Pitt lo fissò: «Come fa a saperlo?»
Digna sorrise. «L’officina è di mio padre, e io la dirigo. Ho cenato con l’autista.»
«E adesso dov’è?»
«È ospite a casa di mio padre.»
Pitt cambiò argomento. «C’è qualche azienda chimica da queste parti?» chiese.
Digna rise. «Bourem è troppo povera per produrre altro che manufatti e tessuti.»
«Non c’è una discarica di rifiuti tossici?»
«A Fort Foureau. Ma è qualche centinaio di chilometri più a nord.»
Vi fu un breve silenzio, poi Digna chiese all’improvviso: «Quanti soldi avete con voi?»
«Non lo so», rispose sinceramente Pitt. «Non li ho contati.»
Poi vide che Giordino lo fissava in modo strano e subito dopo lanciava uno sguardo verso quattro uomini seduti a un tavolo d’angolo. Li guardò e si accorse che si giravano dall’altra parte. Doveva essere un agguato, pensò. Scrutò il padrone che era appoggiato al banco e leggeva il giornale; escluse che potesse essere uno dei rapinatori. Un’occhiata agli altri clienti lo convinse che badavano solo a chiacchierare. Erano due contro cinque. Niente male davvero, pensò.
Finì la birra e si alzò. «Dobbiamo andare.»
«Saluti il capo da parte mia», disse Giordino stringendo la mano di Digna.
Il giovane non smise di sorridere, ma i suoi occhi s’indurirono. «Non potete andarvene.»
«Non si preoccupi per noi.» Giordino fece un cenno di saluto. «Dormiremo lungo la strada.»
«Datemi i soldi», ordinò Digna senza alzare la voce.
«Il figlio d’un capo che mendica», commentò Pitt in tono asciutto. «Devi essere un grave motivo d’imbarazzo per il tuo vecchio.»
«Non offendermi», disse freddamente Digna. «Consegnatemi tutti i soldi o il vostro sangue scorrerà sul pavimento.»
Giordino si comportò come se lo ignorasse. Si spostò verso un angolo del bar. I quattro si erano alzati e sembravano attendere il segnale di Digna. Ma il segnale non venne. I maliani parevano confusi perché le vittime potenziali non mostravano la minima paura.
Pitt si sporse sopra il tavolo e affrontò Digna a faccia a faccia. «Sai cosa facciamo il mio amico e io ai mascalzoni come te?»
«Non potete insultare Mohammed Digna e continuare a vivere», ringhiò il giovane in tono sprezzante.
«Noi», continuò Pitt con la massima calma, «li seppelliamo con una fetta di prosciutto in bocca.»
Per un musulmano devoto, il contatto con un maiale è l’abominio peggiore. Lo considerano la più immonda delle creature, e il solo pensiero di trascorrere l’eternità in una tomba in compagnia di una fetta di prosciutto basta a ispirare gli incubi più atroci. Pitt sapeva che la minaccia equivaleva a un paletto di legno puntato al cuore d’un vampiro.
Per cinque secondi Digna rimase immobile, rantolando come se si sentisse strangolare. I muscoli della faccia si contrassero, i denti si scoprirono in una smorfia di rabbia irrefrenabile. Poi si alzò in piedi ed estrasse dalla veste un lungo coltello.
Ma s’era mosso in ritardo.
Pitt gli piazzò un pugno al mento con la forza d’un pistone. Il maliano barcollò all’indietro, piombò sul tavolo dove sedevano i giocatori di domino, rovesciò i pezzi e stramazzò privo di sensi sul pavimento. I suoi complici si lanciarono contemporaneamente verso Pitt e gli girarono intorno, guardinghi. Tre di loro sfoderarono lunghi coltelli a lama curva, mentre il quarto brandiva una scure.
Pitt afferrò la sedia e la scagliò sul primo assalitore, fracassandogli il braccio destro e la spalla. Risuonò un grido di dolore, e nel locale esplose la confusione. I clienti, sbalorditi, si accalcarono per fuggire dalla porta e mettersi al sicuro. Un’altra esclamazione di sofferenza uscì dalle labbra dell’uomo con la scure quando una bottiglia di whisky, lanciata da Giordino, lo colpì alla faccia con un rumore agghiacciante.
Pitt sollevò il tavolo sopra la testa stringendolo per due gambe. Nello stesso istante risuonò il rumore del vetro spaccato, e Giordino gli venne accanto con la mano protesa che stringeva il collo acuminato d’una bottiglia.
Gli aggressori si fermarono di colpo a guardare i due complici: uno si dondolava sulle ginocchia, gemeva e si stringeva il braccio, l’altro era sul pavimento a gambe incrociate e si copriva la faccia mentre il sangue gli scorreva fra le dita. Lanciarono un’altra occhiata al capo ancora privo di sensi e cominciarono ad arretrare verso la porta. Sparirono in un batter d’occhio.
«Non è stato gran che, come esercizio», borbottò Giordino. «Per le strade di New York, quelli non sopravvivrebbero neppure cinque minuti.»
«Tieni d’occhio la porta», disse Pitt. Si rivolse al padrone che era rimasto impassibile e girava le pagine del giornale come se considerasse le risse nel suo locale uno spettacolo normalissimo. «Le garage?» chiese Pitt.
Il padrone alzò la testa, si tirò i baffi e, in silenzio, puntò il pollice in una direzione vaga, oltre la parete sud del bar.
Pitt buttò una manciata di banconote sul banco per risarcire i danni e disse: «Merci».
«Questo posto mi è diventato simpatico», commentò Giordino. «Quasi quasi mi dispiace andarmene.»
«Imprimitelo nella memoria.» Pitt diede un’occhiata all’orologio. «Fra quattro ore spunterà il sole. Andiamo via prima che qualcuno dia l’allarme.»
Uscirono dal bar e si avviarono tenendosi nell’ombra e sbirciando a ogni angolo. Era una precauzione eccessiva, pensò Pitt. La mancanza quasi totale di lampioni e le case buie dove la gente dormiva rendevano pressoché nullo il rischio che qualcuno s’insospettisse.
Arrivarono a uno degli edifici più solidi del paese, una specie di magazzino con un grande cancello metallico davanti e una porta a due battenti sul retro. Il cortile cintato dalla rete metallica sembrava il deposito d’uno sfasciacarrozze. Almeno trenta vecchie macchine erano parcheggiate in fila, smantellate e ridotte alla carrozzeria e alle strutture. Le ruote e i motori sporchi erano accatastati in un angolo del cortile, accanto a numerosi bidoni. Le trasmissioni e i differenziali erano appoggiati al muro e, tutto intorno, il terreno era intriso dall’olio filtrato per anni e anni.
Trovarono un cancelletto nella recinzione: era legato con una corda. Giordino raccattò una pietra affilata, tranciò il nodo e aprì. Si avviarono verso la porta, soffermandosi per sentire se c’era un cane da guardia e controllare l’eventuale presenza di un sistema d’allarme. Ma non doveva esserci bisogno di prevenire i furti, concluse Pitt. In paese le macchine erano troppo poche, e se qualcuno avesse rubato un pezzo per riparare un veicolo privato avrebbe attirato subito i sospetti di tutti.
I due battenti erano chiusi da un lucchetto arrugginito. Giordino l’afferrò con le mani massicce e diede uno strattone. Quando il gancio cedette, guardò Pitt e sorrise.
«È stato uno scherzo. Era vecchio e corroso.»
«Se pensassi che abbiamo qualche speranza di uscire vivi da questo posto», disse Pitt in tono acido, «ti proporrei per una medaglia.»
Aprì adagio uno dei battenti, quanto bastava per poter entrare. In fondo all’officina c’era una fossa dove i meccanici potevano lavorare stando sotto le macchine. Poi c’erano un piccolo ufficio e una stanza piena di utensili e macchinari. Il resto dello spazio era occupato da tre automobili e da un paio di camion più o meno smontati. Ma ad attirare l’attenzione di Pitt fu la macchina al centro del garage. Infilò la mano nel finestrino aperto di un camion e fece scattare l’interruttore dei fari, illuminando una vecchia automobile anteriore alla seconda guerra mondiale, dalle linee eleganti e dai colori vivaci, rosso-magenta.
«Mio Dio», mormorò sbalordito Pitt. «Un’Avions Voisin.»
«Che cosa?»
«Una Voisin. Vennero costruite in Francia dal 1919 al 1939 da Gabriel Voisin. È una macchina rarissima.»