Giordino si sporse al di sopra del tavolo e mormorò: «Secondo te, questa sarebbe una grande serata in città?»
«Qualunque porto va bene nella tempesta», rispose Pitt.
Il proprietario, un uomo con la pelle olivastra, una selva di capelli neri e un paio di baffi enormi, lasciò il banco e si avvicinò. Si fermò a guardarli in silenzio e attese che fossero i primi a parlare.
Pitt alzò due dita e disse: «Birra».
Il padrone annuì e tornò al bar. Giordino lo seguì con gli occhi mentre prendeva due bottiglie di birra tedesca da una ghiacciaia metallica tutta ammaccata e si voltava a guardarli.
«Ti dispiace dirmi come hai intenzione di pagare?» chiese Giordino.
Pitt si chinò sotto il tavolo, si sfilò la Nike sinistra e tolse qualcosa dalla suola. Poi si guardò intorno attentamente. Nessuno degli altri clienti mostrava il minimo interesse per lui e per il suo compagno. Aprì cautamente le mani in modo che soltanto Giordino potesse vedere il fascio di banconote maliane.
«Franchi della Confederazione dell’Africa francese», disse a voce bassa. «L’ammiraglio non dimentica mai niente.»
«Sì, Sandecker ha pensato a tutto», ammise Giordino. «Ma come mai ha affidato i soldi a te e non a me?»
«Io ho i piedi più grandi.»
Il padrone tornò e posò bruscamente sul tavolo le bottiglie di birra. «Dix francs», biascicò.
Pitt gli porse una banconota. Il padrone l’alzò verso una delle lampade, l’osservò, stropicciò sulla stampa il pollice bisunto. Quando vide che il colore non sbavava, annuì e si allontanò.
«Ha chiesto dieci franchi», commentò Giordino, «e tu gliene hai dati venti. Se si convince che siamo ricchi, probabilmente mezzo paese ci aggredirà per rapinarci quando ce ne andremo.»
«È proprio questa l’idea», ribatté Pitt. «È solo questione di tempo prima che il truffatore locale senta l’odore e venga a ronzare intorno alle vittime.»
«Siamo qui per comprare o per vendere?»
«Per comprare. Abbiamo bisogno d’un mezzo di trasporto.»
«Secondo me, dovrebbe avere la precedenza un pasto abbondante. Sono affamato come un orso appena uscito dall’ibernazione.»
«Se vuoi, puoi ordinare qualcosa qui», disse Pitt. «Io preferisco tenermi la fame.»
Erano arrivati alla terza birra quando un giovane non più che diciottenne entrò nel bar. Era alto e snello e aveva le spalle un po’ curve, il viso ovale e gentile, e due grandi occhi tristi. La pelle era quasi nera, i capelli folti e ispidi. Indossava una maglietta gialla e pantaloni kaki sotto un indumento di cotone bianco che sembrava un lenzuolo. Studiò i clienti per qualche istante e fissò Pitt e Giordino.
«La pazienza è la virtù dei mendicanti», mormorò Pitt. «Sta per arrivare la salvezza.»
Il giovane si fermò accanto al tavolo e fece un cenno di saluto. «Bonsoir.»
«Buonasera», rispose Pitt.
Gli occhi malinconici si dilatarono. «Siete inglesi?»
«Neozelandesi», mentì Pitt.
«Io sono Mohammed Digna. Forse posso aiutarvi a cambiare il denaro che avete con voi.»
«Abbiamo valuta locale», disse Pitt alzando le spalle.
«Avete bisogno di una guida, qualcuno che vi aiuti a risolvere problemi con la dogana, la polizia o i funzionali del governo?»
«No, non credo.» Pitt indicò una sedia libera. «Beve qualcosa con noi?»
«Sì, grazie.» Digna disse qualcosa in francese al padrone e sedette.
«Parla molto bene l’inglese», disse Giordino.
«Ho fatto le elementari a Gao e poi ho studiato al college nella capitale, Bamako. Ero il primo della classe», disse Digna in tono d’orgoglio. «So parlare quattro lingue: il bambara, che è la mia lingua madre, il francese, l’inglese e il tedesco.»
«È più bravo di me», esclamò Giordino. «Io conosco appena l’inglese quanto basta per arrangiarmi.»
«Che mestiere fa?» chiese Pitt.
«Mio padre è il capo di un villaggio vicino. Io gestisco i suoi affari e la sua ditta d’esportazioni.»
«Però frequenta i bar e offre i suoi servigi ai turisti», mormorò Giordino in tono sospettoso.
«Mi piace frequentare i forestieri per tenermi in allenamento con le lingue che conosco», rispose Digna senza esitare.
Il padrone tornò e mise una tazzina di tè davanti al giovane.
«Suo padre come trasporta le merci?» chiese Pitt.
«Ha una piccola flotta di camion Renault.»
«È possibile noleggiarne uno?»
«Ha un carico di merce da portare in qualche posto?»
«No, il mio amico e io vorremmo fare una corsa verso il nord per vedere il grande deserto prima di tornare in Nuova Zelanda.»
Digna scosse la testa. «Impossibile. I camion di mio padre sono partiti questo pomeriggio per Mopti con un carico di tessuti e prodotti agricoli. E poi, nessuno straniero può viaggiare nel deserto senza uno speciale lasciapassare.»
Pitt si rivolse a Giordino con un’espressione mesta e delusa. «Che peccato. E pensare che abbiamo fatto il giro del mondo per vedere i nomadi del deserto sui loro dromedari.»
«Non avrò mai il coraggio di guardare in faccia la mia mammina», gemette Giordino. «Ha sacrificato i risparmi di tutta una vita perché potessi fare l’esperienza della vita nel Sahara.»
Pitt batté la mano sul tavolo e si alzò. «Be’, allora torniamo all’aeroporto di Timbuctu.»
«Avete una macchina?» chiese Digna.
«No.»
«E come siete arrivati fin qui?»
«Con l’autobus», rispose Giordino in tono esitante, come se facesse una domanda.
«Vuol dire un camion che trasporta passeggeri.»
«Appunto», esclamò Giordino.
«Non troverete mezzi che partano per Timbuctu prima di domani a mezzogiorno», disse Digna.
«Ci sarà pure, a Bourem, un veicolo in buono stato che possiamo prendere a nolo», incalzò Pitt.
«Bourem è un villaggio molto povero. Quasi tutti gli abitanti vanno a piedi o in motocicletta. Poche famiglie possono permettersi automobili che non abbiano bisogno di continue riparazioni. L’unico veicolo in buone condizioni che si trova a Bourem in questo momento è la macchina personale del generale Zateb Kazim.»
Fu come se Digna avesse pungolato con un forcone due tori aggiogati. La mente di Pitt e quella di Giordino funzionavano sulla stessa lunghezza d’onda. Si irrigidirono entrambi, ma subito si rilassarono. Si guardarono e sorrisero.
«E cosa ci fa qui la sua macchina?» chiese Giordino con aria innocente. «Proprio ieri l’abbiamo visto a Gao.»
«Il generale va dappertutto con gli elicotteri e i jet militari», rispose Digna. «Ma vuole che la sua auto e il suo autista personale lo trasportino attraverso le città e i villaggi. L’autista stava spostando la macchina sull’autostrada nuova da Bamako a Gao; ma si è rotta a pochi chilometri da Bourem e l’hanno rimorchiata qui per le riparazioni.»
«Ed è stata riparata?» chiese Pitt mentre beveva un sorso di birra per ostentare indifferenza.
«Il meccanico ha finito tardi di lavorare, questa sera. Un sasso aveva perforato il radiatore.»
«E l’autista è ripartito per Gao?» chiese Giordino.
Digna scosse la testa. «La strada da qui a Gao è ancora in costruzione e viaggiare di notte può essere pericoloso. L’autista non vuole correre il rischio di danneggiare ancora la macchina del generale Kazim. Ha deciso di partire appena farà giorno.»