, abbandoneremo l’elicottero.»

Giordino lo guardò. «Nel fiume?»

«Vedo che cominci a capire.»

«Non voglio fare un’altra nuotata in questo fiume puzzolente… neppure per idea.» Giordino scosse la testa, deciso. «Sei più matto di un cavallo.»

«Ogni parola è una virtù, ogni mossa sublime», disse allegramente Pitt. Poi ridivenne serio di colpo e soggiunse: «Tutti gli aerei di cui dispongono i maliani cercheranno questo elicottero. Se sarà sepolto nelle acque del fiume, non sapranno dove cominciare la caccia. Comunque, Kazim non si aspetterà mai che puntiamo a nord, in mezzo al deserto, per trovare l’origine della contaminazione tossica».

«Sei subdolo», commentò Giordino. «Non c’è altra parola per definirti.»

Pitt si chinò e prese una mappa dalla custodia fissata al sedile. «Prendi i comandi mentre io traccio una rotta.»

«Fatto», annunciò Giordino afferrando la leva dei comandi collettivi e la colonna della variazione periodica del passo del rotore.

«Sali a cento metri, mantieni la rotta sul fiume per cinque minuti, poi vira e prosegui a due-sei-zero gradi.»

Giordino seguì le istruzioni e riportò l’elicottero in assetto orizzontale a cento metri di altitudine prima di guardare in basso. Riusciva appena a scorgere la superficie del fiume. «Per fortuna le stelle si riflettono sull’acqua, altrimenti non vedrei neppure dove diavolo stiamo andando.»

«Stai attento se vedi qualche ombra scura all’orizzonte, dopo la virata. Non vorrei andare a sbattere contro una formazione rocciosa.»

Trascorsero appena venti minuti dall’inizio della deviazione intorno a Gao, prima che si avvicinassero a destinazione. L’elicottero di Massarde volava nella notte come un fantasma, invisibile senza le luci di navigazione; Giordino azionava i comandi, e Pitt indicava il percorso. Sotto di loro il deserto era piatto, spezzato dalle poche ombre gettate dalle rocce o dalle modeste alture. Fu quasi un sollievo quando avvistarono nuovamente le acque nere del Niger.

«Cosa sono quelle luci a babordo?» chiese Giordino.

Pitt non alzò la testa. Continuò a tenere lo sguardo fisso sulla carta. «Su quale sponda del fiume?»

«Nord.»

«Dovrebbe essere Bourem, un paesetto che abbiamo superato con lo yacht poco prima di uscire dall’acqua inquinata. Gira molto al largo.»

«Dove vuoi abbandonare l’elicottero?»

«Più a monte, appena fuori portata degli eventuali abitanti locali con l’udito fino.»

«Hai una ragione particolare per scegliere questo posto?» indagò Giordino, insospettito.

«È sabato sera. Perché non andare in città a dare un’occhiata?»

Giordino aprì la bocca per rispondere per le rime, poi rinunciò e si concentrò sulla guida. Si tese e scrutò gli indicatori sul pannello degli strumenti. Si avvicinò al centro del fiume, tirò indietro la leva e nel contempo spinse delicatamente il comando collettivo, premette il timone di destra facendo girare l’apparecchio con il muso verso monte, e lo fermò.

«Hai il giubbotto di salvataggio?» chiese.

«Lo porto sempre.» Pitt annuì. «Scendi.»

Quando fu a due metri dalla superficie dell’acqua, Giordino spense i motori mentre Pitt chiudeva gli interruttori elettrici e quelli del carburante. Il bellissimo elicottero di Yves Massarde palpitò come una farfalla ferita, quindi piombò nell’acqua sollevando uno spruzzo. Rimase a galla il tempo sufficiente perché Giordino e Pitt uscissero e si lanciassero il più possibile lontani. Piombarono nel fiume muovendo furiosamente le braccia e le gambe per sottrarsi alla portata delle pale che ruotavano ancora, seppur lentamente. Quando l’acqua arrivò ai portelli aperti e invase l’abitacolo, l’elicottero scivolò sotto l’acqua nera con un gran sospiro mentre l’aria fuoriusciva dalla cabina.

Nessuno l’aveva sentito scendere e nessuno, sulla riva, lo vide affondare. Sparì come la Calliope e si calò nei sedimenti soffici del fiume che un giorno l’avrebbero ricoperto completamente e sarebbero diventati la sua tomba.

25.

Non era esattamente la Polo Lounge del Beverly Hills Hotel, ma per qualcuno che era finito due volte in un fiume, era rimasto a bollire in un bagno a vapore e aveva i piedi doloranti dopo aver camminato nel deserto al buio per due ore, nessun locale avrebbe potuto offrire un rifugio migliore. Pitt non aveva mai visto una bettola tanto squallida che gli fosse sembrata più bella.

Ebbero la sensazione di entrare in una grotta. Le ruvide pareti di argilla si ergevano dal pavimento di terra battuta. Una lunga asse appoggiata a mattoni di cemento formava il banco, e al centro s’era incurvata verso il basso, tanto che ogni bicchiere posato sulla superficie avrebbe dovuto scivolare verso quel punto. Dietro il banco decrepito uno scaffale incuneato nel muro d’argilla ospitava un bizzarro assortimento di pentole e bollitori per preparare il caffè o il tè. Accanto c’erano cinque bottiglie di liquori dalle etichette misteriose, più o meno semivuote: dovevano essere riservate ai pochissimi turisti che arrivavano fin lì, pensò Pitt, dato che ai musulmani era vietato bere alcolici.

Una stufetta irradiava un calore piacevole e un aroma pungente che Pitt e Giordino, al momento, non avevano ancora identificato come sterco di dromedario. Le sedie sembravano gli scarti dei magazzini dell’Esercito della Salvezza: erano tutte spaiate. Anche i tavoli non erano molto meglio, scuriti dal fumo, bruciacchiati da innumerevoli sigarette e ornati di incisioni che risalivano al periodo coloniale francese. La poca luce proveniva da due lampadine senza paralume appese a un unico filo elettrico fissato con i chiodi a una trave del tetto. Emanavano un chiarore fioco: la debole energia arrivava dal generatore diesel del paese.

Seguito da Giordino, Pitt sedette a un tavolo libero e spostò l’attenzione dall’arredamento ai clienti. Notò con sollievo che nessuno era in uniforme. C’era un assortimento di barcaioli e pescatori, abitanti del villaggio e altri che sembravano contadini. Non c’era neppure una donna. Alcuni dei presenti bevevano birra, ma in maggioranza centellinavano minuscole tazze di caffè dolce o di tè. Dopo un’occhiata distratta ai nuovi venuti, tutti ripresero a parlare o a dedicarsi a un gioco simile al domino.